La Stampa, 20 luglio 2026
La sfida delle spiagge libere
La battaglia per le spiagge libere parte da Spotorno e si ferma a Bacoli. Se il sindaco del Comune ligure porterà al 40% la quota di litorale libero e libero attrezzato tagliando gli stabilimenti da 34 a 25 (il che ha scatenato la protesta dei balneari, che hanno disertato la cerimonia delle Bandiere blu), il primo cittadino campano punta a restituire a uso gratuito l’80% dell’arenile. Anche Posillipo ha ampliato gli spazi a libera fruizione (quasi il 50%) mentre a Rimini il nuovo piano punta a garantire il 37% di sabbia libera ma a parita? di concessioni. Restano, però, casi piuttosto isolati. Già, perché la maggior parte delle gare finora riassegna le concessioni demaniali marittime tal quali.
In Italia, l’Ispra individua 644 Comuni “costieri” mentre il ministero del Turismo ne classifica 654 “a vocazione marittima prevalente”.
Stando a Legambiente, l’ultima mappatura ministeriale rileva che solo il 33% delle coste italiane è oggetto di concessioni. Ma, per l’associazione ambientalista, il calcolo effettuato sul totale della costa e non sulle sole aree balneabili è fuorviante perché include i tratti di costa rocciosa, non accessibili, non appetibili o non assegnabili per la presenza di infrastrutture.
La stessa Legambiente, su dati del Sistema informativo del demanio, quantifica 12.166 concessioni per stabilimenti balneari, fotografando una situazione critica in più punti della penisola. A partire dalla Liguria dove la percentuale di costa sabbiosa occupata dai bagni o altre strutture è il 69,9%. «Circa il 70% delle coste liguri è occupato da stabilimenti balneari, campeggi o complessi turistici, lasciando solo il 22% di spiagge effettivamente accessibili senza pagamento e un 8% di spiagge libere attrezzate», denuncia l’ultimo rapporto sulle spiagge italiane. Secondo i dati demaniali, «su 63 comuni costieri, 21 non rispettano la soglia minima del 40% di spiagge libere o libere attrezzate prevista dalla legge regionale ligure del 2008». Con casi limite in alcuni tratti: per esempio, a Spotorno dove si presentava “libera” una risicata porzione di sabbia (3,15%).
Record di spiagge attrezzate anche in Emilia-Romagna e Campania (rispettivamente, 69,5% e 68,1%). Ma più di metà litorale è a pagamento anche nelle Marche e in Toscana. Le situazioni migliori, invece, si registrano in Sicilia, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia e Molise: qui, meno del 20% della costa ha lidi attrezzati. Come sta andando la fatidica liberalizzazione?
Manca ancora il bando tipo nazionale del ministero delle Infrastrutture e trasporti per uniformare le procedure di assegnazione delle concessioni demaniali marittime. Il Mit fa sapere a La Stampa che il modello «è stato presentato alle associazioni di categoria con la Conferenza unificata e si attende la formalizzazione delle linee guida dall’Ordine dei commercialisti. Come da programma e accordi, auspichiamo un passaggio definitivo entro fine mese». Da parte sua, anche Anci chiarisce di «attendere il varo definitivo del bando nazionale».
Nell’attesa, dunque, si procede in ordine sparso. Fra sindaci immobili e altri che, a fronte di anni di proroghe e crescenti ricorsi, hanno scelto di non rinviare. «Alla scadenza di una concessione non c’e? un obbligo automatico di rimettere tutto a gara: il Comune puo? riassegnare o lasciare il tratto a spiaggia libera», puntualizza Agostino Biondo di Mare libero. «È un’occasione per ridefinire l’assetto della costa a favore della collettivita?. Ma pochi lo stanno facendo».
La Liguria, per esempio, è oggi fra le regioni più avanti nelle gare. Una decisione presa per evitare strascichi e maturata anche alla luce dell’orientamento del Tar regionale, non favorevole all’ultima proroga nazionale per la validità delle concessioni fino al 30 settembre 2027.
«Premesso che la nostra Regione spende 2,5 milioni di euro all’anno per la pulizia, la sicurezza e l’accessibilità delle spiagge libere, abbiamo ritenuto di non temporeggiare», spiega Marco Scajola, assessore regionale ai trasporti, urbanistica, demanio marittimo e costiero in Liguria, nonché coordinatore del tavolo delle Regioni sul tema. «Il problema andava gestito senza lasciare incertezze agli operatori o rischiare altri contenziosi». La Regione, d’intesa con i sindaci liguri, ha stilato un vademecum “non vincolante” di raccolta delle norme per fare ordine. Spesso, però, gli enti hanno scelto una durata provvisoria fino all’anno prossimo o di cinque anni (nel bando nazionale, dovrebbe essere la durata minima prevista).
Si muovono anche Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Toscana, Marche, Emilia-Romagna, Lazio, Campania, Sicilia. Laddove concluse, gli uscenti sono stati riconfermati nel 70% delle assegnazioni (anche perché, in diversi lotti, si è presentato solo un concorrente ovvero l’attuale gestore). Nel restante 20-30% dei casi, vince un nuovo gestore. A Recco e Chiavari, per esempio, su una dozzina di concessioni, cinque hanno avuto un cambio.
I criteri per l’assegnazione, peraltro, oggi danno più peso alla qualità del progetto e alla sostenibilità, alla difesa della costa e all’accessibilità. Non mancano, però, incertezze.
Un nodo, per esempio, riguarda i ristori. Più o meno, tutti li prevedono. Ma non è detto che passeranno il vaglio delle regole europee. Ad Arma di Taggia, nel Sanremese, il Comune ha previsto che il concessionario uscente, se perde la gara, dovrà demolire a sue spese le opere non amovibili ma avrà diritto a un indennizzo (per il 20% versato già al passaggio di testimone) a carico del nuovo balneare, per gli ultimi cinque anni di gestione e le opere non ancora ammortizzate, valutate con apposita perizia. «Il principio delle gare è giusto perché il demanio marittimo è dello Stato», prosegue ancora l’assessore ligure Marco Scajola. «Ma avere un occhio di riguardo per chi perde la gara è ragionevole: l’operatore che gestiva lo stabilimento da tempo ha fatto investimenti e deve, comunque, ricostruirsi una vita lavorativa. Forse sbagliando, ma per molti anni ai balneari è stata data l’idea che questa era l’attività di famiglia da gestire insieme ai figli».