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 2026  luglio 21 Martedì calendario

Crisi idrica, la rete italiana fa acqua

In Italia viviamo un paradosso. Da una parte, abbiamo sempre meno acqua disponibile per colpa del collasso climatico (responsabile di siccità prolungate e piogge estreme, che il terreno arido non riesce ad assorbire) e della massiccia cementificazione del territorio. Secondo l’Ispra, nel 2025 siamo arrivati ad avere riserve idriche per 128 miliardi di metri cubi, una quantità inferiore del 7% rispetto alla media annua registrata dal 1951 (138 miliardi) e del 23% rispetto a quella del trentennio 1921-1950 (166). Dall’altra, continuiamo a prelevare ingenti volumi di acqua potabile, per uso domestico e per far funzionare ospedali, alberghi, scuole, uffici pubblici, piccole imprese e negozi, risultando secondi solo all’Irlanda con 150 metri cubi annui per abitante attinti.
Ma quel che è peggio è che in fase di distribuzione perdiamo oltre il 42% dell’acqua immessa nella rete (157 litri al giorno per abitante) a causa di infrastrutture vecchie e inadeguate (stima Istat riferita al 2022). Così, tra crisi idrica e gravi perdite, nel 2025 è aumentato il numero di famiglie che lamenta irregolarità nell’erogazione di acqua: 2,7 milioni, l’1,5% in più del 2024, quando i capoluoghi di provincia colpiti da misure di razionamento idrico erano già saliti a 17 (tre in più del 2023), la maggior parte in Sicilia e Calabria, con oltre un milione di residenti coinvolti.
«Nel nostro Paese – dichiara Andrea Minutolo, geologo e responsabile scientifico di Legambiente – manca una cultura dell’acqua. Dei 9 miliardi di metri cubi di acqua potabile che si prelevano in un anno, potremmo risparmiarne fino a 3,8 miliardi se solo si investisse di più nell’ammodernamento delle tubature, utilizzando dei sensori per localizzare le rotture. Diamo l’acqua per scontata, considerandola una risorsa abbondante e inesauribile, visto anche il basso costo a cui la paghiamo (circa 2 euro per metro cubo), al di sotto della media europea (circa 3 euro). Ma è un bene limitato e vulnerabile». La riserva idrica nazionale, oltretutto, è messa in pericolo da un’inarrestabile pavimentazione del suolo. Nel 2024, ultimo anno analizzato dall’Ispra, sono stati coperti 84 chilometri quadrati (il 15,6 % in più del 2023) a fronte di appena 5 chilometri quadrati restituiti alla natura: il più alto consumo di suolo netto degli ultimi 12 anni. «Dal dopoguerra il progressivo incremento di superfici artificiali impermeabili ha ridotto la capacità del terreno di immagazzinare acqua piovana nelle falde sotterranee e ha portato a un rialzo delle temperature nelle città, innescando l’effetto isola di calore» sottolinea Minutolo. A ciò si somma l’inquinamento atmosferico, concausa del riscaldamento globale.
«Entro il 2050, se non si rispettano gli obiettivi europei di riduzione delle emissioni di gas serra, la disponibilità di acqua in Italia crollerà di un ulteriore 20% rispetto a quella del periodo 1991-2020» avverte Stefano Mariani, responsabile della sezione analisi e previsioni meteo-idrologiche e risorse idriche dell’Ispra. L’Europa è il continente che si sta riscaldando più in fretta. «Con l’aumento delle temperature – prosegue – cresce la quota di acqua che evapora da terreni, laghi, fiumi e piante, che lo scorso anno ha raggiunto il 56% della precipitazione, superando la media degli ultimi 70 anni. Questo comporta piogge più intense e concentrate, che non riescono a infiltrarsi e a ricaricare le falde, e periodi più lunghi e acuti di siccità». Nel 2024, riporta l’Istat, oltre il 90% delle aziende agricole italiane ha segnalato difficoltà d’irrigazione, specialmente al Sud.
L’emergenza deriva, dunque, da più fenomeni che si sovrappongono e richiede interventi su più fronti: contenere le emissioni e il consumo di suolo e risparmiare acqua, riducendo gli sprechi. Come? Minutolo elenca le strategie. «Efficientare la gestione del servizio idrico» è la prima. Ancora 1.310 Comuni, soprattutto del Sud, si occupano direttamente della depurazione e dell’erogazione dell’acqua anziché aggregarsi con altri enti locali (in «ambiti territoriali ottimali»), come previsto dalla legge. «Le piccole gestioni, a differenza delle grandi società, hanno poca capacità di investimento (22 euro per abitante nel 2024 secondo Utilitalia, ndr), per cui in caso di imprevisti, una perdita ad esempio, non hanno squadre di pronto intervento e quando l’acqua scarseggia ricorrono più facilmente al razionamento idrico» spiega l’esperto di Legambiente. Le altre azioni prioritarie sono: «In agricoltura, incentivare il riuso delle acque reflue trattate, sicure e controllate ma impiegate solo per lo 0,4% delle superfici irrigate complessive, e l’acquisto di tecnologie di irrigazione di precisione, per fornire acqua quando il terreno ne ha bisogno e in quantità esatta; nelle abitazioni, differenziare la rete dell’acqua potabile da quella non potabile, per usi meno nobili».