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 2026  luglio 21 Martedì calendario

Freida McFadden riflette sulla sua produzione artistica

La regina mondiale del thriller psicologico è diventata un’autrice bestseller planetaria inventandosi protagoniste stile Kill Bill. Molte di loro si vendicano di uomini patriarcali e violenti, di capi ufficio vessatori e prepotenti. La più famosa è certamente Millie, protagonista della saga The Housemaid: dal primo volume, Una di famiglia, è stato tratto un film con Sydney Sweeney e Amanda Seyfried, tra i più visti sulle piattaforme. «Batte il libro!», ha detto entusiasta la scrittrice dopo l’anteprima.
Per farsi un’idea di chi sia Freida McFadden basta un dato: 56 milioni di copie vendute in tutti i continenti, 9 milioni solo in Francia dove occupa stabilmente il primo posto da mesi e per settimane ha addirittura agganciato saldamente tutti e tre i gradini del podio. In Italia il suo editore Newton Compton di copie ne ha vendute quasi un milione. Niente male per una dottoressa che ha cominciato a scrivere per se stessa e ha autopubblicato i suoi primi romanzi convinta che si trattasse di un gioco che sarebbe finito presto. McFadden è uno pseudonimo. Dietro al nom de plume c’è Sara Cohen, nata e cresciuta a Midtown Manhattan, studentessa di Harvard e poi medico specializzato nel trattamento dei disturbi cerebrali. Per un lungo periodo ha deciso di tenere segreta la sua identità: da pochi mesi ha mollato l’ospedale per dedicarsi alla scrittura e ha deciso di svelarsi. Ma non del tutto. Ancorata al suo pseudonimo, preferisce non rispondere a domande che riguardano le sue idee politiche o, per esempio, una lettura femminista dei suoi testi. Ma mentre esce anche in Italia The Dinner Party – un game book con 22 finali differenti a seconda delle scelte del lettore – racconta il peso che la sua vastissima comunità di appassionati (che si è ribattezzata McFan) ha nelle sue scelte.
“The Dinner Party”, sembra un omaggio a chi la segue da anni. Una volta ha persino cambiato il finale di una storia perché i lettori lo trovavano troppo complicato.
«Per essere chiari, ho cambiato il finale della storia solo perché ero d’accordo con i lettori. Leggo tutte le recensioni per cercare da una parte i commenti negativi con i quali mi trovo d’accordo e dall’altra quelli che ricorrono più volte. A questo punto ho abbastanza esperienza per decidere a quali feedback è importante prestare attenzione. Il parere dei lettori mi ha aiutato a crescere e sono molto grata alle persone che hanno dedicato del tempo a lasciare recensioni rispettose e dettagliate».
McFadden insomma – che accetta di rispondere alle domande ma solo via mail – ha adottato la tecnica rodata del cinema facendo propri i suggerimenti che le arrivano dal pubblico. Il romanzo in questione era The Ex, che racconta la storia di una donna tormentata dall’ex fidanzata psicotica del suo ragazzo. Del resto sono i suoi fan che l’hanno fatta esplodere come fenomeno globale: dopo dieci anni di autopubblicazione, ha negoziato da una posizione di vantaggio gli accordi con le case editrici che hanno fatto la fila per accaparrarsi i suoi titoli.
Torniamo all’inizio del suo successo. Lei è una dottoressa specializzata in traumi cranici. Scrivere è stata una via di fuga?
«È sempre stato un modo per affrontare le difficoltà della mia vita. Anche prima di dedicarmi alla narrativa, tenevo un diario di tutto quello che mi accadeva al lavoro, una sorta di terapia».
Ha detto che quando ha pubblicato il suo primo romanzo, pensava che sarebbe stato l’unico.
«Una parte del lavoro l’ha fatta la fortuna. Ci sono tantissimi autori di grande talento là fuori che non hanno ottenuto il successo che ho avuto io. Ho scritto i libri giusti al momento giusto e sono finiti nelle mani giuste. Affronto ogni scena chiedendomi: “Cosa potrebbe renderla interessante?”. Se non lo è la elimino. Penso sempre a mia figlia, che soffre di Adhd, e a cosa la spingerebbe a continuare».
Parliamo di Millie, cosa pensa che la gente ami così tanto di lei?
«Ci siamo trovati tutti in situazioni simili: trattati male da un capo, un coniuge, un amico. Dà soddisfazione vedere come lei riesca a ribaltare la situazione».
Lei proviene dal mondo dell’autopubblicazione che ha sfornato tantissimi autori, soprattutto autrici, negli ultimi anni: è cambiato il paradigma?
«Il modello editoriale tradizionale prevedeva che fossero i media a decidere quali libri dovessero suscitare l’entusiasmo del pubblico. Questo nuovo modello permette ai lettori di decidere cosa vogliono leggere. È un mondo del tutto diverso rispetto a 30 anni fa».
Alcune persone hanno malignato che i suoi libri fossero scritti dall’intelligenza artificiale.
«Mi infastidisce che ci sia ancora chi insiste nel dire che ho ammesso di usarla anche se ho ripetutamente affermato che non l’ho mai fatto e non lo farei mai. A quanto mi risulta, i libri scritti dall’IA sono terribili. E considerando che il sistema di Google mi fornisce sempre informazioni errate, non sono ancora troppo preoccupata di un’eventuale presa di potere da parte dell’intelligenza artificiale».
Ha detto che il suo obiettivo è intrattenere, non scrivere “Guerra e pace”. Crede che esista una distinzione tra letteratura “alta” e “bassa”?
«Recentemente ho letto che una persona media legge meno di un libro all’anno. Si giudica troppo se un titolo valga o meno. Io penso che il semplice fatto di leggere un libro – qualsiasi libro – sia un grande risultato: molto meglio che scorrere senza sosta notizie negative online».
Qual è il complimento che le è rimasto più impresso? E quale la critica che l’ha ferita di più?
«Molti mi hanno detto che ho restituito loro la gioia della lettura. Sulle critiche, detesto quando un lettore definisce un libro, di qualsiasi autore, “spazzatura”. Non definirei mai “spazzatura” il frutto del duro lavoro di qualcun altro».
Lei che fa tremare 56 milioni di lettori nel mondo, di cosa ha paura?
«Del cibo piccante! Sono ancora traumatizzata da qualcosa che ho mangiato quando avevo sei anni».
Adesso a rispondere è solo Sara, quella vera. Mentre Freida, la regina delle classifiche, sta inventando un altro bestseller.