Corriere della Sera, 20 luglio 2026
Gadda: «Sono un bipede finito»
Molti dei cultori di Carlo Emilio Gadda ricorderanno il nome di Giulio Cattaneo, suo amico degli anni romani. Siamo nel 1950: Gadda è vicino ai 57 quando, in ottobre, approda in via Asiago 10, sede della Radio italiana. È stato assunto grazie allo scrittore Giovanni Battista Angioletti, suo vecchio conoscente, direttore dei servizi letterari del Giornale Radio, intenerito dalle condizioni dell’ex Ingegnere, che a Firenze si trovava «sull’orlo dell’abisso, senza più un soldo, senza più speranze di un “impiego”» (ipse dixit). A Roma, Gadda prende in affitto una camera vicino alla Rai, presso «un’avida vedovona, che piange e vuol baiocchi».
Il venticinquenne Giulio, fiorentino, è arrivato da un paio di mesi come praticante nello stesso ufficio scalcinato, «con stanze troppo affollate, con un mobilio sommario e raccogliticcio» (parole sue), e resterà alla Rai fino alla pensione (morirà nel 2010). Anche lui è stato «raccomandato» da un letterato, il coetaneo e concittadino Leone Piccioni, allievi ambedue del critico Giuseppe De Robertis. Ora, dopo aver curato le lettere (per lo più inedite) di Gadda a Piccioni, Silvia Zoppi Garampi si occupa del carteggio con Cattaneo, raccolto sotto il titolo Corrispondenze col Gran lombardo (Succedeoggi Libri), che evoca il titolo più celebre dello stesso Cattaneo, quel memoriale che i gaddofili conoscono bene almeno quanto l’arbasiniano L’Ingegnere in blu.
È Franco Contorbia, nella Prefazione, a ricostruire il tormentato iter delle carte di Cattaneo, miracolosamente salvate dalla dispersione grazie a Zoppi. Ed è lo stesso Contorbia a rendere adeguato omaggio alla figura di Cattaneo e alla sua opera, non solo alle due edizioni de Il gran lombardo (la prima del maggio 1973, la seconda, ampliata, del 1991), ma anche ad altri libri non meno interessanti, raccolte di saggi e memoir a sfondo autobiografico, come L’uomo delle novità, del 1968, il cui protagonista è il prete utopista ed «eretico» Ferdinando Tartaglia. È l’«elegante sprezzatura», secondo Contorbia, il tratto costitutivo della prosa di Cattaneo, sostenuta da «un delicato equilibrio che sconta la temporanea interdizione, o sospensione, del pedale “malinconico”». Fatto sta che tra il giovane e il vecchio scrittore, non ancora divenuto un «lollobrigido» grazie al successo del Pasticciaccio, che verrà nel 1957, si stabilisce un rapporto di amicizia quasi alla pari, perché la devozione del Cattaneo è temperata dal distacco ironico che permette all’osservatore partecipe di cogliere nevrosi, cattiverie, psicodrammi dell’«inchiostratore maligno e pettegolo» che fu il Gran lombardo per sua stessa ammissione.
I due convivranno nello stesso ufficio con Piccioni e Angioletti: Gadda incaricato di due brevi rubriche settimanali (di lettere, arte e spettacolo) e impegnato a rivedere testi di collaboratori e insigni studiosi, postillando a margine frasi non sempre lusinghiere: «Qui è bischero», «Bischerrima scemenza», «È grasso, sudato», eccetera. A metà del 1952 vengono trasferiti alla direzione del Terzo Programma in un ufficio di via Botteghe Oscure. Formato da 19 documenti di Gadda a Cattaneo (e alla moglie Cecilia Barbieri) e da dieci tra lettere e cartoline in direzione inversa, il carteggio si estende dal 1951 al 1972, quando i due non sono più colleghi da anni, poiché lo scrittore si è dimesso dalla Rai nel marzo 1955, trasferendosi in via Blumenstihl, dove morirà il 21 maggio 1973.
La duratura complicità con il Gaddone (così lo chiama spesso l’amico), come fa notare la curatrice, è alimentata dallo scambio di battute e dal sottile gioco delle parti: Cattaneo è infatti la spalla ideale nell’offrire imbeccate e punzecchiature all’illustre bofonchiante scrittore, che non si fa certo pregare per concedersi a sfoghi, freddure, battute con allusioni a personaggi noti e meno noti, facendosi beffe o sparlando di questo e di quello con frasi criptate, sigillate spesso dalla raccomandazione quasi rituale: «per carità, non mi tradisca». Bisogna aspettare due anni perché si passi dal Lei di cortesia al «tu», quando con l’accresciuta familiarità si accentuano sia la vivacità espressiva sia le lamentele sulla routine burocratica e sul delicato sistema nervoso dell’anziano redattore. Quando cambia ruolo, Gadda annuncia al collega, ricoverato per una pleurite, di essere passato segretario di redazione con tanto di segretaria, «che ho chiesto bruttina, timida e sgobbona…» a scanso di tentazioni («coito nell’Asiago»). Non proprio il massimo della correttezza politica, il geniale Gaddone, che peraltro definisce l’affittacamere, già «avida vedovona», una «nana demente».
C’è poi il capitolo vacanze, gite e trasferte, sollecitate dagli amici e regolarmente aggirate dallo scrittore, che adduce per lo più motivi di salute (reali e inventati ad arte). Sicché con l’avvicinarsi dell’estate è «in continua bilicazione» tra l’impulso di accogliere gli inviti e la naturale ritrosia per lo più alimentata dal timore di «nuovi traumi» e malesseri nervosi. Nel luglio ’55 la possibilità di raggiungere Giulio e sua moglie è frustrata da una «nevrite intercostale» originata da herpes Zoster, «una scrofa e troja di malattia» che viene illustrata all’amico nei minimi dettagli clinici, compresi i «vulcanetti più rossi» che si disseccano in colori castano-nerastri: «Orribile a vedersi. Fa pensare a una lebbra, o tropicale sifilide». E infine l’avvilimento: «Ma se non passa più che in fretta, songo fottuto!». Per non dire delle gambe ridotte a «pasta di marrons glacés» o dell’«esaurimento che non si esaurisce più». Con l’ipocondria si mescolano gli acciacchi e gli incidenti veri e propri, come quando, nel gennaio 1959, l’Ingegnere in blu denuncia una caduta notturna dalle scale e il «timore di rimanerci secco», che «mi hanno rintronato la capa e riacceso la pressione a 200-210», con conseguente pessimismo cosmico: «I varî amici mi hanno abbandonato, stufi delle mie disavventure». E cedendo al gusto perverso dell’autoafflizione, scriverà via via: «Sono un bipede finito»; «sono avvilito, obeso, amente, sudato».
Altro motivo di ansia pressoché regolare, il lavoro in uffici frequentati da «bischerofessi assortiti». L’agitazione si estende anche alle collaborazioni successive alla pensione. La vacanza (finalmente!) a Santa Margherita ligure del giugno 1958? «Luogo molto bello», viziato dalle eccessive tentazioni culinarie, come i salumi e i salami da cui «devo rigorosamente astenermi. Se no guai! i dottoroni». Ma ad aggiungere tensione interviene l’ombra del «Basettone Acheronteo»: si tratta del radiodramma-invettiva contro Foscolo, il cui dattiloscritto, appena licenziato, è sottoposto all’attenzione del capufficio Cesare Lupo detto Cecè. Il quale, lo rassicura l’amico Giulio da Roma, «per ora se lo sta leggendo con risate istericucce». E aggiunge: «Io l’ho subito assaporato trovandolo assai dilettoso e ben carico di pepe e di rabbia gaddiane», e tutt’al più sarà necessario «depennare qualche poppa radiofonicamente soverchia».
Senza dimenticare gli impegni editoriali, i contratti firmati e le solite promesse inevase, una costante nella vita dello scrittore. L’agosto 1956 è un periodo cruciale, siamo nel pieno dell’elaborazione del Pasticciaccio con lo spettro di Garzanti che appare implacabile in una breve missiva dove Gadda confessa all’amico che ai problemi di salute «si aggiungono grane familiari e fucile puntato di trentenne energico editore, che pavento in angosciosi incubi». E un paio d’anni dopo, informa il carissimo Giulio di essere alle prese con un racconto destinato, con grande dispetto del terribile Garzanti, al suo «Mecenate», ovvero a Raffaele Mattioli: si tratta di Accoppiamenti giudiziosi, il testo promesso per una plaquette che avrebbe dovuto ripagare l’aiutino offerto dal banchiere in occasione del Premio degli Editori.
Le «corrispondenze» (plurale!) del titolo sono anche sintonie di tipo politico nell’avversione per il nascente centrosinistra. Il primo accenno, datato giugno 1958, è al «neo-governo» e alle «neo-fanfanate» che fanno temere allo scrittore un «crollo immediato dei miei miseri risparmi». Non solo, non appena Gronchi incarica Fanfani di formare un governo, nell’estate 1962 lo sconforto è dichiarato («Arriba el Fanfanello!») e confermato da provvedimenti fin troppo democratici, come la «diabolica “abolizione della terza classe”» che ha favorito l’invasione in seconda e in prima di «un’orda di napoletani mamma-mia, di soldatacci sbracati, di femmine senza calze: che ti offrono in omaggio i loro piedi di scabra terra cotta...». E a sua volta l’amico, pure lui liberale e antisocialista, non esita a rincarare la dose: «Quanto all’apertura a sinistra viene ritenuta troppo avara e i socialisti soffiano vigorosamente nel minestrone fanfanesco (…). E già si notano i primi segni della svolta nell’aumentata altezzosità dei portieri e nella maggiore ostentazione delle poppe caprine delle serve…». Sintonia ideologica e sintonia stilistica.
Silvia Zoppi offre una annotazione molto ricca. E propone in appendice quattro fogli di appunti gaddiani conservati sempre a Roma nell’Archivio Centrale dello Stato, come tutte le carte di Cattaneo, comprese le 19 lettere gaddiane. Le dieci ricevute dall’Ingegnere si trovano nell’Archivio di Fondi gaddiani a Villafranca di Verona. In ultimo, il lettore troverà in forma integrale la gustosissima (e già nota) autointervista approntata in occasione del Premio Viareggio 1953 vinto da Gadda con le Novelle dal Ducato in fiamme.