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 2026  luglio 21 Martedì calendario

Il caffè in capsula? Una tazzina costa più del doppio di quello fatto con la moka

Attenti al chicco. Dopo anni passati nel chiuso di capsule, cialde e altri costrittivi involucri, il caffè si libera e torna alle origini: intero, profumato e soprattutto da macinare. Una piccola controrivoluzione domestica che, una tazzina dopo l’altra, cambia gli scaffali dei supermercati, le cucine di casa e perfino il vocabolario degli italiani.
Il fenomeno non è più soltanto roba da intenditori che discutono di tostatura chiara come altri parlano di Barolo o Grignolino. In Italia il valore delle vendite di caffè in grani è salito del 33% in dodici mesi. In Gran Bretagna la crescita sfiora addirittura il 37%, con volumi aumentati di oltre il 20%. Certo, il chicco tostato resta un prodotto di nicchia rispetto all’intramontabile sacchetto sottovuoto e alla diarchia di capsule e cialde, innovazione che ormai si è fatta tradizione. Ma il caffè in grani sta macinando – è il caso di dirlo – un record dopo l’altro. Questione di moda? Non soltanto. Questione di gusti e anche di tasche.
Cattivi raccolti e clima bizzoso hanno portato nel 2025 arabica e robusta – le due qualità fondamentali che finiscono in tazzina – a toccare prezzi record. L’arabica era già rincarata del 70% nel 2024 ed ha guadagnato un altro 20% nei primi mesi dell’anno successivo.
La robusta, che serviva anche ad alleggerire il costo delle miscele, è salita a sua volta, togliendo ai torrefattori una delle principali vie di fuga dal caro scontrino. Ora le quotazioni all’ingrosso ripiegano, ma il sollievo tarda ad arrivare alla tazzina. Un colosso come Nestlé ha fatto sapere che terrà conto dei minori costi della materia prima nei prossimi listini. Giuseppe Lavazza, invece, spiega al Financial Times che è presto per pensare a cali dei prezzi.
Se le cose stanno così, il consumatore sceglie di raffreddare la moka. Già nel 2024 i volumi di caffè tostato e macinato venduti in Nord America ed Europa sono scesi del 3,8%. Una tendenza che continua. Non si rinuncia al rito, ma si guarda con maggiore attenzione al conto.
Ed è qui che il chicco trova il suo spazio: può costare meno della capsula per singola tazza, e consente di scegliere la dose. Certo, la capsula è comoda, pulita, prevedibile: una specie di caffè con il pilota automatico. Ma la comodità si paga, porzione dopo porzione. Un sacchetto di grani permette invece di regolare quantità, miscela e frequenza.
Anche per questo nasce l’home barista, figura mitologica metà degustatore e metà alchimista. Compra una macchina con macinacaffè incorporato, studia la pressione dell’acqua, cronometra l’estrazione e contempla la crema. Nei casi più seri discute di granulometria, temperatura, corpo, acidità e retrogusto. Il caffè resta quello di prima, ma chi lo prepara e chi lo beve – spesso la stessa persona – no.
Il cambiamento riguarda anche la qualità. Chi passa ai grani, spiega sempre Lavazza, tende a cercare miscele più pregiate, monorigini, tostature recenti e prodotti simili a quelli serviti al bar.
E investe: in Gran Bretagna le vendite dei modelli che macinano e preparano la bevanda premendo un tasto, sono aumentate in un anno del 33,5%, alla faccia della riscoperta della manualità.
La cavalcata del chicco, naturalmente, non significa che la capsula sia finita. Resterà forte grazie alla velocità, alla regolarità e all’assenza di fondi sparsi sul piano della cucina. Ma il monopolio della porzione pronta comincia a incrinarsi. Il consumatore vuole di nuovo vedere, annusare e scegliere la materia prima. E soprattutto macinarla.