Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  luglio 22 Mercoledì calendario

Intervista a Violante Placido

«La musica nella mia vita c’è sempre stata. È stata una compagna di vita e ha riempito i vuoti di una bimba e poi ragazzina spesso un po’ sola. Poi a un certo punto – ma ero già grande– ho capito che era una parte di me che dovevo esprimere, non dovevo averne paura e negarla. Ed è così che nel 2006 è nato il mio primo album».
Violante Placido, nome famoso «a prescindere» (il babbo è Michele, la mamma Simonetta Stefanelli), è tra i volti più popolari del nostro cinema e tra i pochi con una vera carriera internazionale, vivacemente attiva anche a teatro (ultimo spettacolo Circo Zarathustra, Nietzsche in pista nei panni di Lou von Salomè). Di lei come attrice si conosce molto se non tutto. Molto meno si sa della sua carriera musicale. Forse perché fino a poco tempo fa aveva scelto di esibirsi e incidere con lo pseudonimo di Viola? Reduce da una tournée con la violinista Scarlet Rivera, storica collaboratrice di Bob Dylan, Viola/Violante era ieri ospite del festival «Sui Sentieri degli Dei» di Agerola, Alta Costiera Amalfitana: protagonista di una serata dal titolo «Note e racconti in libertà» insieme al pianista Gianluca De Rubertis. «Ironico e originale, lo stimo e apprezzo. Insieme stiamo anche preparando un brano che includerà nel prossimo album».
Figlia di attori, da dove arriva la musica?
«Più che arrivare scaturisce. Casa nostra ne risuonava. Sempre. Mamma l’ascoltava in continuazione. Sono cresciuta con le compilation che mi passavano i miei giovanissimi zii: avevo 7-8 anni e adoravo Prince; ero una bambina ma già fan degli Eurythmics, che avevo visto dal vivo in concerto. Come Springsteen e Cindy Lauper. Fino a 14 anni, poi, sono stata figlia unica e la musica mi è stata compagna di vita. Però non pensavo di suonare uno strumento, né di comporre o cantare. Non mi sentivo all’altezza. Una gabbia che mi ero costruita da sola e da cui sono uscita dopo parecchi anni, tanti amici e un amore».
Viva l’amore, allora? A chi il merito?
«Verso i 22 anni ho avuto una storia importante con il cantante dei Giuliodorme. Un periodo davvero bello della mia vita: Anni 90, vivevo a Pescara, la vita era intrisa di musica, discussioni, confronti e chiacchiere, e tanti amici. Anche quando la nostra storia è finita, siamo rimasti in ottimi rapporti: ed è stato lui, quando ho iniziato a scrivere cose mie, a spingermi a uscire allo scoperto. Con cura e rispetto, mi ha affiancata quando è stato il momento di incidere il primo ellepì,
Don’t be shy..., non essere timida: un’esortazione a superare quel pudore a espormi».
L’album è del 2006, lei era attrice più che affermata. Perché i dubbi?
«Il disco era la dimostrazione che ero uscita da quella gabbia. Faccio un passo indietro: a 20 anni avevo avuto gravi problemi alla voce, che usciva afona, roca, come legata. Mi dissero che era una questione di stress, bloccata dalle emozioni. Con l’aiuto di un logopedista superai poco per volta il problema. Ma non bastava, bisognava andare a fondo: dovevo conquistare consapevolezza di me. Ma da sola. È questa la vera cura: fai qualcosa per te quando ti ami e ti ascolti, solo allora riesci ad andare in profondità e conoscerti davvero. È allora che ti liberi. Occorreva tutto questo perché ritrovassi la mia voce. Un percorso di anni».
E sui set?
«Lavoravo, ma a fine giornata la voce non c’era più. Il debutto in Quattro bravi ragazzi non conta: mi muoveva la curiosità di conoscere dall’interno il mondo dei miei genitori (per giunta anche papà era nel cast). Il problema si presentò con Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Era terribile. Qualcosa mi strozzava. Ma cosa? La diagnosi fu: stress. Conflitti relazionali, familiari, autosabotaggio? In effetti era un momento non facile con i miei. Il cinema aveva bussato, ma mica avevo deciso che avrei fatto l’attrice. Dovevo innanzitutto capire questo, chi ero e cosa volevo. Decisi di partire e andare all’estero dove non avrei avuto nessun tipo di interferenza. Al mio rientro, feci Anima gemella di Sergio Rubini, che ho sempre definito il film della mia consapevolezza. Inizia lì il mio vero percorso da attrice».
In tutto questo che dicevano i suoi genitori?
«Non mi hanno indirizzata né scoraggiata. Magari papà in modo indiretto esprimeva i suoi dubbi. “Ma allora che vuoi fare?”. Ma niente più, direi».
Le pesava forse il nome?
«Per me non era una colpa. Ma per gli altri sì. E sì, me l’hanno fatto pesare. C’era questa specie di pre-giudizio su chi ero, che per un po’ mi ha ferita e destabilizzata. Come riuscire a dimostrare agli altri il mio valore e la mia indipendenza dalla famiglia? Poi, quando ho acquistato consapevolezza di me, è stato facile: ho iniziato a fregarmene. Non erano gli altri a definirmi, ma io. Ci si emancipa quando ci si libera dai condizionamenti voluti dagli altri».
E la musica?
«Iniziava a crescere anche lei. Quasi una vita parallela».
Per questo ha scelto uno pseudonimo?
«Volevo partire senza nessun ingombro. Dovetti imporlo anche ai miei discografici. Ma il mio era un progetto di nicchia, che bisogno c’era di un gran dispiegamento di marketing? Volevo essere me stessa, senza interferenze. Il pubblico avrebbe scoperto chi ero, ma dopo: prima avrebbero ascoltato Viola e il suo disco, intimo e personale. Così ora che sono più sicura di me e del mio percorso, sono tornata a essere Violante Placido anche come cantante. Ho recuperato la mia interezza. Anche se sono sempre molto work in progress».
Ha interpretato la Fata Turchina nel Pinocchio di Alberto Sironi e subito dopo Moana Pozzi nella miniserie omonima: due personaggi agli antipodi.
«Moana è la fatina degli adulti. Scherzo. Essere la fata di Pinocchio è realizzare un sogno d’infanzia, confrontarsi con un immaginario che per me era Gina Lollobrigida. Ma poi devi abbandonarlo. Moana è stato un lavoro totalizzante: vita monastica, tutto il giorno sul set e poi a casa a dormire. Non sapevo più chi fossi: guardavo il mio armadio e non capivo il perché di quei vestiti. Un fuori asse che è durato per un po’. A Moana sarò eternamente grata perché mi ha fatto crescere come donna: mi ha trasmesso sicurezza e libertà. Non ero per niente sicura della scelta fatta, poi la notte prima dell’inizio la sogno: vestita dell’abito bianco e scintillante con cui Marilyn Monroe fa gli auguri a Kennedy, mi viene incontro e mi abbraccia. Mi ha dato la forza che mi mancava».