Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  luglio 19 Domenica calendario

Intervista a Lawrence Osborne

Che Lawrence Osborne sia un viaggiatore si capisce da piccoli particolari. Un vero viaggiatore è abituato agli imprevisti e quando capitano difficilmente si fa prendere dall’ansia. Il collegamento video con Bangkok, dove vive da 14 anni, più volte salta. Pazientemente Osborne riprende da dove si era interrotto. Parlavamo di viaggi, naturalmente, Dei suoi viaggi. Ha girato tutto il mondo, soprattutto l’Oriente, per lavoro e piacere. Da grande giornalista e reporter ha cercato storie da raccontare per il New York Times, il New Yorker, il Financial Times e il New Observer. Unica regola: non fissare la data del ritorno. Ride molto Osborne mentre racconta e ha un modo di ironizzare che ricorda le sue origini britanniche. Humour appuntito e pochi svolazzi. Sentimentalismi zero. Non si descrive con toni epici, semmai trasforma i momenti difficili in scene esilaranti. A sessantotto anni non sembra aver perso la voglia di sorprendersi. Intanto ha fondato una casa di produzione cinematografica che si chiama Java Road, dal titolo di un suo famoso libro. Siede nel suo ufficio, dove va a lavorare ogni giorno. In Italia è appena uscito per Adelphi L’angelo in fiamme, una raccolta di racconti ambientati in varie parti del mondo, tutti legati a elementi di imprevedibilità. Come se dietro la vita dei personaggi agisse una forza misteriosa che gioca a scombinarla.
Ogni viaggiatore ha un libro di riferimento, che ne dice di “Robinson Crusoe”?
«Da bambino ho letto e riletto quel libro non so quante volte».
Una sorta di culto.
«L’ultima volta che ho vissuto a Londra abitavo in un quartiere chiamato Mile End, nella parte est della città. Vicino a casa mia, a circa cinque minuti a piedi, c’è una chiesa dove sono sepolti due uomini. Uno è William Blake, l’altro è Daniel Defoe. La tomba di Defoe è un grande blocco rettangolare di pietra, in un piccolo giardino, con una panchina accanto. Ogni mattina andavo a prendermi un caffè e poi scendevo fin lì per sedermi vicino a Defoe, così da poter bere con lui. Ho ripetuto quel rituale per un anno, in onore alla mia adorazione infantile. Credo che in un certo senso avrei voluto essere lui. Sognavo di essere Daniel Defoe».
Anche Defoe era un giornalista, tra l’altro.
«Trascorse gran parte della sua vita facendo il giornalista, ma finiva continuamente in prigione, perché era sempre nei guai. Non proveniva da una famiglia influente, non aveva una posizione sociale, né godeva di particolare prestigio nel suo ambiente culturale. Poi ha scritto Robinson Crusoe, diventato uno dei libri più celebri di tutti i tempi. Un romanzo ispirato alla vita di Alexander Selkirk, un marinaio scozzese che rimase bloccato su un’isola deserta al largo delle coste del Cile, all’inizio del XVIII secolo. La sua storia mi appassionava».
Come l’ha scoperta?
«Quando ero piccolo, mi pare fosse il 1964, c’era una serie televisiva che la raccontava. Aveva una colonna sonora molto malinconica. Iniziava con Robinson Crusoe che appoggia il piede sulla sabbia, lascia un’impronta che subito si riempie dell’acqua del mare, e poi si allontana. Trovarsi da soli su un’isola può essere un incubo, oppure un paradiso. Può essere entrambe le cose. Guardando quella scena da bambino pensavo: vorrei essere lì. È così che è iniziata la mia sindrome di Robinson. Dev’esserci qualcosa di profondamente inglese in tutto questo. È una mentalità davvero strana, quasi vichinga. Semplicemente sali su una nave e parti verso luoghi spaventosi. E, in qualche modo, sembra perfino che ti piaccia farlo. Credo che anche Paul Bowles soffrisse della sindrome di Robinson. Il Marocco era per lui come un’isola. Una volta, durante un viaggio a Tangeri, avevo pensato di andarlo a trovare. Ma era molto timido e desistetti. È un peccato, avrei voluto conoscerlo, è morto nel 1999. Nel mondo letterario angloamericano ormai non lo legge quasi più nessuno. Leggono un sacco di robaccia, ma non lui».
Che cosa l’ha conquista della sua opera?
«Ha qualcosa di duro, pietroso, essenziale. Uno sguardo completamente privo di sentimentalismo. Un pessimismo quasi cosmico. Non corrisponde all’immagine tradizionale dello scrittore americano. Bowles è altrove».
Nel film “Il tè nel deserto” di Bernardo Bertolucci, tratto dall’omonimo romanzo di Bowles, viene ripresa la distinzione tra turista e viaggiatore. Il viaggiatore è colui che parte senza sapere se tornerà a casa. Il turista ha già tutto pianificato.
«Devo averla fatta mia inconsciamente. Mi sembra una definizione davvero molto azzeccata. Il viaggiatore porta sempre con sé la possibilità di non tornare mai. Non ci sono date di scadenza. Nel mio caso, anche quando mi muovo per lavoro, faccio solo il biglietto di andata per essere poi libero di decidere quanto restare».
È così che è finito a Bangkok?
«Allora scrivevo di psicologia e di malattia mentale nei Paesi in via di sviluppo. Mi ritrovavo spesso tra il Borneo, la Malesia, la Cina. A un certo punto, per la rivista per cui lavoravo, era molto più conveniente pagarmi un affitto a Bangkok invece che a New York. A New York l’affitto era di circa cinquemila dollari al mese, a Bangkok ne pagavo mille e potevo permettermi un appartamento dieci volte più grande. Oltre ad avere più tempo libero da dedicare ai miei libri. Mi resi conto che l’unico modo per diventare uno scrittore, e non solo un giornalista, era andarmene da New York, dove vivevo. Più che una città del cuore, Bangkok è stata una soluzione pratica. Confesso che gli ultimi anni trascorsi a New York sono stati terribili».
Perché?
«Dopo ventidue anni passati lì, ormai odiavo viverci. Sentivo semplicemente che non era il posto giusto per me. È una città fatta soprattutto per i giovani. È perfetta per un turista, non per una persona che ci deve vivere. New York può essere molto crudele. Ormai è in bancarotta, credo che i prossimi anni saranno spaventosi».
Cosa pensa dell’America di Trump?
«Ho vissuto in America per tanto tempo, attraversando amministrazioni di presidenti molto diversi tra loro, non mi lascio prendere troppo dall’isteria per Trump. È un provocatore. La politica americana è estremamente complessa, e credo che gli europei facciano fatica a capirla. Naturalmente sono grato agli Stati Uniti. Il loro atteggiamento nei confronti del lavoro è il migliore al mondo. Nessuno ti paga come loro e ti dà le opportunità che loro ti danno. Ma a un certo punto ne ero esausto. Quella americana non è la mia sensibilità, non è il modo di vivere in cui mi riconosco. Potrei forse fermarmi in Italia, in Francia, anche in Grecia. Sono culture con cui mi sento affine».
In Italia ha scritto il suo primo romanzo, “Ania Malina”.
«Venivo spesso nel vostro paese da bambino, mia madre ci aveva anche vissuto negli anni Cinquanta. Era una giornalista. Aveva conosciuto a Napoli Lucky Luciano e scritto un reportage su di lui. Diceva che la Napoli del 1953 era un paradiso. Da adulto, ricordo Favignana, dove ero andato a scrivere un reportage sulla mattanza dei tonni. L’intera isola era in preda all’ansia, perché i tonni non arrivavano. Rimanemmo per mesi ad aspettarli. Si era diffusa la voce che fossi io a portare sfortuna. Diventai amico del capo della tonnara. Si chiamava Nettuno ma era soprannominato “Rais”. Era un uomo gigantesco, con una grande chioma bianca e una lunga barba candida. Un personaggio straordinario».
La sua vita privata ha risentito di questa sua predisposizione a non radicarsi completamente in alcun luogo?
«Una volta andai a Phnom Penh, in Cambogia. Dovevo presentarmi ogni mattina alle otto in tribunale per assistere a un processo. Lo feci per circa sei settimane. Alla fine la mia ragazza americana ne aveva abbastanza. Decise di tornare a New York, ci siamo lasciati. Per lei era un viaggio da turista, per me era tutt’altra cosa. Avevamo due modi completamente diversi di vivere quell’esperienza. Ricordo che mia madre mi disse: è stato incredibilmente egoista da parte tua. Saresti dovuto tornare. Aveva ragione, ma sono rimasto».
Ha accennato a un processo che stava seguendo in Cambogia.
«Mi avevano mandato a seguire il processo a uno dei dirigenti dei Khmer Rossi, il regime di Pol Pot. Il “compagno Duch”, come veniva chiamato. In cambogiano “Ta Duch”, dove “ta” sta per “zio”. Venivano appellati così i vecchi dirigenti del regime. Ta Duch era il famigerato comandante del campo di concentramento S-21, a Phnom Penh, ritenuto responsabile della morte di 25 mila persone. Di tutti i prigionieri passati per quel carcere, soltanto sette sopravvissero. Duch venne processato. Era un ex insegnante, un ex matematico, un comunista fanatico. Ormai era un uomo anziano. Sedeva in aula dietro una parete di vetro. Dall’altra parte c’eravamo noi giornalisti e i familiari delle sue vittime. Da quell’esperienza è nato Cacciatori nel buio, sempre edito da Adelphi».
Come vive oggi in Thailandia?
«Bene, ma gli imprevisti fanno parte della vita. Qualche settimana fa a Bangkok c’è stato un terremoto. È scoppiato il panico. L’intero edificio tremava. Sono corso fuori. Mio Dio, c’erano centinaia di persone. E, siccome l’anno scorso mi sono fatto male e faccio fatica a camminare, sono stato l’ultimo a uscire dall’edificio. Mentre scendevo per le scale d’emergenza ho trovato tre anziane signore, anche loro in difficoltà. Le ho aiutate a scendere. Erano terrorizzate, urlavano: moriremo tutti! Il palazzo oscillava, cadevano pezzi. Era incredibile. Siamo arrivati al piano terra e ho pensato: adesso siamo al sicuro. Ma a quel punto un’enorme ondata è uscita dalla piscina e ha travolto me e le tre signore. Una specie di piccolo tsunami provocato dal terremoto. Le tre donne hanno ricominciato ad urlare: moriremo! È stata una cosa assolutamente surreale».
Finita bene per fortuna.
«Fuori dal palazzo c’erano circa trecento persone in strada, molte praticamente nude, perché non avevano avuto il tempo di vestirsi. Erano tutte ricoperte di polvere bianca. C’erano pompieri, poliziotti, una scena incredibile. Quando sono uscito dall’edificio, mi hanno perfino applaudito. È proprio questo il punto: vivi pensando che la vita sia sicura e poi, all’improvviso, non lo è più. Senza preavviso cambia tutto».
Come nei suoi racconti, dove dal noto si passa all’ignoto. La trama sembra andare in una direzione e poi di colpo le cose si ribaltano.
«In questo senso considero le mie storie realistiche. Narro quello che potrebbe succedere e che mi è successo. Quando ero in mezzo al terremoto ho pensato: potrebbe essere un mio racconto».
Nel libro c’è una storia intitolata “L’onda” che un po’ rimanda a quella situazione.
«La protagonista è intenta a cercare degli insetti ma arriva uno tsunami che uccide tutti. E succede così, nel cuore della notte, in un solo istante. In realtà quella vicenda è in parte vera. Alloggiavo in un albergo di Port Cornwallis, nelle isole Andamane, Oceano Indiano, una zona a rischio tsunami. Mi avevano messo in guardia ma non mi andava di rinunciare».
Il viaggiatore è chi accetta l’imprevedibilità? Ogni vero viaggio mette in conto una dose di rischio.
«Forse è proprio l’imprevedibilità il punto. Una delle storie dell’Angelo in fiamme è ambientata nell’isola di Papua, in Indonesia. Precisamente in Irian Jaya, dove ero andato nel 2008 per scrivere un lungo reportage. Non me l’avevano detto prima che fosse un posto pericoloso. Pensavo che sarebbe stato semplicemente un viaggio nella giungla insieme a un gruppo di botanici tedeschi. Ero partito con loro per cercare orchidee rare. Ma quando sono arrivato mi sono reso conto che era un luogo davvero terrificante. Ci dissero subito: “Per le prossime sei settimane, se qualcuno si rompe una gamba, non possiamo chiamare un elicottero. Quindi non cadete”. Passammo la notte in una capanna e l’intera tribù rimase tutto il tempo attorno alla casa, sotto la pioggia, con il corpo dipinto di bianco, aspettando che ci svegliassimo».
In momenti come questi non pensa mai a tornare indietro?
«Non l’ho fatto. La mattina ci mettemmo in cammino. Eravamo in sette: cinque botanici tedeschi, una guida americana e io. Uscimmo dal villaggio e arrivammo a una palude. Per attraversarla c’erano dei tronchi stesi sull’acqua, sui quali bisognava camminare in equilibrio per passare dall’altra parte. Ma, mentre camminavo, il tronco cominciò a ruotare sotto i miei piedi. Io goffamente tentavo di non cadere. Dovevo sembrare Charlie Chaplin. Naturalmente alla fine caddi nella palude, l’acqua mi arrivava al collo. Tutti ridevano. In quel momento sentii la voce di un bambino che diceva «buaya», che nella loro lingua significa coccodrillo. Per la paura mi arrampicai di nuovo sul tronco, aggrappandomi con tutte le mie forze. Alla fine dovettero venire tre uomini a tirarmi fuori e a mettermi in salvo. Per tutta la durata di quel viaggio vivemmo praticamente un incubo, terrorizzati dall’idea di prendere un’infezione grave, di essere morsi da un serpente o da qualche altro animale».
La ragazza del racconto per certi versi le assomiglia.
«Non sa davvero dove si trovi, pensa semplicemente di essere partita per una specie di escursione sul campo, senza rendersi conto del pericolo che la circonda. Volevo scrivere di quel luogo, dove avevo trascorso due mesi. Un tempo che mi aveva cambiato».
Il mondo globale porta con sé la morte del viaggiatore?
«I miei viaggi sono stati spesso spostamenti di lavoro. Non mi considero un viaggiatore in senso romantico, partivo su incarico. Certo oggi le cose sono cambiate. L’Asia è diventata una specie di Disneyland. Anche la Thailandia non è più la stessa. Ha perso quel tratto selvaggio e un po’ folle che aveva, si è trasformata in un enorme resort. Esattamente come nella serie The White Lotus, che è poi diventata un grande spot turistico per il Paese. I prezzi a Bangkok oggi sono gli stessi di New York. Il mio affitto fortunatamente è rimasto identico (ride)».
Sta valutando un nuovo trasferimento?
«La cosa che mi piace di più qui è che la gente ti lascia in pace, il governo ti lascia in pace. Anche i media ti lasciano in pace. Inoltre la pressione fiscale è relativamente bassa, quindi non vivi con l’ansia delle tasse su tutto quello che guadagni. Qui posso gestire più facilmente la mia società, che ha come punti di riferimento Londra, Gibilterra e Tokyo. E poi c’è un motivo personale: mio figlio vive a Tokyo con le mie nipotine. L’Asia è diventata un po’ la mia casa».
Niente di epico. Sembrano motivazioni molto pragmatiche.
«L’epica lasciamola a Elon Musk, ai suoi viaggi su Marte. Non mi interessano, resto qui».