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 2026  luglio 22 Mercoledì calendario

Equalize, la rete degli spioni. La procura: in 74 a processo

Il treno in corsa dell’inchiesta Equalize non fa fermate in stazioni intermedie di scrematura di qualcuno dei passeggeri indagati, ma arriva (a udienza preliminare probabilmente a fine anno) così com’era partito con gli arresti nell’ottobre 2024 degli «operativi» Samuele Calamucci e Carmine Gallo (ex poliziotto morto di infarto un anno fa) dell’agenzia investigativa, di cui era socio di maggioranza l’allora presidente della Fondazione Fiera Milano, Enrico Pazzali. Dopo una prima richiesta di processo in aprile a carico appunto di Pazzali e di una dozzina di coindagati, associatisi per i pm nel massiccio saccheggio abusivo e lucroso commercio di banche dati pubbliche attraverso la corruzione spicciola di appartenenti alle forze dell’ordine legittimati a consultarle, ora la Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio di 74 persone (quasi fotocopia dell’avviso di conclusione delle indagini di tre mesi fa) tra i clienti di Equalize: cioè tra i committenti degli accessi abusivi alle banche dati su poco meno di 850 soggetti di loro interesse per beghe sentimentali, saghe familiari, liti ereditarie o d’affari.
Chi si è fatto interrogare non ha convinto il pm Francesco De Tommasi e il procuratore aggiunto Eugenio Fusco di essere stato inconsapevole dei metodi illegali di Equalize. E tra gli altri, dunque, dovranno riproporre le proprie difese alla giudice Tiziana Landoni non solo Pazzali, additato dai pm come l’«ideatore» che avrebbe tratto «profitto» dal commercio di «informazioni illecite», a volte utilizzandole a «scopo estorsivo» e «ricattatorio» per «influenzare» la «politica» e «l’imprenditoria» contro i propri «avversari»; ma anche, tra i clienti, l’imprenditore Leonardo Maria Del Vecchio, indagato sia per controlli su una ex fidanzata sia per ricerche patrimoniali nel 2023 sui familiari nella contesa per l’eredità dello scomparso patron di Luxottica; i banchieri fratelli Matteo e Fabio Arpe, per un conto in banca della compagna dello scomparso padre; il responsabile Stefano Speroni dell’intera divisione affari legali di Eni per ricerche sui rapporti tra l’imprenditore Francesco Mazzagatti e Piero Amara, richiesta che costa a Speroni anche accuse di calunnia di Mazzagatti bollato come vicino alla ‘ndrangheta, e di concorso nelle dichiarazioni false di un ex pentito in indagini difensive. Poi ci sono alti manager del gruppo energetico Erg (per carpire messaggi sui telefonini di dipendenti sospettati di insider trading), dirigenti di Birra Heineken, e manager del gruppo Barilla (per cercare chi fosse la fonte interna di un giornalista). E ancora il costruttore «re del superbonus» Lorenzo Sbraccia, per le proprie geometrie politiche-economiche a Roma; Fulvio Pravadelli, ex ad di Publitalia e direttore della Veneranda Fabbrica del Duomo, per avere notizie sul cantautore Alex Britti ex compagno della figlia; o il fratello dell’estraneo velocista Filippo Tortu, Giacomo, nel 2021 (al costo di 10 mila euro) alla ricerca di indici di vagheggiati doping sui telefoni dell’olimpionico Marcell Jacobs e del suo staff. Tra le persone di cui è già emerso fossero stati consultati abusivamente i dati, per le ragioni più disparate e più o meno serie, il presidente del Milan Paolo Scaroni, l’architetto Stefano Boeri, il banchiere Giovanni Gorno Tempini, Ginevra Caprotti, Fabrizio Corona, Selvaggia Lucarelli, Sonia Bruganelli, Ricky Tognazzi.
Le uniche limature ieri sono i 4 patteggiamenti a pena pecuniaria sotto i 30 mila euro della società «Number1» (logistica alimentare) e di tre suoi manager per controllo illecito dei dipendenti con alterazione di messaggi (ma con due dei tre colleghi di Gianpaolo Calanchi, i manager Alessandro Campana e Raimondo Testa, che vedono archiviare l’accusa di accesso abusivo). Definita anche la posizione di Pierfrancesco Barletta, ex socio Equalize col 5%, già nel cda Leonardo ed ex vicepresidente Sea. Caduta l’iniziale accusa di associazione a delinquere, nell’interrogatorio ha dimostrato che un accesso abusivo attribuitogli fosse riconducibile ad altri: qui va verso l’archiviazione, mentre la residua accusa legata a una domanda a Gallo (se fosse possibile usare un virus per comprendere se una collaboratrice stesse cambiando azienda) è stata inquadrata dai pm un «tentativo», che Barletta ha scelto di patteggiare a pena convertita in 30 mila euro di ammenda.