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 2026  luglio 20 Lunedì calendario

Dal bistrot Cefalù al "Bruttone" quando gli accordi si fanno a tavola

’O Nir non s’è mai visto o almeno non è mai stato fotografato dentro il Cefalù e ormai che Clesio Gomes Tavares se n’è fuggito in Camerun (bye bye Rome) e mai più tornerà dalla sua Africa l’ “amico fraterno” di Lavitola che è “amico fraterno” di Ranucci si è autocondannato a non gustarsi i gamberoni del bistrò di Monteverde.
E la stessa sorte – niente pesce fresco, della privazione della frittura lavitolesca – tocca a ’O Malessere (al secolo Antonio Passariello) visto che questo gentiluomo campano è in carcere come presunto esecutore materiale dell’attentato al conduttore di Report.
I luoghi
Tutto ciò non toglie che queste due clamorose assenze, al netto di nuove scoperte sensazionali sui suoi frequentatori, fanno restare intatta la centralità storica di questo luogo di buongustai. E confermano che a Roma, almeno dal tempo di Trimalcione, certe tavolate contengono tra le pietanze le amicizie strane, gli abboccamenti relazionali da do ut des, un appalto a te e una nomina a me, e dunque l’attovagliamento da sottobosco perfino con gente di Chiesa (il prete don Gianni, che non è Baget Bozzo, al desco di Valter e Sigfrido) è una pratica che da sempre ha avuto i suoi Cefalù.
L’Urbe che tutto contiene e tutto assorbe si compone di tanti luoghi della mediazione un po’ così. E chi pensa al Bolognese, a Fortunato al Pantheon, ad Archimede dove si riuniva il meglio della sinistra Dc a due passi dal Senato o a Tullio o a Laganà è proprio fuori strada. In quei tavoli passa ed è passata la politica con la P maiuscola. Governi, ministeri, maggioranze, geopolitica.
Non così per Cefalù, come si sarà capito, né per il Fungo all’Eur e per Il Bruttone a via Taranto, zona San Giovanni, innocenti paradisi gastronomici per il “mondo di mezzo”, né per Rinaldo all’Acquedotto sull’Appia Antica dove in certi anni si stringevano e si rompevano patti di affari. Posti, è bene dirlo, che nulla c’entrano con gli eventuali intrallazzi che lì si consumavano, tra un’amatriciana e una carbonara. Ma insomma: questa storia potrebbe intitolarsi, alla Luchino Visconti, “Cefalù e i suoi fratelli”. Anzi, i suoi antenati.
L’antica Roma
Il piacere di usare il cibo per organizzare trame, o almeno per fantasticarle, fece inventare agli antichi romani – insuperati maestri di diritto – reati ad hoc. Nella Roma repubblicana, i candidati alle magistrature minori andavano nelle “popinae”, le taverne più malfamate dei quartieri popolari come la Suburra, per fare accordi elettorali sottobanco. Il meccanismo era brutale: il politico pagava l’oste per offrire vino scadente e cotiche di maiale a chiunque entrasse, a patto che questi promettessero il voto. Questo sistema divenne così scandaloso e diffuso che il Senato romano dovette emanare la Lex Cornelia de ambitus (norma contro la corruzione elettorale e contro quello che oggi chiamiamo traffico d’influenze).
Nell’antica Repubblica del tempo di Cicerone (il quale denunciò come il lusso a tavola stesse corrompendo i costumi morali di Roma) e nell’antico impero di Nerone e degli altri, esistevano – se vogliamo giocare con la storia – i Cefalù. O l’Assunta Madre vecchia gestione, sia pure al netto delle “cimici” per registrare i colloqui da bosco e sottobosco che andavano in scena in questo celebre ristorante di via Giulia. Dove le microspie hanno registrato di tutto: dalle cene in cui Alberto Dell’Utri parlava di un presunto piano di fuga per il fratello Marcello, fino a faccendieri che si vantavano di poter fare pressioni sui magistrati della Capitale. Assunta Madre era la rappresentazione plastica di una Roma in cui il confine tra legalità, spettacolo e potere politico si era completamente dissolto nel sugo di gallinella. Ma Roma, come si sa, è santa e dannata. E qui si mescola alto e basso, s’inforchettano trame e vanterie, pescato del giorno e quarti di bue. Da Assunta Madre straordinarie pezzogne ponzesi, mentre da Salvatore Buzzi, che è un carnivoro ottimi hamburger.
Il mondo di Buzzi
L’ex re delle cooperative rosse ha aperto un pub a Tor Vergata dove si confezionano panini prelibati (il pezzo forte si chiama il Libanese, ma non male anche il Suburra) e qui “i giudici pagano triplo”, avverte il titolare. Ancora carne: la Bistecchieria d’Italia è quella del caso Delmastro, e dunque appartiene a un genere lontanissimo per esempio dai pranzi di alta politica come quelli da Piperno al Ghetto, dove emissari della Dc e del Pci negli anni ’70 s’incontravano clandestinamente per preparare il compromesso storico.
La tavola unisce, ecco, è pure troppo se si pensa a quanto accadeva – oggi è tutt’altra cosa – da Pallotta a Ponte Milvio in pizzate borderline.
Nelle intercettazioni sul caso Piscitelli alias Diabolik, capo ultrà della Lazio ucciso su una panchina del parco di via Lemonia ad agosto del ’19, si parla di un ristorante a Grottaferrata in cui starebbe stata firmata una pax tra bande rivali: la sua da una parte, i Casamonica dall’altro. In ballo, lo spaccio di Ostia. E si potrebbe continuare a lungo nella lista: a quando una guida gourmet tutta dedicata a ristoranti di questi tipo?
La storia
Nella guida andrebbe inserito questo episodio. Nel 55 dopo Cristo, il giovane Britannico, figlio dell’imperatore Claudio e potenziale rivale al trono, si trovava a un banchetto ufficiale. Nerone, che temeva la sua legittimità, decise di eliminarlo ricorrendo alla famigerata avvelenatrice Locusta. Altri tempi, altri millenni. Ora è tutto più soft e sono più light anche i menu, e per fortuna. Ma una continuità – occhio a non pasteggiare troppo e attenti a scegliere i posti giusti – si può trovare tra Nerone e ’O Nir.