il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2026
L’Italia e le sue candidature al patrimonio Unesco
Questa sera si saprà chi sarà campione del mondo (di calcio maschile) tra Spagna e Argentina, ma per l’Italia, che il 5 giugno scorso ha organizzato all’Arena di Verona un evento dal morigerato titolo “Campioni del Mondo-Italia loves Unesco” sono quisquilie. In quel contesto il ministro Gianmarco Mazzi, che giocava in casa, a Verona, ha anche annunciato la prossima candidatura italiana al patrimonio immateriale Unesco: la canzone napoletana classica. “Da subito si metterà al lavoro il comitato incaricato di redigere il dossier scientifico della candidatura. A coordinarlo sarà Renzo Arbore”, obiettivo è il riconoscimento nel 2028 ha detto allora Mazzi. Poco dopo è arrivata una nuova candidatura ufficiosa, cioè sostenuta dal governo: l’arte della calzatura italiana, promossa dal Ministero delle Imprese e Made in Italy.
Le altre candidature ufficiali (cioè con dossier Unesco già inviati e in via di approvazione) dell’Italia in questo momento sono il presepe e la sua tradizione, l’appassimento delle uve della Valpolicella, il patrimonio alimentare alpino, la tradizione delle infiorate e dei tappeti di fiori, l’arte della navigazione a vela latina e vela al terzo, e infine (l’unico bene materiale tra tutti questi) i fossili dell’Eocene a Bolca e nella Val d’Alpone, tra le province di Vicenza e Verona. Nulla di strano, con questo governo sono diventati patrimoni Unesco la pratica del canto lirico, la cucina italiana, l’arte campanaria tradizionale, ma nel patrimonio Unesco italiano ci sono la transumanza, la cerca del tartufo, la vite di Pantelleria, l’alpinismo, l’arte dei pizzaiuoli italiani e quella delle perle di vetro, la dieta mediterranea. Sono candidature diversissime tra loro ma che fanno parte di due filoni principali: alcune (alpinismo, presepe, infiorate…) sono candidature di una moltiplicità di paesi diversi che coinvolgono l’Italia nel processo di candidatura. Italia, che non si è mai vista bocciare un dossier, anche perché è il quarto maggior finanziatore al mondo dell’Unesco dopo Usa, Cina e Giappone (sarà il terzo con l’abbandono degli Stati Uniti a fine 2026), ma di gran lunga il primo per contributi volontari, vale l’8% del bilancio. Altre sono promosse da gruppi d’interesse, comuni, associazioni di categoria, con esplicite finalità di marketing e turistiche. Costano poco al governo italiano, che deve “solo” portare avanti dossier in gran parte già redatti. E se si convince il governo, il marchio Unesco è pressoché certo, almeno finora.
Per diventare campioni del mondo, si dirà, vale tutto. Ma in realtà ormai anche quella partita è andata, anche se la politica (e purtroppo pure la vulgata italiana) fatica a riconoscerlo, come dimostra l’evento di Verona. L’Italia è ancora prima per siti Unesco, sì, uno in più della Cina, 61 a 60: parliamo della lista del “patrimonio materiale”. Ma la Cina non se ne cura, perché vede già riconosciuti 44 beni immateriali, che continuano a crescere (4 approvati nel solo 2024), più del doppio dell’Italia, ferma a 19. Un derby triste tra una potenza globale e una che vorrebbe esserlo. Ieri intanto il ministro Mazzi ha detto che si batterà per far rientrare il turismo tra i settori strategici, come chimica o siderurgia. Peccato che in questo caso il prodotto sia il territorio stesso.