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 2026  luglio 21 Martedì calendario

Intervista ad Aurora Ruffino

Una bella carriera, a partire dal film d’esordio, La solitudine dei numeri primi, fino al recente The Saints, arruolata da Martin Scorsese. «Eppure tutto è cominciato con una delusione d’amore». A raccontarlo è Aurora Ruffino, che domenica alle 21,30 sarà ospite di Cinema sulla Pista 500, la rassegna organizzata da Distretto Cinema e Pinacoteca Agnelli con Film Commission Torino Piemonte e Museo Nazionale del Cinema. Nell’occasione, l’attrice torinese presenterà il suo romanzo Volevo salvare i colori (Rizzoli), prima della proiezione del film di Jean-Pierre Jeunet, Il favoloso mondo di Amélie.
Lei è nata a Torino, è cresciuta a Druento e poi si è trasferita a Roma. Come è cominciato tutto?
«Paradossalmente grazie a una pena d’amore. Dovevo partire per la Sardegna con il mio fidanzato, che invece mi lasciò. Così rimasi a Torino e partecipai, con la scuola di musical, a uno spettacolo organizzato da Film Commission. Lì stavano facendo i provini per La solitudine dei numeri primi. Dopo tanti provini fui scelta. Quindi, scherzando ma non troppo, ringrazio il mio ex: se non mi avesse lasciata oggi non sarei qui».
Guardando alla sua carriera, quali sono i progetti che le hanno lasciato di più?
«Sicuramente “Braccialetti Rossi”. Quello che è successo con quella serie non mi è più capitato. Ho visto bambini negli ospedali creare davvero i loro “Braccialetti Rossi”, perfino una radio come quella della fiction. Undici anni dopo ci sono ancora ragazzi che ci raccontano quanto quella storia abbia cambiato il loro modo di vedere la malattia e la vita. È lì che ho capito cosa significa fare cultura: qualcosa entra dentro di te, ti trasforma e poi torna nel mondo».
E poi?
«“Questo nostro amore”, che abbiamo girato anche a Torino e che porto nel cuore, “I Medici”, la mia prima serie internazionale in inglese, e “La lunga notte”, dove interpretavo Maria José, l’ultima regina d’Italia. Mi sento molto fortunata: non è scontato partecipare a così tanti progetti belli».
Nel novero c’è anche una produzione internazionale con Martin Scorsese.
«Sì, ho appena interpretato Santa Lucia nella seconda stagione di “The Saints”, serie prodotta e narrata da Martin Scorsese. È stato emozionante».
Ora, però, è anche scrittrice. «In realtà scrivo da sempre. Solo che tenevo tutto per me, perché non pensavo di essere all’altezza. “Volevo salvare i colori” ha iniziato a nascere nel 2015, mentre giravo “Braccialetti Rossi”. Non pensavo di scrivere un libro. È arrivata una pagina, poi un’altra. Era come un seme che germogliava dentro di me. A un certo punto ho capito che quella storia voleva nascere. Ho deciso di smettere di avere paura del giudizio e l’ho mandata agli editori. Quando Rizzoli ci ha creduto è iniziata una nuova avventura».
Di cosa parla?
«È la storia di Vanessa, una ragazza di vent’anni che perde la madre nel giorno della sua nascita e cresce convinta di non meritare la felicità. Porta sulle spalle un enorme senso di colpa e affronta un viaggio, soprattutto interiore, che la porterà a trasformare l’odio verso se stessa in una nuova possibilità d’amore».
Quanto c’è di autobiografico?
«Non è la mia storia, ma non avrei potuto raccontare il dolore del lutto materno senza averlo conosciuto, come è stato. Quel dolore mi appartiene».
Sta già lavorando al secondo libro.
«Sì, sarà il seguito. Ritroveremo Vanessa 11i anni dopo. Sarà una donna diversa e affronterà nuove sfide».
Recitare non le basta più?
«La recitazione resta fondamentale della mia vita, ma oggi sento un desiderio più forte: creare. L’attore interpreta parole scritte da altri. Io invece sento il bisogno di dare forma a qualcosa che nasce da me, che sia un romanzo, un incontro con il pubblico o un talk. Amo i confronti, parlare di filosofia e spiritualità. Il mio sogno non è di continuare a esprimere la mia verità con strumenti sempre diversi».
Torino, oggi, che effetto le fa?
«Torino non è una città neutra per me: la porto nel sistema nervoso. È il luogo dove sono nata e cresciuta: quando vivi emozioni profonde in un posto, quella memoria resta dentro di te per sempre e porta sentimenti molto intensi».
Quando torna a Torino, c’è un posto del cuore?
«La Mandria. Ogni volta ci vado con mio nonno, a passeggiare. È uno di quei riti che non cambiano e che mi fanno sentire, ogni volta, di essere tornata davvero a casa».