Corriere della Sera, 20 luglio 2026
Syrsky, il generale in bilico
Il suo nome di battaglia è «Bars», il leopardo delle nevi, che evoca silenzio e attacco improvviso. Per i detrattori Oleksandr Syrsky è invece «il macellaio» o «Generale 200», dal codice sovietico «Cargo 200» usato per indicare i caduti. Due soprannomi opposti per le due facce del capo delle Forze armate ucraine, ora in bilico mentre Volodymyr Zelensky consulta i generali sulla sua possibile sostituzione.
Syrsky compirà 61 anni il 26 luglio. È nato nella regione russa di Vladimir; i genitori e un fratello vivono in Russia. Trasferitosi adolescente a Kharkiv, entrò nell’accademia militare di Mosca e servì nell’Armata sovietica. Dopo la dissoluzione dell’Urss scelse l’Ucraina. Dal 2014 combatté nel Donbass contro le forze sostenute da Mosca.
La fiducia di Zelensky se l’è conquistata nel 2022 quando guidò la difesa della capitale, fermando le colonne russe con piccole unità mobili, e fu decorato come «Eroe dell’Ucraina». In autunno fu l’architetto della controffensiva di Kharkiv, che liberò più di 500 località con una manovra segreta. «A Kiev lo consideravano quasi un mago», ha raccontato un ufficiale dell’Alleanza Atlantica.
Poi venne Bakhmut. Syrsky insistette per difendere la città anche quando appariva destinata a cadere, convinto che la battaglia logorasse i mercenari della Wagner e infliggesse ai russi perdite molto superiori. Migliaia di ucraini morirono prima di perdere la città nel maggio 2023. Soldati e ufficiali gli rimproverarono di avere mandato reparti all’attacco «ondata dopo ondata», anteponendo la posizione sulla mappa alla vita degli uomini. Nacquero allora i nomi di «Macellaio di Bakhmut» e «Generale 200» dal codice con cui l’esercito sovietico indicava il trasporto delle salme dei caduti.
La stessa accusa lo ha inseguito ad Avdiivka e Pokrovsk: avrebbe ritardato i ripiegamenti da postazioni indifendibili e ordinato contrattacchi pagati con molte vite. I critici descrivono un comando verticale, rigido e sovietico. I sostenitori replicano che combatte una guerra di logoramento contro un esercito molto più numeroso. Chi lavora con lui lo definisce «spartano», meticoloso e imperturbabile.
Quando nel febbraio 2024 Zelensky lo nominò al posto del popolarissimo Valery Zaluzhny, l’accoglienza fu gelida. Sei mesi dopo Syrsky recuperò prestigio con l’incursione nella regione russa di Kursk: segretezza assoluta, uso coordinato di reparti diversi e oltre mille chilometri quadrati conquistati nelle prime settimane. Un’operazione audace, pagata però con il successivo ripiegamento e l’indebolimento delle difese nel Donbass.
È riduttivo dipingerlo soltanto come il generale dei cannoni contrapposto ai droni di Mykhailo Fedorov. A giugno Syrsky ha sostenuto che gli ucraini impiegavano i droni d’attacco quasi il doppio dei russi e che la tecnologia è «assolutamente necessaria». Ma continua a credere nell’«azione attiva»: anche in inferiorità numerica, per lui è fondamentale passare all’offensiva appena possibile.
Questa filosofia, lo stile centralizzato e il costo delle sue operazioni in vite umane hanno alimentato lo scontro con Fedorov e la rivolta della piazza. Ma una parte dei vertici militari si è schierata con lui: il comandante della Marina e quello delle Forze d’assalto aereo gli hanno espresso sostegno. Zelensky ha annunciato per domani «colloqui fondamentali».
Ora deve decidere se affidare ancora la guerra al «leopardo delle nevi» o sacrificare il generale che i suoi nemici chiamano «macellaio».