Tuttolibri, 18 luglio 2026
"L’estate in cui Camilleri stava per far fuori Montalbano"
Strana coincidenza. L’estate del 1998, proprio quella in cui sulla Stampa apparvero Le inchieste del commissario Collura, adesso meritoriamente ripubblicate da Sellerio, io la passai con Camilleri. Ero tumultuosamente uscito dalla Rai (in Rai si entra e si esce spesso così) e, temporaneamente disoccupato, avevo accettato l’invito di Elvira, la fondatrice della casa editrice, di scrivere un libro intervista con Andrea sulla sua vita. Per fare una cosa del genere occorre che tra autore e intervistato si stabilisca un certo rapporto. E noi due, pur conoscendoci poco, quasi per nulla prima di prendere una decisione così impegnativa, il filo (non il feeling, parola che non gli sarebbe piaciuta) lo individuammo nell’essere entrambi siciliani e nel trovarci vicendevolmente simpatici nella sera in cui ci incontrammo per la prima volta, complice Monica Maggioni, una giornalista appassionata di letteratura che poi ha fatto molta strada.
Essendo, come dire, in breve licenza dal giornalismo e dai giornali, e via via sempre più preso dalla vita avventurosa dello scrittore in cui intendevo calarmi pienamente, confesso che leggevo poco i giornali: per questo, i racconti di Collura mi sfuggirono, altrimenti gli avrei fatto sicuramente una domanda al proposito. Nella sua introduzione al libro Santo Piazzese descrive Collura quasi come una costola di Montalbano, il personaggio più importante di Camilleri, che lo ha reso famoso e tradotto in tutto il mondo. Ma è possibile che Andrea, invece di fare di Collura un personaggio minore, ne stesse sperimentando uno nuovo, destinato a sostituire l’eroe di Vigata. Perché proprio in quell’estate in cui erano stati pubblicati solo quattro della trentina di gialli a cui diede vita («Ne ho sempre uno a riposare in un cassetto» rivelava orgoglioso), Camilleri mi confessò che Montalbano, per certi versi, gli aveva «atturrato i cabbasisi», una condizione di surriscaldamento immediatamente precedente a quella, definitiva anche per una persona paziente come lui, dello scassamento di palle. La ragione di questa incredibile frattura – che non si verificò – tra l’autore e il suo protagonista era che non ne poteva più di rispondere del suo caratteraccio, delle vicende sentimentali, delle illusioni e delusioni che Montalbano perpetrava ai danni di Livia, la sua fidanzata intermittente. E siccome Livia era settentrionale e Camilleri i libri li presentava in tutt’Italia, quand’era al Nord certe volte non sapeva che dire se le sue lettrici protestavano con cadenze che non sempre seguiva. E quand’era al Sud, specialmente in Sicilia, era tutto un avvicinarsi di signore che gli sussurravano con facce da circostanza: «Ci ‘u ricissi lei…» glielo dica lei a Montalbano, lui sapeva cosa. Questa impossibile doppia vita – la sua e quella di Montalbano – a cui era condannato, aveva portato Camilleri sulla soglia di un divorzio che per fortuna sua e nostra non ci fu.
Tornando a Collura, il commissario di bordo che è anche poliziotto in convalescenza, poteva essere che Andrea lo avesse dipinto come personaggio di riserva. I racconti della Stampa probabilmente gli servirono anche per fare delle prove: evidente, ad esempio, il rapido allontanamento da figure riconoscibili di politici, come Berlusconi, che allora Camilleri trattava ancora con curiosità e non con la repulsione degli ultimi anni, ma stranamente non facevano ridere, né sorridere. E invece, i due scopi evidenti della serie di Collura sono appunto far sorridere e rappresentare la commedia della crociera, in cui tutti i partecipanti si trasformano, come un’indagine sull’apparenza, condotta dal commissario di bordo, che ha il gusto, tutto siciliano, di Andrea di leggere le personalità dei singoli con la lente dell’ironia e qualche volta dell’assurdo.
Bisogna considerare che Andrea era un grande esperto di Pirandello. Una volta, in anni lontani, lo avevano pure chiamato a presiedere la giuria di un premio internazionale dedicato al grande drammaturgo. Era stata scelta una giovane studiosa svedese con cui poi Camilleri ebbe un piccolo, non significativo, affaire. Fu l’unico capitolo del nostro libro su cui Rosetta, la moglie preziosissima di Camilleri che aveva sempre la prima lettura dei suoi testi, chiese un piccolo taglio.
Per chi lo conosce, l’apparenza è uno dei temi centrali di Pirandello, e il teatro ne è lo sfondo ideale. C’è un racconto in cui il Maestro inserisce una cicala che entra per errore in un camino con un bel fuoco scoppiettante acceso: «…e sfrigola, e sembra che rida, e invece ne muore», scrive Pirandello, con un tratto di cupezza nuovamente siciliano.
Alla fine di quell’estate, trascorsa tra Roma, la casa dei Camilleri sul monte Amiata, la famiglia dello scrittore con figlie e nipotine allora bambine che sgattaiolavano per terra tra le gambe di Andrea, fui chiamato a dirigere La Stampa. Fu il primo a saperlo quando, emozionato, gli telefonai esclamando: «Mi hai portato fortuna!». E lui, pessimista come non era mai: «Finìu ‘u libbru». Invece il libro uscì, e due estati dopo andammo insieme a presentarlo a Porto Empedocle, la Vigata di Camilleri. C’erano tutti i suoi paesani, assiepati per salutarlo, volevano parlare solo con lui. Andrea diceva spesso che il mestiere dello scrittore «è come quello del cantastorie, che alla fine fa un giro del pubblico con il cappello in mano. E se il cappello si riempie, è felice perché vuol dire che ha lavorato bene».
Andrea Camilleri quella sera era felice.