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 2026  luglio 19 Domenica calendario

Paolo Genovese racconta "Perfetti Sconosciuti" 10 anni dopo

Sostiene Rolando Ravello che il lampo di genio si è palesato in un momento (considerato dai più) intimo: “Durante una pisciata (letterale)”.
“Vabbè, a lui piace romanzare”, risponde il protagonista della necessità privata, Paolo Genovese.
Resta la sostanza: dieci anni fa si certificava, si discuteva, ci si confrontava con una delle pellicole più importanti degli ultimi decenni, Perfetti sconosciuti. Quindi il rapporto con l’intimità, la privacy, chi siamo, chi siamo realmente, chi vorremmo essere, da cosa e da chi fuggiamo. Maschere e mascheroni. Sorrisi e smorfie. Cibo (“Da allora odio gli gnocchi!”, parola di Kasia Smutniak) e digestivi. Tutto per quello che lo stesso regista, Paolo Genovese, definì come “l’uovo di colombo”: navigare tra i segreti dei cellulari altrui.
In dieci anni Perfetti sconosciuti ha segnato un confine non solo in Italia, ma anche nel mondo: con 49 remake è il film più replicato della storia, pure in culture lontane (“In Corea è stato un successone”).
Genovese, il trionfo.
Di recente mi è capitato di discutere, in Italia, sull’ipotesi di remake. Ci siamo posti la questione: lo gireresti uguale?.
Risposta?
Ahimè, no.
Tradotto.
In dieci anni è cambiato il rapporto con il cellulare, soprattutto per via dei social: Perfetti sconosciuti è un film sui segreti e il telefono che, a quel tempo, li custodiva, era una specie di cassaforte. Oggi, invece, custodisce la nostra identità.
Allora c’erano due piani.
Tra ciò che eravamo e ciò che raccontavamo. Il telefono conteneva questa distanza. Oggi la stessa distanza si è pericolosamente dissolta e i social sono il luogo dove noi costruiamo la nostra identità.
Presunta identità.
Quell’identità finisce per convincere pure noi stessi.
Un’identità quasi sempre patinata.
In Perfetti sconosciuti il timore era che qualcuno leggesse il nostro cellulare; adesso il timore è che nessuno si interessi a quello che pubblichiamo.
Remake o il seguito?
Al “due” non ci penso proprio.
Le è stato chiesto spesso?
In continuazione; così come il prequel, la serie televisiva, fino al gioco da tavolo; (ci pensa) girerò il sequel di FolleMente.
Le avranno offerto molti soldi.
Qualunque cosa, ma con Perfetti sconosciuti non avrei saputo cosa dire, avrei solo utilizzato il richiamo del titolo.
Ravello, con lei tra gli sceneggiatori, narra l’origine di Perfetti sconosciuti…
(Ride, molto) A lui piace romanzare, offrire questa immagine, direi pure privata.
La smentiamo?
Eravamo in riunione, discutevamo della sequenza di un film differente da Perfetti sconosciuti: in quella scena la padrona di casa, per smascherare le ipocrisie del gruppo, suggeriva di piazzare i cellulari sul tavolo e vedere i contenuti. In quel film nessuno accettava e lei chiudeva con “ci siamo capiti”.
Invece?
Ci fermiamo, alcuni bevono un bicchiere d’acqua, altri preparano il caffè. Io vado in bagno.
Il bagno, c’è.
Torno ed esordisco: “Scusate ragazzi, ma se il telefono qualcuno lo poggiasse e gli altri si sentissero costretti a fare lo stesso e iniziassero a esplorare? Non sarebbe interessante raccontare questo?”. E lì ci siamo ingarellati, abbiamo iniziato a costruire, a immaginare.
E nell’attimo in cui nascono queste intuizioni…
Uno avverte una sorta di brivido, un qualcosa di nuovo che hai voglia di scoprire; qualcosa di stimolante. All’improvviso quella riunione, da stanca, è diventata viva, con ognuno che immaginava, proponeva.
Ancora Ravello: “Paolo è stato bravo a perseverare, perché nessuno credeva alle potenzialità del film”.
È vero, però non me la sono mai presa con i produttori.
Come mai?
Raccontare un film dove sette persone, per due ore, sono sedute intorno a un tavolo e si spiano i cellulari può risultare una strada faticosa.
Sulla carta, sì.
In quegli anni mi invitano a un festival e in giuria trovo Oliver Stone. Finiamo a cena insieme, vicini. A un certo punto mi fa: “Raccontami i tuoi film, il tuo ultimo”. Gli parlo di Perfetti sconosciuti. Mi guarda e sentenzia: “Sembra noiosissimo”.
E lei?
Insisto: “Alla fine accadono cose interessanti e il film è andato molto bene”. “Sì, ma il soggetto sembra proprio noioso”.
Gli ha mandato il film?
Sì, e non mi ha mai risposto.
Leo al Fatto: “Spiegato in due parole poteva sembrare palloso”.
Poi deve scattare la magia nei dialoghi, la tensione; nessuno di noi era convinto del risultato finale, eravamo abbastanza terrorizzati nel girare un film intorno a una tavola.
Come ha scelto il cast?
Molto mirato, senza provini. I personaggi li ho pensati immaginando gli attori che poi sono stati coinvolti. La fortuna è stata che tutti hanno accettato.
Perché proprio loro?
Avevo voglia di lavorare in una commedia con Alba Rohrwacher perché è molto divertente ed è una grandissima attrice.
Valerio Mastandrea.
Cercavo un personaggio con del cinismo e allo stesso tempo delle fragilità. Ed è una sua caratteristica.
Marco Giallini.
Ha quella tenerezza, quel calore in grado di abbracciare qualsiasi situazione.
Kasia Smutniak.
Puntavo su una persona fredda, determinata, quasi cinica.
Anna Foglietta.
Ha dentro la commedia, ma contenuta. Perfetti sconosciuti non poteva risultare un film ridanciano, perché ha una parte drammatica e Anna, quando recita, è sempre vera.
Giuseppe Battiston.
Ha qualcosa di folle. E il suo personaggio meritava qualcosa fuori dagli schemi.
Con Battiston si ha la sensazione che può accadere sempre qualcosa di inaspettato.
Potrebbe essere il ragazzo d’oro della porta accanto come un serial killer. È super versatile.
Edoardo Leo.
Ha la concretezza da maschio italico e allo stesso tempo la capacità da commedia.
Benedetta Porcaroli.
È il suo primo film e per quel ruolo ho richiesto dei provini. Prima di lei ho visto una ventina di sedicenni, ma davanti a Benedetta ho detto: “È lei”. Aveva grande sicurezza, capacità di linguaggio, espressività. E la carriera successiva lo ha confermato.
Tutto ha funzionato.
È un po’ la magia del set, quando la sceneggiatura diventa viva e si trasforma; senza ipocrisie: quella di Perfetti sconosciuti è una buona sceneggiatura, ma gli attori hanno trovato un’alchimia unica, tanto da non trovare le differenze tra le pause e la recitazione. Erano un gruppo di amici che si conosce da una vita, cazzeggia e si prende in giro.
Alcuni suoi colleghi registi spiegano: con i cast importanti tra gli attori c’è sempre la vittima sacrificale.
È vero. Non in questo caso: c’era un fuoco incrociato e continuo di scherzi e battute; forse perché Valerio, Marco, Edoardo si conoscono da tanto.
Smutniak: “Paolo è geloso della sceneggiatura”.
(Ride) Sui remake un po’ mi incazzo; (ci ripensa) no, ci resto male, perché è come se mettessero la parrucca a tuo figlio. Ho smesso di vederli.
Basta, così.

Siamo a 49 e l’ultimo credo sia quello islandese.
Il più improbabile?
L’improbabile che ha ottenuto un successo inaudito è quello coreano (circa 39 milioni di euro d’incassi); quello cinese è divertente, figlio di una cultura molto diversa dalla nostra.

Se diversa, i cambiamenti ci stanno…
Infatti ho odiato quello spagnolo, per me terribile, nonostante il regista sia importante (Álex de la Iglesia, anche Leone d’Oro a Venezia). C’è stata smania autoriale, ma ci sta: nel momento in cui cedi i diritti, devi mettere in conto anche questo.
Smutniak: “Non poso più mangiare gnocchi, polpette e zucchine fritte”.
Per quattro settimane c’è stata una persona che ha rimesso gli gnocchi nei piatti, esattamente nella posizione del giorno prima e ogni giorno si ricominciava.
Un incubo.
Nei miei film spesso c’è la tavola e impongo di mangiare realmente. Sennò davo lo stop e li sollecitavo a non fingere.
Il più ostico?
Sul cibo Mastandrea: ogni tanto prendeva delle briciole di pane. “No Vale, gli gnocchi! Devi avere la bocca piena”.
Il momento in cui ha capito che funzionava.
Alla prima proiezione-test con il pubblico: lì ho sentito le reazioni, le risate, le emozioni sul finale. Alla fine ho pensato: questo film arriva.
Non l’ha mostrato al suo amico Giovanni Floris?
(Cambia tono, entra in modalità complici-da-sempre) Lui è polemico; noi abbiamo un lungo passato di voraci consumatori di cinepanettoni, blockbuster americani…
Da amico è sincero?
Pure troppo.
Ha creato una generazione Perfetti sconosciuti?
È un film molto identificativo di quel periodo, quindi quegli attori sono legati alla pellicola con un senso di appartenenza; con quasi tutti loro ho lavorato in altri film e al momento della promozione scatta quasi sempre la domanda su Perfetti…
Come accaduto a La meglio gioventù.
Un’idea, soprattutto se cinematografica, non è buona in assoluto. È buona in relazione al legame con il momento storico in cui nasce.
Perfetti ha rovinato relazioni.
Ha stravolto vite.
Danni.
(Sorride) L’associazione avvocati divorzisti mi manda ancora fiori per Natale.
Appunto.
Sul mio Instagram ho ricevuto centinaia di messaggi, della serie: “mannaggia a te”, “grazie a te”; “mi è accaduto questo…”.
Temptation Island.
Un po’ sì.
Ai David come s’è sentito?
Rispetto al premio per la sceneggiatura, ci speravo; non avrei mai pensato di vincere la categoria “miglior film” anche perché quell’anno erano candidate opere di autori meravigliosi come Sorrentino, Amelio, Martone, Caligari.
L’aspetto migliore del successo.
La libertà. Da lì i produttori, il pubblico si fidano di te e questo ti mette addosso un’ulteriore responsabilità. Da lì in poi ho avuto la possibilità di raccontare le storie più diverse.
Oramai è un maestro.
No, per favore.
Chi era 10 anni fa e chi è oggi?
Sono abbastanza la stessa persona con la stessa voglia di raccontare, la stessa ansia quando inizio un film, le stesse paure quando c’è la prima e lo stesso senso di gratitudine quando mi permettono di stare sul set. Mi sento una persona fortunata.