Corriere della Sera, 21 luglio 2026
Intervista a Guido Martinetti
Guido Martinetti si commuove due volte. Una lacrima gli accarezza lo zigomo quando ricorda l’incidente automobilistico del 2012 in cui morì un pensionato. Sono invece tante, e liberatorie, le lacrime che accompagnano i ricordi del giorno del suo matrimonio con Martina Giraudo, farmacista e nutrizionista, nella chiesetta di Costigliole d’Asti. Era il 3 settembre del 2022: «Io sono ateo, ma sapevo quanto fosse importante per lei e per i genitori sposarci in chiesa. Quando il padre me l’ha affidata sull’altare, ho sentito la responsabilità di quel gesto. E ripensarci mi tocca ancora profondamente». Cinquantuno anni, già cofondatore di Grom e oggi enologo e imprenditore con il relais Le Marne, la tenuta vitivinicola Mura Mura, il ristorante Radici e i gelati Lec, Martinetti si apre senza farsi sconti davanti a un caffè a Milano.
Da piccolo cosa sognava?
«Prima degli otto anni volevo fare l’avvocato. Poi, alla festa per la mia prima comunione, mi ubriacai con il Château Filhot, un sauternes dolce. E decisi che sarei diventato produttore di vini».
Come suo padre Franco.
«Lui è un artista, molto competente su vino e gastronomia. I miei genitori si stavano separando, a quei tempi. Da adulto, ho capito che con la mia idea stavo solo cercando di entrare nelle sue grazie: cibo e vino erano l’unico canale di comunicazione tra di noi».
Al suo TEDx di Courmayeur ha usato parole molto dure: «Siate lucidi come non lo è stato mio padre, quando vi assumete la responsabilità di prendervi cura di qualcuno». Lui lo ha visto?
«No. Ma mio padre è su un altro pianeta. Per capirci: non mi fa neanche gli auguri per il compleanno. È un fanciullo di 82 anni che gioca ancora».
Cos’ha preso da lui?
«Il senso del bello e dell’eleganza, anche nei confronti degli altri. Arrivare puntuali è una forma di rispetto, e dunque di eleganza. Così come pagare le tasse».
E da sua mamma Laura?
«Aveva la terza media, era molto semplice. Eppure quando entrava in una sala, le bastava guardarsi intorno per capire le caratteristiche di chiunque si trovasse lì. Da lei ho preso la sana curiosità per l’animo umano».
Ha fatto in tempo a vedere i suoi successi?
«È mancata nel 2014, per un tumore al polmone. Quando il medico mi disse che aveva davanti a sé 90 giorni, l’ho considerato un regalo. Viviamo come se il nostro tempo fosse infinito. Invece, guardare la clessidra con quei pochi granelli mi ha dato l’opportunità di non sprecarne uno».
Era orgogliosa di Grom?
«Quando le dissi che mi sarei iscritto ad Agraria si disperò: per lei, di estrazione contadina, il salto lo rappresentavano i notai, gli avvocati, i dentisti. Figuriamoci quando le annunciai che volevo fare il gelataio».
L’idea le era venuta leggendo un articolo in cui Petrini si lamentava che non ci fosse più il gelato di una volta.
«Un anno dopo, nel 2003, gli portai il nostro gelato al pistacchio e lui si leccò barba e baffi. Mi emozionò quando mi chiese di portare la testimonianza della nostra impresa agli studenti dell’università di Pollenzo. Conservo di lui una visione di narcisismo socialista straordinaria».
Narcisismo?
«Sono un grande tifoso di questa parola. Oggi ne leggiamo l’accezione estetica-caratteriale più povera, ma è la gratificazione dell’io che ci fa alzare la mattina dando il meglio di noi stessi. Quando lo definisco socialista, invece, è perché lui subordinava l’interesse personale alla qualità della vita delle persone».
Ha costruito il relais Le Marne a Costigliole d’Asti, dov’era nata sua madre. Un gesto d’amore.
«In salotto teneva i settimanali che mi avevano dedicato la copertina disposti a raggiera. Più volte le chiesi di toglierli, senza successo. Finché l’affrontai di petto: “Mamma, non mi piace che mi esibisci così”. E lei, fermissima: “Ma io non esibisco te, esibisco il mio lavoro”».
Non è un fratello, ma è come se lo fosse: Federico Grom, sodale del gelato.
«Lui è molto di più, è tutto: fratello, papà, testimone di nozze, socio. Siamo amici dai tempi del servizio militare in fanteria, entrambi accompagnatori di un invalido di guerra non vedente. Eravamo vicini di branda».
Che esperienza fu?
«Gino aveva perso la vista ed entrambe le braccia nel 1954, da bambino, per un ordigno esploso in campagna. Quando stai 24 ore su 24 con una persona così, ci vai in bagno con tutti gli annessi e connessi, impari la preziosità delle tue mani e di tante altre cose. Fu lui a darmi una grande lezione sulla puntualità».
Racconti.
«Era il mio compleanno e avevo chiesto al capitano di non rientrare in caserma di sera, per festeggiare con gli amici. Il permesso era vincolato alla firma di Gino. Io però mi ero presentato in ritardo e lui non volle firmare. “Ma Gino, è il mio compleanno!”, lo supplicai. E lui: “La lezione di oggi la imparerai più avanti”. Aveva ragione: bisogna assumersi la responsabilità delle proprie azioni e pagarne le conseguenze».
Come ha fatto con Vincenzo Rappazzo, l’uomo che morì nell’incidente da lei provocato in autostrada nel 2012: patteggiò un anno e dieci mesi. Sente ancora la figlia?
«Certo. L’incontro con Maura è stato un’altra fortuna incredibile per me, superiore a vincere qualunque lotteria. Non dimenticherò mai quando entrò nella mia stanza in ospedale. Scoppiai in lacrime e lei mi strinse il polso: “Guarda Guido, io ora non sono qui con te per piangere sul passato, ma per sorridere al futuro”».
Ha incontrato la madre?
«Non vuole, la capisco».
C’è stato un momento in cui Grom è esploso, Sarah Jessica Parker si dichiarava pazza del vostro gelato e lei era diventato lo scapolo più ambito d’America. Come ha fatto a non montarsi la testa?
«Perché so quanto sarebbe potuta essere diversa la mia vita se fossi nato in un altro contesto sociale, familiare, o in un altro Paese. La storia del Piemonte, della popolazione contadina che si è sempre data da fare mi ha influenzato».
Nel 2015 Grom è stato venduto a Unilever. Perché non si può dire a quanto?
«Perché abbiamo firmato un accordo di riservatezza».
All’infinito?
«Sì. Ma aveva scadenza l’accordo di non competizione».
Questo spiega perché la ritroviamo con il gelato.
«Sono in società con Charles Leclerc per i gelati proteici Lec, buoni come quelli artigianali, ma con un terzo delle calorie. Però mi faccia aggiungere una cosa sulla cessione a Unilever: molti ci hanno criticato per aver “tradito” l’Italia. Pochi comprendono che ho reinvestito quasi tutti i proventi in Mura Mura, alle Marne e nel ristorante Radici. Una realtà tutta piemontese che nei picchi stagionali dà lavoro a 50 persone».
Luciano Ferraro scrisse sul «Corriere» che lei è l’unico enologo e buongustaio magrissimo. Come lo spiega?
«Alle Marne ho una piscina coperta di 25 metri dove ogni mattina alle 6 nuoto ascoltando Hold My Hand di Lady Gaga. E faccio tutte le call di lavoro camminando per i campi. Ammetto di non avere un rapporto sano con il cibo, sono abbastanza compulsivo: quando faccio le degustazioni del gelato ne mangio un chilo per volta. Infine sono ex triatleta: ho talento negli sport di resistenza perché ho l’intestino più corto».
Fin da piccolo?
«Nato così. Non potevo digerire il latte fino ai 10 anni».
Berlusconi la voleva candidare.
«Ricordo la cena ad Arcore, mi diede una notte per pensarci. Ma già mentre il suo autista mi riportava a casa sapevo che non lo avrei fatto. Sento un afflato per la politica e per la società, sarei capace: mi ritengo incorruttibile, amo l’Italia in modo sfrenato, adoro gli italiani con debolezze e campanilismi».
Chi altro la contattò?
«Giorgia Meloni, quando non era premier. Mi invitò a parlare di imprenditoria a una convention di Fratelli d’Italia. La stimo moltissimo, per l’impegno e la stabilità che ha dato all’Italia».
E perché non si candida?
«Perché diventare papà è la mia priorità assoluta. Io e Martina ci stiamo provando. Lei ha 37 anni, due lauree, un’educazione con valori altissimi e un sorriso che apre il mattino. Era così felice il giorno del nostro matrimonio che mi sarei voluto risposare il giorno dopo».