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 2026  luglio 21 Martedì calendario

Gli Houthi: blocco navale anti-saudita. Il Mar Rosso rischia la paralisi

Si erano detti «pronti» ad aiutare gli ayatollah che li hanno sempre sostenuti, ed ecco arrivato il momento. Ieri il portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree, ha annunciato un «blocco marittimo immediato» contro «il criminale nemico saudita», che la settimana scorsa gli ha bombardato l’aeroporto di Sana’a e che, secondo la visione houthi, ha il torto di ospitare basi statunitensi e appoggiare le azioni Usa contro l’Iran.
La crisi in Medio Oriente si allarga, gli attacchi si moltiplicano, la tensione cresce. Ma c’è anche un segnale di segno opposto dal fronte dei negoziati: i mediatori (Qatar e Pakistan in testa) impegnati a riallacciare i fili diplomatici fra Iran e Usa, hanno proposto alle parti una tregua di 10 giorni per tornare a lavorare a un accordo dopo il naufragio del Memorandum di giugno. Sapremo nelle prossime ore come evolverà la proposta.
Intanto la scena del momento è per gli Houthi, appunto. «Occhio per occhio», è il principio dei miliziani yemeniti al blocco che l’Arabia Saudita ha imposto ai loro porti e aeroporti. Il governo yemenita regolare – sostenuto da una coalizione militare guidata da Riad – definisce la decisione del blocco marittimo «un atto suicida». Il presidente del parlamento yemenita, Sultan al-Barakani, li attacca duramente: «Sanno bene che le conseguenze di questa follia di chiudere un corridoio internazionale saranno gravissime. L’Arabia Saudita ha cercato in tutti i modi di coinvolgerli nel processo di pace e ha sopportato l’insopportabile. Questa banda ostaggio di Teheran oggi sceglie la via della guerra».
Non sono noti dettagli e modalità del blocco ma il vicecapo dell’ufficio stampa degli Houthi, Nasruddin Amer, ha dichiarato che verrà chiuso lo stretto di Bab el-Mandeb, la porta meridionale di accesso al Mar Rosso. Il che vorrebbe dire bloccare le esportazioni di petrolio saudita verso l’Asia e una possibile riduzione dell’offerta globale di petrolio fino al 7%. Va ricordato che un quarto del traffico globale di container transita attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb verso il Canale di Suez e che l’altro snodo fondamentale del petrolio e del commercio globale – lo Stretto di Hormuz – è uno dei punti chiave del disaccordo Iran-Usa.
Mentre il Comando centrale statunitense intensifica i bombardamenti in Iran e mentre i pasdaran colpiscono i Paesi del Golfo amici degli americani (Kuwait, Bahrein, Giordania...), dagli Stati Uniti – dove ieri il presidente libanese Joseph Aoun ha incontrato il segretario di Stato Usa Marco Rubio (oggi vedrà Trump) – arriva una notizia che è un germoglio di speranza per la pace Libano-Israele.
Il giornalista più informato degli States, Barak Ravid di Axios, scrive sul suo profilo X che oggi le Forze di difesa israeliane (Idf) cominceranno a ritirarsi dalle zone pilota individuate nel Libano meridionale. Le truppe israeliane lasceranno la gestione del territorio all’esercito regolare libanese nei villaggi di Froun, Srifa e Zawtar al-Gharbiya. I soldati di Aoun avranno lo stesso compito svolto fin qui dall’Idf, cioè tenere a bada le incursioni e le attività terroristiche di Hezbollah, il movimento politico paramilitare sciita finanziato da Teheran.
Il ritiro delle truppe israeliane dal Libano, che era uno dei punti del Memorandum d’intesa fra l’Iran e gli Stati Uniti, è in parte anche il risultato dei colloqui tenuti la settimana scorsa a Roma fra le delegazioni israeliana e libanese, mediati dall’amministrazione statunitense.
Da Washington ieri sera Donald Trump ha affidato a Truth il suo commento sulle dichiarazioni del sindaco di New York Zohran Mamdani, che aveva ipotizzato l’arresto del premier israeliano Benjamin Netanyahu se andrà in America. «Non sarà arrestato», ha scritto Trump. «Sta combattendo contro l’Iran che ha ucciso, fra gli altri, anche soldati americani». E a Teheran promette: «Pagherete molte volte» l’uccisione di «ogni nostro soldato».