La Stampa, 21 luglio 2026
Washington: inizia il ritiro dell’Idf dal Libano
L’intesa diplomatica definita in Italia inizia a essere attuata, aprendo la strada alla de-escalation militare nel Libano meridionale. Washington certifica lo sblocco della situazione sul terreno, comunicando l’avvio della prima fase di stabilizzazione con il graduale ritiro delle forze di Difesa israeliane: ieri «sono state avviate le operazioni nella zona pilota nei villaggi di Froun, Srifa e Zawtar Al-Gharbiya, in conformità con il quadro trilaterale e sotto l’egida del Gruppo di coordinamento militare per il Libano. Questo importante traguardo è il risultato diretto delle discussioni tenutesi la scorsa settimana a Roma tra Israele e Libano». Lo afferma il Dipartimento di Stato, sottolineando che gli Usa «continueranno a collaborare strettamente con entrambe le parti per attuare il Quadro fino al suo esito positivo». L’annuncio, giunto nelle scorse ore per bocca del portavoce Tommy Pigott, segna un potenziale punto di svolta per gli equilibri regionali.
I tre villaggi scelti come contorno della fase pilota diventano così il fulcro operativo di un arretramento coordinato che si poggia sugli esiti dei colloqui riservati avvenuti nella Capitale italiana nei giorni scorsi. La conferma indiretta che i piani tattici stiano già per tradursi in fatti concreti arriva anche dai canali israeliani. Il giornalista Barak Ravid ha dichiarato su X che le manovre di sgombero delle posizioni avanzate da parte dei reparti di Tel Aviv sono imminenti: «Un funzionario israeliano mi dice che il ritiro delle Forze di Difesa Israeliane dalle zone pilota nel Libano meridionale inizierà martedì», ossia oggi.
Il meccanismo sul campo farà capo al Gruppo di coordinamento militare per il Libano, l’organismo tecnico incaricato di vigilare sui movimenti delle truppe israeliane lungo la Blue Line per scongiurare incidenti che potrebbero compromettere la fragile intesa.
Sul terreno, tuttavia, la realtà è ancora segnata da violenze, distruzioni e incertezze operative. Da Zawtar al-Gharbiye, il presidente del consiglio municipale Abd al-Izz ad-Din ha chiarito di non avere ancora ricevuto informazioni formali sul dispiegamento dell’esercito di Beirut, in una zona tuttora sotto attacco; ha spiegato che i reparti israeliani vigilano sui margini del territorio e continuano a condurre incursioni periodiche per incendiare abitazioni, saccheggiare e piazzare cariche esplosive prima di ripiegare. Le azioni di demolizione rimangono sistematiche: i media locali riferiscono di roghi appiccati a Kfar Tebnit (Nabatiye) dopo cinque violenti boati, e di una massiccia esplosione registrata a Taybe (Marjayun). Le cariche di dinamite dell’Idf avevano già sventrato complessi residenziali a Bayt Yahun (Bint Jbeil) e nel centro di Mays al-Jabal.
La giornata di oggi sposterà l’asse dell’attenzione sui palazzi del potere oltreoceano. È infatti atteso alla Casa Bianca il presidente libanese Joseph Aoun per un faccia a faccia con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Sarà la prima visita ufficiale alla Casa Bianca di un leader di Beirut dal 2009. La missione oltreoceano di Aoun punta a ottenere il massimo coinvolgimento di Washington nella gestione della crisi. Il presidente libanese chiederà al Tycoon di fare leva sul governo israeliano affinché rispetti i termini dell’accordo siglato il 26 giugno. I dossier sul tavolo sono la stabilizzazione del cessate il fuoco, il progressivo arretramento delle forze di Tel Aviv dalle aree occupate e il ripristino della sovranità di Beirut su tutto il Paese. Un percorso che, inevitabilmente, incrocia il nodo del disarmo di Hezbollah.