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 2026  luglio 22 Mercoledì calendario

Intervista a Margherita Boniver

Suona il campanello. «Questa dev’essere la portiera che viene a prendersi il cane per portarlo a fare la pipì», scandisce come se stesse parlando a una conferenza dell’Onu a Palazzo di Vetro, luogo che ha bazzicato quando Boutros Ghali la nominò tra i suoi consulenti in vista del vertice mondiale sulla povertà di Copenaghen, alla fine del secolo scorso.
A dispetto dei quasi novant’anni, Margherita Boniver conserva lo stesso portamento e persino lo stesso tono di voce che aveva quasi mezzo secolo fa, quando era la donna più celebre del Partito socialista italiano; la risposta craxiana a quello che per democristiani e comunisti erano icone della Repubblica come Tina Anselmi o Nilde Iotti.
Di Boniver non si sente parlare da parecchio.
Senatrice, che fine ha fatto?
«Nella mia vita politica ci sono tre fasi. Nella prima, quella con Craxi, ho fatto anche il ministro due volte (degli Italiani all’estero con Andreotti nel 1991 e del Turismo e spettacolo con Amato nel 1992, ndr). Nella seconda, dopo quello che io chiamo “l’infoibamento socialista”, ho fatto la parlamentare per Forza Italia e anche la sottosegretaria agli Esteri del governo Berlusconi dal 2001».
Nel 1993 Umberto Bossi in un comizio le diede della «bonassa». Le disse «siamo armati di manico» e fece un gestaccio.
«Ogni volta che andavo a fare un comizio elettorale ad Alessandria, che in quegli anni era il mio collegio, mi dicevano che la Lega si stava “riarmando”. Me lo ripetevano talmente tante volte che presentai un’interrogazione parlamentare e andai anche a parlarne direttamente con il ministro dell’Interno di allora, Nicola Mancino. Bossi se la prese e mi diede quell’elegantissima risposta. Seppi poi che a qualche iniziativa della Lega vendevano tra i gadget “le mutande della Boniver”. Non sono mai riuscita ad averne un paio».
Divenne amica di Bossi, poi, da alleata di governo?
«Non gli ho serbato rancore ma no, amici no. Però quando si ammalò e lo incontravo a Montecitorio, andavo a salutarlo».
La sua terza vita, senatrice?
«È iniziata nel 2013 quando sono uscita dal Parlamento. Da lì ho iniziato a ritirarmi dalla scena pubblica anche perché ho il mal di schiena e preferisco rimanere a casa. Nel 2021 ho perso il mio secondo marito, Ferruccio Formentini, per il Covid. Il mio primo marito era morto prima».
Massimo Pini, uno degli uomini più potenti del craxismo...
«Preferisco ricordarlo come l’autore della più imponente biografia di Bettino che sia mai stata scritta».
Da che famiglia proviene?
«Siamo gli unici Boniver che ci sono in Italia. Veneti di origine belga, arrivati alla fine del Diciannovesimo secolo a Schio per lavorare nell’industria tessile. Papà diplomatico: da bambina ho vissuto a Bucarest, a Washington, a Londra. Poi con lui è rimasta solo mia mamma e io mi sono fermata a Roma».
Sua madre?
«Veneta anche lei. Suo fratello gemello, che aveva sposato la sorella di mio padre, era il papà di Paolo Scaroni, che quindi è mio cugino di primo grado».
Accanto a Bettino Craxi, fino alla sua morte. Quando cominciò?
«La prima volta che lo vidi fu a una conferenza al Centro Brera organizzata da Carlo Ripa di Meana in memoria di Jan Palach, lo studente cecoslovacco che si era dato fuoco per protestare contro l’invasione sovietica. Era il 1969. Andai a questo incontro con Massimo, che era già mio marito. E rimasi folgorata da Bettino».
Che Craxi era quello del 1969?
«Carisma e leadership allo stato puro. Attraeva chiunque».
Anche tante amanti.
«Ecco, ero presente nella famosa cena a casa sua, in via Foppa a Milano, la sera in cui Roberto Gancia si presentò insieme ad Anja Pieroni, che era la sua giovanissima fidanzata. Bellissima. La storia con Bettino partì verosimilmente poco dopo».
Lei resistette sempre al fascino craxiano?
«Resistergli era impossibile. D’altronde, vedevamo tutti coi nostri occhi l’andirivieni di belle donne tutte le sere al Raphael a Roma».
Sì ma lei...
«Be’, io ero un’amica. E soprattutto ci frequentavamo di continuo, certo, ma sempre accompagnati dalle rispettive famiglie, a Milano.
Bettino con Anna, io con mio marito, c’era anche Berlusconi che raccontava delle barzellette meravigliose. L’unica nota dolente erano le cene».
Perché?
«Craxi pretendeva di andare a mangiare in postacci che piacevano solo a lui. Locande di periferia, osterie, vecchie trattorie di quelle con la tovaglia a quadretti già macchiata di sugo o di unto dove si mangiavano delle robe orribili, interiora, grassi animali e vegetali a non finire...».
La grande cucina popolare lombarda.
«Sarà stata grande per Bettino, che voleva cibarsi soltanto di quella roba che tra l’altro ha divorato fino alla fine, cosa che ha contribuito a farlo morire. Il resto della comitiva lo accompagnava ma aveva l’accortezza di mangiare qualcosa prima, perché tanto sapevamo che lì non avremmo toccato nulla».
Com’è arrivata in Parlamento?
«La mitica Maria Magnani Noya, deputata socialista nonché uno degli avvocati che col suo coraggio aveva reso possibile il processo alle Brigate Rosse a Torino, in vista delle elezioni politiche del 1979 aveva organizzato un’occupazione del partito per chiedere una maggiore presenza delle donne nelle liste. Mi ritrovai candidata al Senato».
Eletta?
«Prima dei non eletti per soli ventiquattro voti. Lo zero virgola zero zero zero... Sette mesi dopo il voto, morì un senatore di Varese (Attilio Spozio, ndr) ed entrai io. Subito dopo, venni favorita da una seconda morte».
Di chi stavolta?
«Di Pietro Nenni, che scomparve la sera di Capodanno del 1980. C’era il tema di chi avrebbe dovuto prenderne il posto nella prestigiosissima commissione Esteri del Senato e Bettino decise che toccava a me, che ero l’unica donna del partito eletta a Palazzo Madama».
Poco più di dieci anni dopo, di tutto quel mondo non sarebbe rimasto più nulla.
«Il sistema dei partiti si reggeva su un’ipocrisia nota a tutti: il finanziamento pubblico non bastava neanche lontanamente a coprire i costi altissimi della nostra democrazia. Ero presente alla riunione della direzione del partito quando Craxi ammise candidamente che il finanziamento legale non bastava nemmeno a coprire le spese dell’Avanti, il nostro giornale. Il resto era tutto sommato trasparente e valeva per tutti, come Bettino avrebbe dimostrato col suo famoso discorso alla Camera in cui nessuno alzò un dito per contraddirlo. Eppure, chissà perché, pagò soprattutto lui e i nostri compagni a cui toccava di far funzionare la macchina, che si suicidarono con l’avvio delle inchieste...».
Era tutto trasparente ma illegale.
«Il principale errore di Bettino fu di non aver capito quanto fosse pericoloso vivere in un Paese con meccanismi di potere opachi, complessi e poco trasparenti. Ritengo ancora oggi l’Italia la democrazia più pericolosa del pianeta. Basti guardare alle regole sotterranee di una giustizia che ancora oggi continua a mietere vittime innocenti. E, in campo internazionale, a come stranamente venimmo lasciati soli anche da molti compagni che il Partito socialista italiano aveva aiutato finanziariamente negli anni».
Per esempio?
«Si dileguarono i francesi, gli spagnoli, tutti. Rimasero solidali con Craxi il leader portoghese Mario Soares, i cileni e l’Olp di Yasser Arafat».
E quando Craxi era latitante ad Hammamet?
«Esule, non latitante. E comunque io rimasi dov’ero. Accompagnavo in Tunisia molte persone che volevano andarlo a trovare: da Francesco Cossiga a Giuseppe Ciarrapico, da Marcello Pera a Tiziana Parenti».
Le piace Giorgia Meloni?
«È molto brava perché studia molto».
Giuseppe Conte?
«Per carità! Quando arrivò all’improvviso, mi sembrò una di quelle vecchie “operazioni” che facevano gli americani nei Paesi della loro sfera d’influenza. Tipo...».
Sta per citare Di Pietro.
«Ecco, ma lasciamo perdere. Negli anni dopo Tangentopoli, tutte le volte che me lo sono ritrovato alla buvette mi sono girata dall’altra parte».
Vannacci?
«Un altro che mi sembra figlio di un’operazione americana. Dice delle cose allucinanti, pericolose. Personaggio strano».
Per chi vota?
«Alle ultime elezioni ho votato per Forza Italia. Ma alle prossime potrei essere interessata a votare uno come Calenda. Però vediamo».