la Repubblica, 22 luglio 2026
Juliette Lewis riflette sugli inizi della sua carriera
Una famiglia assediata da un ex detenuto in cerca di vendetta. Un film non esattamente da teenager Cape fear di Martin Scorsese, 1991, quello in cui a soli 18 anni si è ritrovata Juliette Lewis nel ruolo dell’adolescente Danielle Bowden, ottenendo una candidatura all’Oscar. Sono trascorsi trentacinque anni, l’attrice ha lavorato per trasformare la fragilità in talento e ha lasciato il segno in film anni 90 di culto come Natural born killers e Strange days. Alti e bassi, la pausa dal cinema per abbracciare la carriera di cantante rock, il ritorno sul set negli anni recenti con la serie delle ragazze cannibali Yellowjackets al fianco di un’altra ex giovane diva anni 90, Christina Ricci. Ora è di nuovo in Cape fear, la serie di Apple tv, nel ruolo di un personaggio tutto nuovo, creato per lei.
Ha iniziato giovanissima. Quando ha capito che recitare era un lavoro e non un gioco?
"Quando hanno cominciato a pagarmi, a venire a prendermi in macchina, a consegnarmi il programma della giornata. Credo avessi 13 anni. Recitare per gioco era quello che si faceva da bambini, il gioco dei mimi, mettere in scena situazioni, interpretare dei personaggi. Giocavo così a casa di Karen Black, grande attrice e amica di famiglia. Era una forma estrema di fantasia, che porta con sé quegli elementi creativi e ludici che poi trasferisci nella vita professionale. Recitare mi entusiasma ancora, è uno strano mestiere”.
Tra film e serie ha una filmografia da più di cento titoli. Qualcosa di cui si è pentita?
"Forse lei e io abbiamo la stessa età, può capire cosa intendo se dico che si impara solo vivendo. Non dovremmo avere rimpianti. Io non mi guardo indietro troppo spesso. Ci sono ruoli che avrei voluto e non ho ottenuto, ma non ci penso. Ho la netta sensazione che ciò che è destinato a te arriverà. Qualche giorno fa sono stata ospite del programma di Drew Barrymore e ho raccontato che quando eravamo ragazze avevo perso un ruolo che aveva poi avuto lei (A proposito di donne, 1995, ndr). Lì per lì ci ero rimasta male, oggi non ci penso più”.
Hollywood negli anni 90 e oggi: qual è la differenza?
"Difficile rispondere, ognuno vive Hollywood a modo suo. Ci sono attori che hanno iniziato con me e hanno avuto un percorso molto difficile. Io ho avuto la fortuna di lavorare, fin dagli esordi, con alcuni dei più importanti autori del cinema americano. Mi hanno legittimata, mi hanno dato una voce che uso ancora oggi. A volte, quando lavoro a una serie e mi accorgo che il capo non è collaborativo, penso a quanto lo fossero Scorsese o Oliver Stone. E allora diventa dura perché, diciamo la verità, Oliver Stone non ha mai respinto una mia idea. Mi diceva: “Proviamoci”. Eppure, per molti era un regista spigoloso. Ma ha accettato ogni mia proposta. Oggi ti trovi su set in cui a nessuno interessa la tua collaborazione, cercano solo un robot che esegua ciò che loro pensano. In quei casi mi trovo difficoltà. E quei set esistono, eccome. Oggi la sfida è mantenere umana la nostra arte”.
In che modo?
"Servono passione, creatività, spirito d’avventura. Le grandi multinazionali detengono il controllo, vogliono che ogni prodotto sia orientato al profitto, prevedibile. Non capiscono che l’arte deve mantenere un animo selvaggio. Servono entusiasmo, originalità. Serve il coraggio di rischiare, di mettersi alla prova”.
Ha detto che da ragazza avrebbe voluto che qualcuno le spiegasse come funzionava il mestiere. Lei oggi a un giovane interprete che consigli dà?
"La lezione che ho imparato – e grazie a Dio nella nostra cultura si inizia a parlarne di più – è l’importanza di coltivare una pratica per restare integri. Per entrare in sintonia con sé stessi e con la propria dimensione spirituale, fatta di forza e quiete. Ci sono vari modi, per me è l’escursionismo: cammino nella natura e questo mi connette a qualcosa di più grande. C’è un filosofo che parla del camminare come una forma di meditazione, per me è così: cammino, cammino, altrimenti rischio di impazzire o di lasciarmi divorare dai pensieri. Ai più giovani direi: coltivate una pratica. Assicuratevi di mangiare e bere a sufficienza, date al vostro corpo ciò di cui ha bisogno, non fate come me, che da giovane passavo giorni interi senza cibo. Siamo macchine che producono energia”.
Due band, quattro album: anche la musica è stata una pratica nella sua vita?
"A proposito di rimpianti... Quando mi sono dedicata alla musica, ho pensato che avrei dovuto farlo prima. Mi avrebbe aiutato, perché quando sei un musicista nell’animo, fare musica è una vocazione. Il fatto che io abbia iniziato tardi è dipeso dal fatto che custodivo tutto gelosamente per me, ma andare in tour mi ha dato coraggio. Mi faceva sentire connessa all’umanità intera. Volevo andare ovunque fosse possibile fare rock and roll, e per un po’ l’ho fatto. Abbiamo suonato anche in Italia. Ora sto scrivendo un mio spettacolo da solista, scriverò sicuramente della musica per quello, o per il cinema. In futuro ci saranno altre cose legate alla musica”.
Cape Fear, prima il film e ora la serie. Che cosa ha significato per lei partecipare al nuovo progetto?
"Se la serie fosse stata realizzata senza coinvolgermi, ci sarei rimasta male. Invece il creatore, Nick Antosca, si è rivolto a me fin dall’inizio, sono stata una delle prime persone a cui ha parlato dell’idea. Quando ha pensato di trasformare Cape Fear in una serie non avevo la più pallida idea di cosa ne avrebbe fatto. Poi, quando ci siamo incontrati, ne ho colto l’originalità e sono stata entusiasta del ruolo di Crystal. C’è profondità, complessità nei personaggi e nessuno avrebbe potuto calarsi nei panni di Max Cady come Javier Bardem. Altri avrebbero finito per fare una pessima imitazione di De Niro”.
Qual è il ricordo più vivido del set con Scorsese?
"Il giorno in cui abbiamo girato la scena dell’auditorium. Sia Scorsese che De Niro vedevano qualcosa in me, nel mio talento, riconoscevano che avevo qualcosa di speciale da offrire, molto più di quanto ne fossi consapevole io. Mi sono presentata preparata, conoscevo tutte le sfumature e i passaggi chiave, sapevo che era una scena ad alta intensità emotiva. Con De Niro abbiamo ingaggiato una specie di danza, un gioco di seduzione, lui che cerca di conquistare la fiducia di Danielle, lei che si rende conto che le cose non stanno andando come previsto. Sul set regnava un silenzio assoluto. Marty è stato molto intelligente: ha usato due macchine da presa perché voleva catturare le reazioni reciproche in tempo reale. Una cosa insolita per l’epoca, nessuno portava sul set due macchine da presa. E poi mi ha fatto uno dei complimenti più grandi della mia carriera, che porto sempre con me nei momenti difficili”.
Lo dica anche a noi.
"Mi ha detto: ‘Non so su chi staccare. Non riesco a smettere di guardare né te né lui’. Per un attimo aveva persino pensato di realizzare quella scena in split-screen, perché non voleva mai staccare dal mio volto e, viceversa, non voleva mai staccare dal volto di De Niro. Solo in seguito ho realizzato che Marty mi stava dicendo che in quel momento ero brava quanto De Niro”.
Nello stesso anno, il 1992, ha avuto la candidatura all’Oscar per Cape fear e ha vinto il premio Pasinetti alla Mostra del cinema di Venezia per Assassini nati.
"Sì, ma non sono potuta venire in Italia a ritirarlo perché stavo lavorando. È il risvolto doloroso di questo mestiere: le tue qualità vengono riconosciute, ti assegnano un premio e tu sei dall’altra parte del mondo. Ma ricordo benissimo quel momento, pensavo: ma come? proprio io? I premi sono stati sempre una sorpresa ma soprattutto all’inizio, perché nessuno si è mai messo lì a spiegarmi come funziona questo mondo. Mai”.
Neppure suo padre che era un attore di grande successo?
"No, mio padre dava l’esempio ma non consigli. Quando ho ricevuto la candidatura all’Oscar ero sopraffatta, frastornata. Ma prima di allora non avevo mai avuto occasioni di quella portata. Avrei apprezzato se qualcuno mi avesse detto qualcosa, tanto per sapere cosa aspettarmi. Per me, andare all’Oscar significava doversi vestire in un certo modo per partecipare a un evento importante. Con il tempo ne avrei scoperto, da sola, il vero significato”.