repubblica.it, 22 luglio 2026
Quando Miss Peggy voleva Frida a Londra
In che modo si possono reinserire nel flusso della storia e della critica dell’arte artiste e artisti che ne sono stati espulsi o che sono stati dimenticati? Nel modo in cui lo fa la mostra Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista, curata da Gražina Subelyté e Simon Grant, allestita alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia diretta da Karole Vail fino al 19 ottobre. Il progetto espositivo si sposterà dal 21 novembre alla Royal Academy of Arts di Londra e infine, dal 16 aprile 2027, al museo Solomon Guggenheim di New York. Molto più che la “nascita di una collezionista”, Peggy Guggenheim a Londra è la testimonianza di straordinari sguardi critici sul Novecento europeo.
Ultimi anni Trenta del secolo scorso: nel gennaio 1938 la trentanovenne Peggy Guggenheim inaugura la sua galleria londinese, al numero 30 di Cork Street. Sceglie di chiamarla Guggenheim Jeune. Riprende il nome dalla storica galleria Bernheim-Jeune di Parigi. Ma sottolinea anche che lei, Peggy, è la giovane Guggenheim, non il patriarca Solomon. Ha un’unica dipendente ma geniale: Wyn Henderson. Può contare sugli amici frequentati a Parigi: Samuel Beckett, Jean Cocteau, Marcel Duchamp, Mary Reynolds. Nella volubile geometria delle relazioni sentimentali, l’amicizia resta la vera patria. Duchamp ha abbandonato la creazione artistica e fino al 1936 si è dedicato esclusivamente agli scacchi. Duchamp è la presenza discreta ma decisiva che informa l’intero percorso di Guggenheim Jeune, fino alla chiusura nel giugno 1939: diciotto mesi, ventuno mostre, principalmente dedicate ad Astrazione e Surrealismo.
In fuga dalla Germania nazista, Vasily Kandinsky vive a Parigi. I suoi dipinti più recenti sono i protagonisti della mostra inaugurale. Londra li accoglie tiepidamente. Peggy propone alla Tate Gallery l’acquisto di un paio di quadri, la Tate rifiuta. Lei li offre allo zio Solomon, ottenendo, di rimando, un’indignatissima lettera di Hilla Rebay, che la accusa di abusare, per motivi commerciali, del nome Guggenheim. «Peggy, la dovresti incorniciare, questa lettera», le suggerisce Herbert Read, influente storico dell’arte, critico e poeta.
Alla fine è la giovane Guggenheim ad acquistare Courbe dominante (1936) e Rayé (1934), che negli anni Quaranta vende al mercante d’arte Karl Nierendorf, il quale a sua volta li venderà a Solomon Guggenheim.
I ritratti di Cedric Morris, che Peggy espone a marzo 1938, provocano una rissa in galleria. Le persone raffigurate sono note, in larga parte queer, i tratti del volto sottolineati fino alla distorsione. «Quasi caricaturali», ammette serafica Peggy.
Fermiamoci su Cedric Morris. È coinvolto in un piccolo caso, il caso Lucian Freud. Nel 1937 Morris ha fondato una scuola d’arte, l’East Anglian School of Painting and Drawing. Lucian Freud vi si iscrive nel 1939, a 17 anni. Risale a questa epoca Man in a Black Scarf, un ritratto che Freud non ha mai riconosciuto come proprio ma che ora gli è stato definitivamente attribuito e in queste settimane esposto al Garden Museum di Londra.
È il primo quadro di Lucian Freud di cui si abbia conoscenza? No. Nell’ottobre 1938 Peggy Guggenheim decide di allestire la mostra dei Paintings and Drawings by Children, esponendo 600 lavori realizzati nei programmi scolastici di educazione artistica. Lucie Brasch Freud le manda un quadro del figlio Lucian, Old Man Running, datato 1936, dipinto a 13 anni.
Soggetto insolito, è un nudo d’anziano ripreso nello sforzo della corsa, tavolozza cupa, nei toni del nero, dell’ocra e del verde. È stato battuto all’asta da Christie’s lo scorso 7 marzo e aggiudicato per 215.900 sterline.
Torniamo all’itinerario espositivo di Guggenheim Jeune ricostruito nelle sale di Palazzo Venier dei Leoni a Venezia. Formidabile, nell’aprile 1938 la mostra Contemporary Sculpture riunisce Brancusi con Sculpture pour aveugles (1920), Henry Moore, Alexander Calder, Jean Arp e Sophie Täuber Arp.
Pablo Picasso, che due anni prima ha dipinto Guernica, è presente nella successiva mostra Collages, Papiers Collés and Photomontages, dove anche Moore e Hans Hartung gli si confessano debitori. «In una sala sistemammo i vecchi Picasso, Braque, Arp e Masson», ricorda Peggy Guggenheim nelle sue memorie, suggerendo rimandi tra Cubismo, Dada e Surrealismo, nella seconda sala «le opere più libere». Ad esempio quelle di Eileen Agar.
Prima, tuttavia, c’erano state le mostre dichiaratamente surrealiste: l’esordio con i dipinti dell’artista danese Rita Kernn-Larsen, quindi una personale di Yves Tanguy, l’unico che riscuota un successo anche commerciale, e ancora i quadri quanto mai perturbanti di Grace W. Pailhorpe e Reuben Mednikoff, chirurga e psicoanalista lei e artista lui, e quelli più sofisticati di Wolfgang Paalen e di John Tunnard.
Austriaco stabilitosi a Parigi negli anni Trenta, Paalen – è suo l’ombrello di spugne naturali (Le nuage articulé, 1937) appeso al soffitto della prima sala della mostra veneziana – è l’inventore del fumage. Dipinge con il fumo di una candela accesa accanto alla tela e ridipinge con colori a olio: come in Ciel de pieuvre (1938).
Con Kernn-Larsen, Pailhorpe, Paalen e Agar, Guggenheim Jeune suggerisce una riscrittura critica della conclamata vicenda surrealista, un’integrazione e un’irradiazione delle quali solo oggi, ricomposte attraverso le opere sulle pareti della Collezione di Venezia, riusciamo a considerare l’apertura rivoluzionaria.
Con la guerra all’orizzonte la galleria chiude a fine giugno 1939. Peggy Guggenheim si trasferisce a New York e nel 1942 riapre con Art of This Century. E con un rimpianto. A Londra era stata a un passo dall’allestire una personale di Frida Kahlo. «È stata una grande delusione per me che tu non sia venuta a Londra – scrive a Kahlo il 3 maggio 1939. Mi dispiace molto non aver avuto il piacere di mostrare i tuoi dipinti. Indosso i tuoi bellissimi orecchini, che sono molto ammirati, e li preferisco a tutti quelli che ho. L’autunno prossimo spero di ricominciare, qui a Londra, con un Museo di Arte Moderna. Ma Dio solo sa come andrà a finire».