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 2026  luglio 19 Domenica calendario

Paolo Virzì parla dei suoi progetti presenti e futuri

Ha la voce allegra, Paolo Virzì, mentre si avvicina in macchina al Bosco Sacro di Bomarzo, il parco dei mostri di pietra nei dintorni di Viterbo, dove ieri ha presentato il suo ultimo film, Cinque secondi, e ricevuto il premio “Tuscia terra di cinema” nella serata conclusiva del Tuscia Film Festival. «Mi divertiva l’idea di una proiezione nel bosco sacro», dice al telefono. «E sono felice di sapere che prima del mio film, nel parco, ci sarà un omaggio a Mattia Torre (il commediografo e regista romano scomparso nel 2019, ndr). Lo conobbi quando ero direttore del Festival di Torino, venne a presentare Ogni maledetto Natale. Una persona adorabile, spiritosa, dolce, per nulla fanatica. La sua opera merita di essere considerata un classico».
Torre, nella serie cult “Boris”, coniò il tormentone: “I toscani hanno devastato questo paese”. Da livornese, gli disse qualcosa?
«Quella battuta mi ha sempre fatto molto ridere: in quella serie mi prendevano per il c...o ferocemente. Ero io il tormentone».
Ma lei non era permaloso?
«Chi mi vuol bene dice di si. Ma io credo di no. Del resto i veri permalosi non sanno di esserlo».
"Cinque secondi” è forse il suo film più travolgente dal punto di vista emotivo. Perché la sterzata nel dramma?
«Perché non sono più un pischello e voglio togliermi degli sfizi. Volevo una trama omissiva, uno stile un po’ norvegese, belga, svizzero... Insomma: qualcosa di diverso dai miei film, in cui lo spettatore non si perde mai».
Nessun David di Donatello: le è dispiaciuto?
«Era un film piccolo e scuro, il primo in cui ho visto Valerio (Mastandrea, ndr) tremare per l’emozione dopo un ciak. Non pensavo di fare il botto. David? In ufficio ho un paio di mensole traboccanti e mi sento appagato. Bene che siano andati a un giovane autore (Francesco Sossai, ndr)».
Il pubblico da lei si aspetta la commedia?
«Magari riuscissi a spiazzarlo, a essere imprevedibile e non fare sempre la stessa zuppa. Ho girato un noir, un film in costume, un road movie... ma se li analizzi con attenzione, è sempre la stessa cosa».
Potrebbe chiedere un consiglio all’IA. O no?
«Ho passato una serata da matti, insieme a colleghi di cui non dirò mai il nome, chiedendo alle IA di produrre dei falsi dei nostri film. Ne siamo usciti sollevati: al massimo producono parodie melense. Per ora. Mi piace però che stia nascendo un genere letterario riconducibile alle IA».
Che intende?
«Pare che esista un modo di scrivere tipico, riconoscibile, come se le IA avessero un loro stile. L’ho letto in un articolo che infieriva impietosamente sul povero Leonardo Maria Del Vecchio e su un certo discorso di laurea che avrebbe scritto con le IA. Dico povero perché, per quanto sia ricchissimo, e vada in giro con donne gno...issime, che io me le posso solo sognare, mi fa tanta tenerezza».
Lei non ha mai barato? Mai usato le IA per fare un lavoro al posto suo?
«Una volta. Quest’inverno. Preparavo uno spot del prosciutto cotto con De Sica, e il giorno prima di un meeting con i committenti, ecco che mi chiedono di consegnare uno storyboard (il copione a disegni, ndr) di 12 inquadrature. E io ne avevo fatta solo una. Un tizio della produzione, sottovoce, mi ha dato la dritta: quale IA usare e come. Ho risolto in pochi minuti: due pagine mie, il resto in IA. Confesso ora, spero non leggano».
Sul suo Instagram pubblica centinaia di suoi disegni: a quando la mostra?
«Ci sono stati dei tentativi, ma alla fine mi sono sottratto. Da una parte mi diverte l’idea, dall’altra mi vergogno. E mi dico: dopo morto, sarà perfetto».
E la chitarra? La suona ancora?
«Negli ultimi tempi mi è tornata in mano. Ne ho sei, sette, classica, acustica... Ma sono una pippa».

Gli spot li fa, le serie tv no: perché?
«In realtà ci sto provando proprio ora. Ho fatto un paio di tentativi, prima, ma non sono più andato avanti, ho mollato. Provavo malessere per certe modalità editoriali. Non mi ritengo infallibile come il Papa. Ma la creazione artistica ha bisogno di incoscienza e follia».
Dopo “Tolo Tolo”, lo scriverebbe un altro film con Checco Zalone? «Possiamo dire che Tolo Tolo è stato il mio unico film a fare più di 50 milioni di incasso. Con Zalone ci incontrammo che lui non faceva film da quattro anni. Gli raccontai questa storia e lui mi si piazzò nell’ufficio: arrivava con la chitarra, mi faceva morire dal ridere. Il film all’inizio dovevo girarlo io: sarebbe stato molto più cupo. Man mano è diventato suo, lo incoraggiammo con il produttore a esporsi come regista. Credo che mi abbia detestato: girare in Africa non è facile. Suppongo che ancora oggi mi percepisca come una minaccia per la sua incolumità fisica».
La politica la segue? Se facesse un film...
«Mi interessa da cittadino, da essere umano, ma non da artista. È un momento molto nero nel mondo, e mica solo da noi. Scenari catastrofici e un’offerta politica degradante».
L’ultima vignetta che ha pubblicato sul suo profilo ritrae il Papa a Lampedusa. Perché?
«È un’immagine che ho visto al tg. Il Papa, appoggiato con un gesto di stanchezza alla Porta d’Europa, affacciato sul mare. Mi sono sentito in sintonia con quello che vedevo, rappresentato. Ci ho visto qualcosa. E mi sono commosso».