Corriere della Sera, 21 luglio 2026
No all’estradizione dall’Italia alla Cina per un ricercato a rischio esecuzione
Sono passati più di 30 anni da quando uccise a coltellate il confinante del terreno che coltivava nella provincia cinese di Hebei. «È stata legittima difesa», disse l’anno scorso mentre la polizia lo arrestava per omicidio su richiesta delle autorità giudiziarie di Pechino. Alle quali, però, non sarà consegnato perché, nonostante si siano impegnate a non condurlo al patibolo, non c’è alcuna certezza che in patria scampi a quella pena di morte, che non è ammessa dalla Costituzione italiana. È tornato a fare le consegne ai ristoranti con il furgone del negozio di generi alimentari orientali di Bergamo per il quale lavora.
Jungxiang Wang ogni mattina parte da Milano per raggiungere Bergamo, come il 7 agosto 2025. Fu allora che la polizia lo fermò mentre scaricava i pacchi in un ristorante della provincia. Gli agenti della squadra mobile di Milano, che lo seguivano da un po’, avevano in mano un mandato di arresto internazionale emesso dall’ ufficio di pubblica sicurezza del distretto di Gaocheng, nel Nord della Cina, in cui veniva accusato di omicidio volontario e tentato omicidio commessi il 4 ottobre del 1995. Fu durante una lite che accoltellò a morte il proprietario del terreno che confinava con il suo e poi ferì anche il fratello della vittima, prima di fuggire facendo perdere le sue tracce in Cina, dove le ultime risalgono al 1997.
Ricompare in Italia nel 2002, quando riesce a ottenere sotto falso nome un permesso di soggiorno per lavorare come operaio. Per 21 anni nessuno sembra farsi carico di cercarlo, almeno fino a maggio del 2023, quando gli inquirenti cinesi emettono un ordine di arresto internazionale nei confronti di Jungxiang Wang, 56 anni, residente a Milano, che lo porta in carcere a Bergamo e poi di fronte alla Corte d’appello di Brescia, che deve decidere sulla richiesta di estradizione avanzata dalla Cina. La Procura Generale dice di sì, lui, assistito dall’avvocato Riccardo Mariconti, si oppone. E ha ragione, perché ad ottobre i giudici non lo rimpatriano e lo scarcerano seduta stante (l’arresto era ai soli fini estradizionali). La decisione, però, viene annullata a febbraio dalla Cassazione per questioni procedurali. Si ritorna in aula a Brescia dove l’avvocato Mariconti ribadisce che Wang non può essere rispedito a casa in quanto rischia la pena di morte, contraria alla Carta costituzionale e alle leggi italiane. Insiste l’ambasciata cinese a Roma: in una memoria afferma che per quel tipo di reati, che erano stati commessi «d’impeto, senza premeditazione e senza particolare crudeltà», la «prassi giudiziaria cinese orienta verso pene detentive o l’ergastolo ma non la pena capitale». Aggiunge, poi, che la Corte suprema del popolo della Repubblica popolare cinese si era impegnata a non applicare comunque la pena di morte e che, se rimpatriato, Wang sarebbe stato rinchiuso in un carcere conforme agli standard europei.
Assicurazioni che non bastano alla Corte che ancora una volta dice no all’estradizione perché, si legge nella sentenza, può essere data solo se lo stato richiedente adotta «una decisione irrevocabile che irroga una pena diversa dalla pena di morte». Invece, né le «rassicurazioni» né «gli impegni» cinesi lo escludono «espressamente». E non può essere estradato anche a causa delle condizioni delle carceri di Pechino in cui, come rileva anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, si verificano «sistematiche violazioni dei diritti umani» e viene «tollerato il ricorso alla tortura» anche per «ottenere la confessione».