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 2026  luglio 21 Martedì calendario

Intervista a Martina Meola

È ancora tempo per i bambini prodigio? Inevitabile chiederselo dinanzi alla milanese Martina Meola. Che se non suonasse il piano come lo suona, se grandi maestri non ne avessero già riconosciuto il talento sarebbe una comune tredicenne che si sta preparando alla terza media e che ancora si definisce “bambina”. Invece l’anno scorso è incappata in Martha Argerich che, ascoltandola in un concorso, ha dichiarato: «Ne sono rimasta molto impressionata. È eccezionale, suona Chopin meravigliosamente, smentendo il fatto che i bimbi non possano suonare il compositore polacco». Da allora Argerich è stata la sua patrocinatrice e l’ha chiamata nelle rassegne che organizza. Stasera Meola tiene un recital alla Basilica di Massenzio, nel cartellone di Santa Cecilia Classica Estate. Un tutto-Chopin, ovviamente: notturni, mazurke, un valzer, l’Andante spianato e Grande polacca brillante, la Ballata n. 1, lo Scherzo n. 2, la Fantasia. Martina, un tuo autoritratto? «Sono una bambina semplice. Simpatica. Scherzosa. Gioiosa sempre. Mi piace suonare in pubblico, di cui amo il calore. Il piano è la mia passione più grande. Senza non riuscirei a vivere».La prima volta che hai messo la mani sulla tastiera? «Avevo cinque anni. I miei, che non sono musicisti ma che ascoltano tanta musica classica, mi regalarono un pianoforte elettrico. Lo desideravo tanto. È stato sentire il Chiaro di luna di Beethoven che mi fatto innamorare dello strumento. Dopodiché ho cominciato a studiare in Moldavia, patria della mamma. E ho continuato a Milano, la città di papà, dove poi siamo tornati tutti ad abitare. Ora frequento il percorso speciale per giovani talenti del Conservatorio di Milano con Silvia Limongelli». C’è il Conservatorio, certo, ma pure la scuola. «Sì, vado benissimo, anche se la trovo noiosa perché toglie spazio alla musica. Ora riesco a suonare solo tre, quattro ore al giorno». E gli amici? «Non mi interessano più di tanto, preferisco il pianoforte». Compagni e insegnanti comprendono questa passione totalizzante? «Alcuni professori sì, e mi danno una mano. Altri fanno fatica a comprendere, perché la musica classica è un universo lontano da loro. Lo stesso con i compagni: pensano che la musica sia un gioco. Ma sarà sempre così, me ne devo fare una ragione. Fossi una campionessa sportiva, sarebbe diverso». In Conservatorio sarà diverso. «Lì condividiamo la stessa passione, però non ho accanto alcun coetaneo, sono tutti molto più grandi. E mi dispiace che, nonostante in Conservatorio già mi appresti a frequentare i corsi di livello universitario, non potrò “laurearmi” in pianoforte che dopo la maturità liceale». Com’è che Martha Argerich è diventata la tua madrina musicale? «Nel marzo dell’anno scorso partecipo al concorso Jeune Chopin di Lugano. Lei è in commissione. Lo vinco. La avvicino per un autografo. Riesco a scambiare solo un paio di parole perché in tanti la circondano per i selfie. Passa qualche mese e lei parla di me ai giornali. Poco dopo arriva una richiesta da Lucerna: vorrebbe che partecipassi a un suo concerto. In seguito mi ospita al suo festival a Chantilly e, un mese fa, ad Amburgo. In quest’occasione porta ad ascoltarmi anche la sua famiglia e il violoncellista Mischa Maisky. Dopodiché mi invita a suonare nel suo recital serale la Ballata n. 1 di Chopin. “Fai il valzer come bis”, mi dice. Alla fine mi consegna una rosa». Che consigli ti dà? «In realtà su come suono non mi ha detto mai niente. Ma siccome da lei continuo a ricevere inviti e cortesie, credo di piacerle». Cosa rappresenta Chopin per te?«È l’autore in cui mi identifico di più. Mi provoca un mix ingarbugliato di emozioni. Vi sento gioia, eleganza, nobiltà, brillantezza, speranza, sofferenza, amore, tutto fuso in opere meravigliose. E la Ballata n. 1, che riassume queste emozioni, è l’espressione più intensa della sua personalità e della mia». Da milanese, frequenti la Scala? «Non manco mai ai recital pianistici. Solo a quelli però, perché il tempo libero è poco, e il mio interesse principale è ascoltare i grandi del piano. Rammento la prima volta alla Scala, appena rientrata a Milano dalla Moldavia. Suonava Khatia Buniatishvili. Curioso che un paio di giorni fa mi abbiano cercata all’ultimo minuto proprio per sostituire lei nel prestigioso festival francese a La Roque d’Anthéron, duemila posti sold out». Che ansia, no? «Mai. Sul palco mi sento sempre tranquilla come a casa». Avrai suonato Chopin. «E Liszt, altro mio prediletto, più Charles-Valentin Alkan, pure lui romantico, ma francese, che in Italia nessuno conosce e che vorrei contribuire a diffondere». Delle canzoni che piacciono agli adolescenti, tu quale ascolti? «Non ne conosco. A me basta la mia musica».