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 2026  luglio 22 Mercoledì calendario

Intervista a Bianca Pitzorno

La casa di Bianca Pitzorno, a Milano, è lontana dal centro e vicina a una metro, nel cuore di un quartiere sconosciuto ma familiare, due cose che questa città sa ancora tenere insieme.
Dentro, i vetri delle porte e delle finestre sono tutti dipinti. «Li ho fatti io. Sono una buona pittrice. Avrei voluto fare l’Accademia delle Belle arti ma mio padre me lo impedì e mi costrinse a laurearmi in lettere antiche. Sono anche sarta e falegname, alla cerimonia dello Strega il presentatore mi ha chiesto più di questo che del libro, ma che vuole farci, pazienza», dice mentre prepara un caffè (solubile, né cialde né moka) e mi propone un gelato, dei biscottini, un succo di frutta. La Sonnambula (Bompiani), il romanzo con cui è arrivata terza al Premio Strega, è il più venduto di tutta la sestina finalista: 90mila copie.
Per lei non è una novità: Bianca Pitzorno vende migliaia di copie da sempre, sin dal primo libro. Quando si parla di lei, c’è sempre almeno una donna o una ragazza che dice: mi ha cambiato la vita. A lungo, ha raccontato storie per ragazzi. Le ha scritte come non le aveva mai scritte nessuno: cambiando le storie per ragazzi, ha cambiato i ragazzi. In tutte c’è un punto fermo: il classismo si sconfigge con l’amicizia.
Sulle pareti del suo salotto ci sono foto di nonni, bisnonni, nipoti, con le cornici azzurre, e un collage, ovviamente fatto da lei, di Marx, Engels e Darwin: «Sono i miei maestri. E siccome dicono che noi comunisti siamo rimasti in quattro gatti, ho appiccicato anche qualche micetto». Domani partirà per la Sardegna, dove è nata e cresciuta, e ha una casa, a Sassari, dove torna per le vacanze e per ospitare «più gente che si può: ci sono otto letti».
Fa dei pigiama party con le sue amiche?
«Vedo ancora le mie compagne di scuola, quelle ancora vive, facciamo le cene di classe come nel romanzo di Mari ma senza riffa».
Lei è stata l’unica a esporsi contro le frasi di Mari su Michela Murgia ("era incattivita dalla sua bruttezza") dopo il pulminogate.
«Perché mi sono scocciata di sentire ancora quelle bassezze. Litigai con Vittorio Feltri quando disse le stesse cose. E lo rifarei. Comunque è anche colpa del Premio Strega, che non può obbligare sei scrittori che a stento si conoscono e sono pure in competizione, a passare insieme tutto quel tempo: a cena, in albergo, in viaggio. Va a finire per forza come nella casa del Grande Fratello».
Il fatto che Mari abbia vinto lo stesso la turba?
«Certo che no. Il premio va al libro, non allo scrittore».
Quindi li distingue?
«Certo. E questo però non significa che Mari non vada giudicato, anzi è proprio per questo che ho reagito e se ne è discusso. Solo se salviamo l’opera, possiamo mettere in discussione l’uomo. Solo così, le grandi opere non diventano scudi per le carogne. Non mi priverei di un libro di Mishima, sebbene fosse un fascista: se per fare il moralista, boicotti un libro, danneggi te stesso».
Lei ha scritto che gli scrittori italiani odiano le scrittrici.
«Ed è vero. Anche se io quest’odio non l’ho vissuto sulla mia pelle, perché sono stata a lungo considerata una scrittrice per bambini, cioè una non scrittrice, quindi non una rivale. Ora immagino che saranno arrabbiatissimi: La Sonnambula è uscito il 5 gennaio ed è tornato in classifica».
Sembra che scrivere le venga facilissimo.
«Ho sempre raccontato storie. Uno dei ricordi più felici che ho della mia infanzia sono le braccia degli adulti che mi prendevano e mi passavano da una barca all’altra, quando partivamo per la spiaggia dove andavamo a fare il bagno in estate. Era un tragitto lungo, che allietavo con le mie storie. Mi contendevano. Se chiudo gli occhi, sento ancora le mani che mi prendevano sotto le ascelle e mi passavano da un peschereccio a un altro».
I suoi indimenticabili personaggi li ha inventati o incontrati?
«Incontrati. A volte ne ho condensati tre in uno, ma sono tutti esistiti. Sono stata fortunata. Ho fatto scuole femminili, quindi ho sempre avuto molte amiche, che sono serbatoi di storie».
Però alla Sonnambula ha dato un finale felice, diverso da quello vero.
«Mi sembrava doveroso, dopo averla strapazzata per tutto il libro, poverina. Io preferisco i finali aperti, e solo i finali felici possono esserlo».
Nello stesso finale invita i suoi lettori a non credere a chi legge il futuro.
«Però ho letto i tarocchi a lungo. Me lo insegnò una vecchia signora, e imparai subito a capire cosa le persone volevano che gli dicessi. Truffavo a fin di bene, come la Sonnambula».
Che ama un ingegnere che venera la salma di sua moglie. Metafora dell’amore maschile?
«No, giuro (ride, ndr). Volevo solo raccontare la storia di Efisio Marini, che in quegli anni (poco dopo l’Unità d’Italia, ndr) fece imbalsaamre un sacco di gente. Non mi risultano mariti che vivessero con le salme delle mogli, ma madri che vivevano con le salme dei figli sì: li mettevano sotto campane di vetro e, a volte, chiedevano a Efisio di ammorbidire i corpi e cambiargli posizione. Lui non ha mai rivelato con quale processo riuscisse a farlo. A Sassari, al museo di Anatomia, è conservata la mano di una ragazza imbalsamata da lui. Ci sono anche dei cervelli pietrificati: fu mio nonno a inventare questo modo di conservarli affinché gli studenti potessero toccarli e osservali da vicino. Prima, venivano conservati nella formalina. Anche Marini, che era amico di mio nonno, pietrificava: quando raggiunse Garibaldi sull’Aspromonte, raccolse il suo sangue e poi lo pietrificò, ne fece un medaglione e lo regalò all’eroe dei due mondi. Niente è più romanzesco della vita».
Mi racconta una strana storia vera?
«Molti anni fa, un uomo giapponese mi scrisse per dirmi che aveva amato i miei libri, che gli avevano consigliato di leggere all’università per Stranieri di Perugia, per migliorare il suo italiano. Diventammo amici di penna, ci scrivemmo per anni, lui venne a Milano con la sua famiglia e ci incontrammo. Poi mi mandò una busta con due foto, sotto c’era scritto: prima, dopo. In una era lui, nell’altra era sempre lui ma donna. Aveva cambiato sesso. Aveva 56 anni e sua moglie rimase con lui, cosa che mi stupì, ma lui mi spiegò poi che lui non aveva cambiato sesso perché era omosessuale ma perché sentiva di essere una donna, e lo sentiva da sempre, ma aveva prima dovuto sistemare tutto, era diventato professore e aveva fatto una famiglia. Un po’ di tempo dopo, mi scrisse di essere caduto in depressione, poi ancora mi avvisò che si sarebbe ucciso: si congedò. Ricevetti dopo due anni una lettera giapponese, con mittente “Michela Francesca”. Era lui, cioè lei. Mi raccontava che sua moglie lo aveva salvato quando si era tagliato le vene, poi che gli avevano fatto due elettroshock, esperienza che lo aveva entusiasmato, e poi che si era convertito al cattolicesimo perché detestava gli scintoisti. Infine, mi spiegò di aver cambiato il suo nome in Michela Francesca, come la protagonista di Clorofilla dal cielo blu, il mio secondo romanzo».
Mi parli del primo, di come è diventata scrittrice.
«Lavoravo alla Rai nella sezione Cultura e Speciali tv, il mio capoufficio si chiamava Raffaele Crovi, era stato segretario di Vittorini, aveva lavorato alla Mondadori. Suo figlio, Luca Crovi, è uno scrittore di gialli: veniva spesso in ufficio da noi e io ci giocavo e gli insegnavo a scrivere a macchina. Ogni tanto ancora glielo dico: ho fatto io dite uno scrittore. Suo padre, un giorno, in un corridoio, mi incontrò e mi disse che dirigeva una collana per ragazzi e uno scrittore gli aveva dato buca e però lui doveva assolutamente far uscire il libro, quindi mi chiese se me la sentissi di scriverlo io. 120 pagine in un mese. Accettai la sfida. Scrissi di notte. Il libro, Sette Robinson su un’isola matta uscì per Bietti nel 1973 e andò così bene che l’editore ne volle un altro l’anno dopo. Da allora io ogni anno ho scritto un libro, sempre su richiesta».
Quindi lei non sognava di fare la scrittrice.
«No, ma ho sempre scritto, sin da piccola, soprattutto per sfogarmi contro la mia maestra, che era una donna terrificante: a lei è ispirato l’orrida Argia Sferza di Ascolta il mio cuore».
72 libri. Come ha fatto?
«Perché ho scritto e basta. E credo di essere una delle poche scrittrici che in Italia vivono solo del proprio mestiere.
Dalla Rai mi licenziai poco dopo aver iniziato a pubblicare. E fu un dispiacere, perché era un lavoro che avevo amato fino a che non erano arrivati i socialisti craxiani, che cominciarono a preparare il terreno alle tv private e si vide subito che puntavano ad abbassare il livello. Il primo che arrivò, ci chiuse la piccola biblioteca che era a disposizione di noi dipendenti, e non ci avvisò nemmeno: mandò i libri al macero e fece aprire un bar. Mi licenziai l’anno dopo. Mi diedero della pazza. Crovi, qualche anno più tardi, mi volle con sé in Bompiani, ma anche lì durai poco. Avevo il licenziamento facile».
Impaziente?
«Al contrario. Ma mi impongo di non subire situazioni che mi fanno soffrire».
Ora cosa la fa soffrire?
«Non essere autonoma quando mi muovo. Mi mettono sui mezzi con le torrette, mi spostano a mano dei gentili omaccioni, l’altro giorno mentre uno mi prendeva, gli ho sferrato un potente calcio nella palle, mi sono così imbarazzata che non ho saputo neanche scusarmi».
Soffre la solitudine?
«Neanche un po’. Amo la compagnia ma sola sto benissimo. Rileggo spesso Lessico familiare di Natalia Ginzburg, e la penso come il padre che ogni tanto urla “voi vi annoiate perché non avete una vita interiore!"».

Che fa nella sua?
«Leggo e scrivo il mio diario. Ragiono, mi pongo delle domande, parlo con me stessa. Mi piace tanto».
Lo pubblicherebbe mai?
«Ho lasciato scritto nel testamento di bruciare tutto».
Cucina?
«No. Trovo idiota perdere tutto quel tempo per creare qualcosa che si consuma in tre bocconi. Io vado di pasta al burro e uova sode. Invece, creare vestiti e oggetti mi appassiona».
Porta in giro per il mondo i suoi libri?
«No. E detesto fare presentazioni. Non capisco questa smania del corpo dello scrittore, e penso che sia una delle ragioni per cui la qualità della letteratura italiana sia così calata: gli editori pubblicano performer più che autori. I libri, poi, si spiegano benissimo da soli. Continuiamo a leggere Dostoevskij anche se non possiamo andare ad ascoltarlo mentre risponda alla domanda più stupida che si possa fare a uno scrittore e cioè: cosa ha voluto dire con questo romanzo?».
Ha una nostalgia?
«Tante. I primi anni a Milano: arrivai nel ’68, fresca di occupazioni in università, che in Sardegna facemmo con le pecore. Non conoscevo nessuno ma la città mi accolse magnificamente. Le sono ancora grata, la amo ancora e mai andrei via. E poi, mia madre. Che è morta a 92 anni e ha letto libri fino all’ultimo. La sua grande passione era Fosco Maraini. Anche a me piaceva, ma Dacia mi piace ancora di più».