la Repubblica, 20 luglio 2026
Intervista a Fabrizio Gifuni
Fabrizio Gifuni, ha appena compiuto sessant’anni. Che compleanno è stato?
«Festeggio con un po’ di vacanza, non ricordo più da quanto non mi fermo davvero. Poi lo dico sempre e non ci riesco mai fino in fondo: tra pochi giorni sarò a Giffoni, poi a Bobbio da Marco Bellocchio per presentare Portobello… I bilanci sono sempre pericolosi. E poi non ho mai fatto grandi feste per un compleanno: sono nato a metà luglio e quando andavo a scuola gli amici erano già tutti in vacanza. Anche stavolta ho preferito una bella cena in trattoria con tutte le ragazze di casa e pochi amici».
Cosa vede guardando indietro?
«Mi sono innamorato di questo lavoro a quindici anni, salendo sul palcoscenico del laboratorio del liceo. Facevo Mercuzio in Romeo e Giulietta, uno dei personaggi più belli di Shakespeare. A un certo punto racconta di Queen Mab, la Regina delle fate, che di notte cavalca sul naso di chi dorme generando sogni e fantasie nascoste. Direi che probabilmente da quel giorno ho iniziato a inseguire e proteggere i miei sogni, cercando di rendergli onore nel migliore dei modi. Da questo punto di vista mi sembra di avere fatto qualcosa di buono».
Che cosa ha conservato di quel ragazzo?
«L’entusiasmo e la curiosità di quei quindici anni. Anzi, oggi credo di averne ancora di più. Questo è un lavoro in cui è facile perdere la voglia. Si parla troppo poco di quante attrici e attori di talento abbiano smesso di farlo, per difficoltà economiche o crolli improvvisi. La frustrazione di quel sogno è sempre dietro l’angolo».
Da anni dedica molto tempo ai ragazzi che cominciano questo mestiere.
«Sì, mi scrivono in tanti per confrontarsi o chiedere consigli. Ci vediamo spesso al bar oppure vengono a seguire le prove o il montaggio di uno spettacolo. Con Irene Maiorino abbiamo ritrovato delle mail del 2013 in cui mi scriveva: “Sono in un periodo di crisi, mi piacerebbe poter avere un confronto”. Mi piace dedicare del tempo a chi è al primo miglio della corsa e sente già i primi crampi alle gambe, è uno scambio bellissimo. Questo è un mestiere fatto di lunghe attese: i riconoscimenti possono arrivare presto oppure dopo molti anni. Però anche quando non lavori continui a essere sottoposto al giudizio di chiunque, da chi ha l’autorità e un minimo di competenza per poterlo esprimere fino al primo scemo che passa».
Lei quei periodi li ha attraversati. Come si resiste?
«Pazienza, coraggio e luce negli occhi” è il mantra che mi porto dietro da non so quanti anni. Il teatro è sempre stato un’estensione della mia casa. Lì sono riuscito a mantenere quello che chiamo il passo del maratoneta. Ci sono stati anni in cui il cinema mi cercava poco. Molta stima ma piccoli ruoli, belle partecipazioni. Il mercato mi offriva quello, inutile innervosirsi. Senza il teatro forse mi sarei fermato, chissà. Ma è lì che ho costruito i progetti che mi rappresentano di più. Con il cinema ho dovuto pazientare ma poi è stato bellissimo».
Che ragazzo era a scuola?
«Studiavo il giusto. Mi sono appassionato solo negli ultimi due anni del liceo con storia, italiano e filosofia. Nelle assemblee non parlavo, ero piuttosto timido, non un leader. Ho fatto il liceo tra il 1980 e il 1985, in pieno riflusso: ci siamo beccati i cocci degli anni Settanta, come dice Anna Negri. Quel passaggio dai Settanta agli Ottanta è stato il cuore politico di molti dei miei lavori».
Era già un grande imitatore.
«Le voci erano la mia porta d’accesso al mondo. Mi hanno sempre ossessionato i timbri, gli inciampi, il colore delle parole. Poi Orazio Costa, in Accademia, mi ha insegnato a sviluppare quella qualità mimetica che è di tutti i bambini e che crescendo perdiamo. L’istinto mimico è stato anche un modo di sopravvivere ai momenti più faticosi, dalla scuola al servizio militare. Partiva sempre come un gioco. Più avanti ho capito che la questione era un po’ più profonda».
Come è successo con sua nonna.
«L’ho raccontato tante volte ma forse è vero che è stato il mio vero imprinting… Avevo nove o dieci anni. Le telefonai imitando la voce di un vecchio zio. Pensavo mi avrebbe scoperto subito, invece si commosse, pianse e alla fine non ebbi il coraggio di dirle che ero io. La sera lo raccontai ai miei, temendo di averla presa in giro, invece mio padre mi disse: “Ma questa è una cosa geniale… adesso un paio di volte a settimana la chiami e le tieni compagnia”. E così feci. Le ho telefonato per diverso tempo e lei era felice. È stata la scoperta di poter essere creduto tirando fuori da un angolo segreto un altro io e che quell’arma poteva essere una forma di salvezza. Per me e per gli altri».
Il regalo ricevuto che ricorda con più affetto?
«Un motorino per cui avevo battagliato. Lo ricordo con affetto perché me lo rubarono dopo solo un mese. Tornai a casa in autobus con la catena tranciata al collo».
Sua madre, quando veniva a teatro, le diceva sempre che era bravo, sì, ma non quanto gli altri.
«Una buona scuola di sopravvivenza. Forse aveva semplicemente paura. Avevo lasciato senza preavviso l’università, con tutti trenta, si chiedeva se sarei stato davvero capace di fare questo mestiere».
Con Sonia Bergamasco avete condiviso più di metà della vostra vita.
«Un amore infinitamente prezioso del quale parlo poco perché credo sia un mistero che vada un po’ protetto dal discorso pubblico. Lo stesso vale per le figlie».
Qualche giorno fa era li ad ascoltarla, mentre parlava di Tortora a “Il cinema in piazza”, a Roma. La guardava con emozione.
«Sì è vero, continuiamo ad ascoltarci con molta emozione. Anche in scena quando vedi un attore che ti convince è perché sa ascoltare e non si parla addosso».
È arrossito. Condividere lo stesso mestiere aiuta?
«L’estrema diversità di carattere ci ha sempre attratti, nel modo di pensare, di esprimerci, fuori e dentro la scena. Anche negli scontri ci ha aiutato».
Scelga una cosa che la emoziona di più del suo lavoro dopo tanti anni.
«Quel prodigioso travaso di energie fra tutte le generazioni: lavorare sempre con tutti, dai bambini fino agli attori più anziani. Quello che manca nella realtà di tutte le società occidentali. Nel lavoro d’attore i ‘vecchi’ insegnano, non tolgono il posto ai giovani, aggrappandosi alle sedie, come in altri campi».
Ha detto che gli attori in teatro sono gli ultimi custodi dell’arte della memoria. Oggi le sembra che sia proprio la memoria a essere sotto attacco?
«Da diversi decenni provano a convincerci che la memoria sia un peso di cui dobbiamo liberarci. Una trappola orrenda. Si deve dimenticare in fretta per poter dire il giorno dopo tutto e il contrario di tutto: una dittatura dell’eterno presente. Il risultato è una forma di anarchia del Potere, sadica, violenta e imprevedibile che scorre davanti ai nostri occhi. Quella di Salò di Pasolini».