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 2026  luglio 20 Lunedì calendario

Testardi e disuniti su Kiev

Giuseppe Conte è all’attacco. Da Ostia, sul litorale romano, è partita una campagna del M5S dal titolo «La guerra la paghi tu. Come ci tolgono i soldi per spenderli in armi». Imputata l’Europa riarmista, tutta intera, senza eccezioni. Gli argomenti sono non troppo dissimili da quelli della propaganda russa. Prossima tappa la Sicilia. E il Pd?
Ha sostenuto (su La Stampa) l’ex presidente del Consiglio nonché ex commissario europeo Paolo Gentiloni che Giorgia Meloni ed Elly Schlein dovrebbero stabilire, pur restando ognuna ben salda nel proprio campo, un’alleanza trasversale per resistere alle pressioni delle componenti filorusse dei rispettivi schieramenti. Gentiloni non è entrato nei dettagli di come si possa costruire questo genere di alleanza. Ha però rimproverato Meloni per non essere andata a Parigi dove – alla vigilia della parata del 14 luglio presenti tra gli altri Sergio Mattarella e Volodymyr Zelensky – è nato il raggruppamento dei nove Paesi europei impegnati a potenziare la difesa aerea del continente.
Immaginiamo che per queste affermazioni l’ex capo dell’ultimo governo di centrosinistra abbia ricevuto una telefonata di congratulazioni da parte di Schlein, che si dice condivida (in grandissimo segreto) le opinioni di Mattarella e Gentiloni. In particolare, quelle di Mattarella secondo il quale «il sostegno politico, economico e militare all’Ucraina è funzionale a far cessare la guerra, non ad alimentarla».
In pubblico, nelle occasioni in cui qualcuno (come Giuseppe Conte nella recente manifestazione a Napoli) dice invece che il pericolo russo non esiste e fa fuoco e fiamme contro il riarmo europeo, Schlein finge di non aver sentito. Guarda altrove e quando è il suo turno parla d’altro. Successivamente fioccano le messe a punto di Guerini, Gori, Quartapelle, Sensi, Alfieri, del «piùeuropeo» Riccardo Magi, talvolta anche del prudente Peppe Provenzano. È in tal modo che si presenta il dibattito del Pd e partiti limitrofi su Russia, Ucraina, armamento europeo. Al netto di qualche convegno che non ha lasciato traccia, quella discussione resta confinata tra Napoli e Ostia.
Tornando a Gentiloni, non gli si può dar torto quando si dispiace «che l’Italia si confermi la più svogliata tra i volenterosi». Ma siamo sicuri che, in caso di vittoria delle sinistre, l’entusiasmo nei confronti dei «willing» aumenterà? In Italia ormai il consenso per chi si batte con nettezza in difesa dell’Ucraina si ferma ai confini del partito di Carlo Calenda. Poi c’è una terra di nessuno popolata da qualche ultima capanna di residui ammiratori di Zelensky. Finché non si arriva alle lande di Conte che di Zelensky non ha una grande opinione e gode di un grande vantaggio: sfida la segretaria a viso aperto, dice quel che pensa senza tanti giri di parole, riceve l’applauso di appartenenti al partito schleiniano (per primo, quasi sempre, Bettini), nonché quello ancor più fragoroso della sinistra radicale. Schlein, invece, si vede costretta ad abbassare gli occhi. In nome dell’unità, al massimo reagisce con lo strumento non proprio travolgente di una frasetta attribuitale all’interno di indiscrezioni giornalistiche.
In questo modo, Schlein – da democristiana, si sarebbe detto quarant’anni fa – guadagna passo dopo passo la guida dello schieramento che, al momento del voto, sfiderà Meloni. Contemporaneamente, però, nell’esercito di cui lei sarà a capo, Conte si farà sentire in maniera sempre più esplicita e darà il tono alla competizione. Schlein si troverà sempre più spesso spiazzata come è accaduto a Napoli. Ammesso beninteso che si consideri spiazzata e che il suo dirsi (in privato) d’accordo con Mattarella non sia poco più che un omaggio formale al capo dello Stato.
Anche Meloni avrà problemi del genere stretta com’è tra leghisti, vannacciani, nostalgici del putinismo berlusconiano e la vecchia guardia del suo partito unanime (come si è potuto constatare alla Biennale di Venezia) nel sostenere le ragioni del «Sud del mondo» contro l’odiatissima Europa di Ursula von der Leyen.
La presidente del Consiglio, nonostante qualche inciampo, ha dato prova di saper, all’occorrenza, mettere alla frusta il suo gregge. Schlein no. Lei, quando si parla di Russia, Ucraina e riarmo europeo, si eclissa o se la cava con qualche generico auspicio di pace. Un confronto pubblico con qualcuno dei suoi che la pensi diversamente da Conte non l’ha mai affrontato. Mai. Per come si stanno mettendo le cose, Meloni e Schlein nel giorno del giudizio si troveranno l’una di fronte all’altra. E, se Meloni si sarà definitivamente liberata dell’ingombrante ombra di Trump, l’evanescente impegno di Schlein nei confronti dell’Europa potrà rivelarsi per lei un tallone d’Achille. C’è una cosa che forse Schlein dovrebbe capire al più presto. I tempi in cui le bastava dirsi «testardamente unitaria» sono finiti. Forse è giunta l’ora di iniziare a combattere, laddove le cose non siano del tutto chiare, anche all’interno del suo stesso campo. Dicendo in modo comprensibile in cosa la pensa diversamente da Conte. Meloni, pur con grande fatica, con i suoi ha iniziato a farlo. È giunta insomma l’ora che Schlein diventi testardamente sé stessa.