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 2026  luglio 21 Martedì calendario

Caso Gilley, la Corte d’Appello blocca l’estradizione

Sul caso Gilley gli Usa non hanno garantito, riguardo alla non applicabilità della pena di morte, uno «standard di garanzia assoluto» come la normativa «impone». Quindi, l’ingegnere accusato di avere ucciso la moglie incinta evaso dal Texas all’Italia perché rischia la pena di morte, non può al momento essere estradato. Lo ha deciso la Corte d’appello di Torino, che ha ordinato agli Usa di «fornire» ai giudici una «documentazione aggiuntiva» che garantisca non solo che Gilley, se riconsegnato alle autorità giudiziarie della contea di Harris non verrà ucciso, ma anche che non verrà applicato nel suo caso l’ergastolo senza condizionale, pena definita dalla normativa europea «inumana».
La Corte chiede nuove garanzie agli Usa
Gli Usa hanno tempo fino al 31 agosto per inviare alla Corte d’appello i chiarimenti richiesti. In primis, scrivono nell’ordinanza la presidente Cristina Palmesino e la consigliera Marta Sterpos, «in che modo si può considerare garantito dal governo Usa il rispetto della condizione relativa alla non applicazione della pena di morte». Il riferimento è una mail firmata dalla pm del caso Gilley negli Usa, nella quale la magistrata scrive al difensore di Gilley di non volere mettere nero su bianco che la pena di morte non verrà mai applicata. Era stata l’avvocata di Gilley in Italia, Monica Grosso, a sollevare la questione. La mail della pm americana non è in linea con la scarna dichiarazione inviata all’Italia dall’ufficio del procuratore della contea di Harris: «L’ufficio del procuratore distrettuale non ha richiesto la pena di morte».
Il rischio della pena di morte e la decizione della Corte
Il tenore della mail prodotta dalla difesa, secondo la Corte d’appello, «fa ritenere che l’ufficio del procuratore distrettuale della contea di Harris non abbia rinunciato definitivamente a perseguire una condanna alla pena di morte». E del resto, nella dichiarazione giurata prima citata, si è solo affermato che non era stata richiesta la pena di morte, non che non si sarebbe potuto chiederla in futuro.
«Del resto il processo non è ancora iniziato», sottolineano le giudici. Che in un altro passaggio rimarcano: «A questa Corte non è quindi chiaro come il governo degli Usa possa garantire il rispetto della condizione che la pena di morte non sarà inflitta e, se inflitta, non sarà eseguita, visto l’atteggiamento non lineare che è dato cogliere da parte dell’ufficio del procuratore distrettuale della contea di Harris». Troppa ambiguità dunque, dagli Usa.
I dubbi dei giudici sulle accuse a Gilley
Non solo. «Va considerata anche la problematica relativa alla condanna alla pena dell’ergastolo senza possibilità di liberazione», scrive la Corte. Che chiede agli Usa di inviare chiarimenti anche riguardo alla questione se sia «possibile che Gilley sia condannato a una pena meno grave dell’ergastolo senza condizionale, in virtù di un accordo tra accusa e difesa» e «se l’accusa possa formulare un’imputazione meno grave (rispetto al duplice omicidio, ndr)».
La vittima, la moglie di Gilley, era incinta di sole otto settimane. Il feto «non aveva la possibilità di sopravvivere autonomamente», sottolinea la Corte d’appello. Ma in Texas un feto di due settimane viene considerato un individuo. Ed è per questo che Gilley rischia la pena capitale. Il reato che gli viene contestato è «omicidio plurimo». «Fuggo in Italia perché è un paese garantista», aveva detto l’ingegnere in udienza, supplicando i giudici: «Sono innocente, non estradatemi, negli Usa mi uccideranno».