Corriere della Sera, 21 luglio 2026
Al Hayya nuovo capo di Hamas
Hamas, dopo una lunga attesa dovuta all’emergenza, ha finalmente eletto il nuovo leader: Khalil al Hayya. Una scelta di continuità con la componente più legata a Gaza. L’esponente palestinese è nato nella Striscia nel 1960 ed ha vissuto nella zona fino alla vigilia dell’assalto del 7 ottobre contro Israele. Poi si è trasferito in Qatar unendosi alla dirigenza della diaspora per continuare un’attività dove ha intrecciato politica e diplomazia.
Già vice dell’organizzazione, membro del comitato dei cinque incaricato di gestire la fase più difficile dopo l’uccisione di molti quadri, Al Hayya è sempre stato considerato dagli osservatori come il personaggio più vicino a Yahya Sinwar. Era infatti considerato uno dei favoriti nella successione. Dalla sua il rapporto diretto e di sangue con Gaza, la conoscenza del teatro, la capacità conquistata grazie ad un lungo lavoro all’interno del Parlamento, i rapporti stretti con il braccio armato incarnato dalle Brigate Ezzedine al Kassam e le relazioni con l’Iran. Tutti punti che avrebbero spinto la fazione a designarlo in contrapposizione al concorrente Khaled Meshal, altra figura nota, ormai da anni costretta a vivere in esilio e meno entusiasta del link con Teheran. Un successo di misura: 35 voti a favore contro 34.
Hamas, una volta perso lo stratega Sinwar, incalzata dal Mossad dentro e fuori i propri confini, ha assunto una strategia di conservazione, quasi di sopravvivenza. Ecco la creazione del consiglio provvisorio, una risposta alla strategia degli omicidi mirati di Israele, campagna che ha portato all’uccisione dei personaggi rappresentativi: oltre ai fratelli Sinwar sono stati eliminati i rappresentanti in Iran e in Libano, decapitazione seguita dal raid in Qatar contro l’ufficio dove era in corso una consultazione. Un blitz dove Al Hayya ha perso un figlio mentre altri sono morti in epoche differenti sotto i bombardamenti. Stessa sorte per la moglie. Un aspetto personale che conta non poco, un ulteriore aggancio con quanti sono rimasti sotto assedio a Gaza.
Come altri dirigenti Al Hayya è stato preso di mira dagli israeliani, però è sempre riuscito a riemergere imponendosi come elemento di raccordo e guida. Infatti, quando è iniziata la trattativa con gli Stati Uniti ha assunto un ruolo primario. Funzione che ne ha accresciuto la rilevanza. Ha portato avanti il dialogo in un processo negoziale ora fermo, ha tenuto fede ai vincoli con gli ayatollah ma è stato anche costretto ad adottare un profilo più basso nell’agosto di un anno fa in seguito a tensioni con Egitto e Giordania. Erano anche circolate voci su un suo presunto rapimento o persino assassinio, solo voci attorno a un militante destinato a comandare. Per le proprie capacità e perché ne sono rimasti pochi con le caratteristiche indispensabili per farlo.