Corriere della Sera, 21 luglio 2026
Petrolio, prezzi e armi. Quei fattori che azzoppano (con velocità diverse) entrambi i contendenti
Sia gli Stati Uniti che l’Iran stanno perdendo la guerra, ma lo fanno a velocità diverse. Gli Stati Uniti perdono perché l’obiettivo del cambio di regime per ora è fallito, l’Iran non rinuncia al suo programma nucleare e lo stretto di Hormuz resta chiuso, alterando ogni giorno di più i fragili equilibri dei mercati dell’energia. Il regime di Teheran perde invece per tutte le altre ragioni: è decapitato e diviso in versioni diverse di estremismo e intransigenza, il contro-blocco americano di Hormuz è destinato ad impoverirlo progressivamente e i bombardamenti continuano a distruggere infrastrutture e siti produttivi nel Paese per un totale cumulato di centinaia di miliardi di dollari. La differenza fra queste forme parallele di sconfitta è però decisiva, perché esse non maturano allo stesso tempo. La situazione non diventerà insostenibile per entrambe le parti simultaneamente e questa asimmetria finirà per contare: chi subisce prima i danni maggiori dovrà offrire nuove concessioni.
Quanto a questo, l’Iran è sotto pressione. Il Paese in primavera ha subito per due mesi un parziale blocco americano della sua capacità di esportare greggio; adesso il blocco è tornato dopo un mese di sospensione. Nella prima fase sembra che il Paese sia passato da un export di quasi due milioni di barili al giorno a circa 300 mila, con una perdita di ricavi da 130 milioni di dollari al giorno e per otto miliardi in totale. Ora il regime di Teheran è di nuovo di fronte a uno scenario del genere. Nessuno sa se può sostenerlo, però alcuni precedenti esistono: dopo la denuncia da parte di Donald Trump degli accordi di Barack Obama sul nucleare, con il ritorno delle sanzioni, l’export di petrolio dell’Iran crollò da oltre due milioni di barili al giorno a una media sotto ai 300 mila. Allora il regime tenne in quelle condizioni per oltre due anni e mezzo, prima di una ripresa dell’export con Joe Biden alla Casa Bianca. E certo oggi tutto è diverso, anche perché il Paese è impoverito e da pochi giorni di nuovo sotto le bombe. Ma i precedenti non dicono che il sistema di potere di Teheran sia destinato a incrinarsi solo a causa di un blocco dei fatturati o per i bombardamenti.
C’è poi un altro fattore-tempo a giocare contro il regime: si avvicina il momento in cui gli altri Paesi del Golfo avranno sviluppato oleodotti per esportare petrolio aggirando Hormuz. Le nuove condutture potranno trasportare quasi due terzi dei barili che fino a febbraio scorso passavano dallo stretto e, quando funzioneranno, l’Iran avrà perso la sua arma geopolitica. Ma non sarà per domani: solo a metà 2027, al più presto, gli Emirati Arabi Uniti avranno completato il raddoppio della linea esistente (1,8 milioni di barili in più); ma perché il quadro possa iniziare a cambiare bisognerà attendere il 2028 con nuovi oleodotti sauditi ed emiratini. I pasdaran, dunque, oggi potrebbero pensare di essere in grado di attendere che Trump si stanchi.
Due fattori invece mettono la Casa Bianca sotto pressione. Il primo non è tanto il prezzo del petrolio, ma l’aumento senza precedenti dello scarto fra quest’ultimo e il carburante raffinato: lo spread fra questi due valori non era mai stato sopra i 60 dollari al barile in più da pagare per i carburanti, rispetto al greggio. Ciò è dovuto ai bombardamenti ucraini sulle raffinerie russe e al blocco degli impianti nel Golfo. E rincara il prezzo della benzina.
Il secondo fattore che pesa su Trump riguarda invece l’arsenale americano. Nei primi 40 giorni di guerra il Pentagono ha consumato circa un terzo dei suoi missili Tomahawk e due terzi delle difese terra-aria Thaad. In parte possono essere sostituiti da armi meno avanzate. Ma ora l’America deve di nuovo combattere, mentre serviranno anni per ricostruire le scorte. L’Iran certo sarà alle corde. Ma neanche Trump può guardare senza preoccuparsi all’ipotesi di una guerra che si prolunghi ancora per molti mesi.