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 2026  luglio 18 Sabato calendario

Che cinema, i letterati. Illustri spettatori, da PPP a Gadda

“Il cinema era tutto”: è il titolo del nuovo libro di Emiliano Morreale. E forse non esiste formula migliore per rendere il rapporto viscerale che ha legato gli scrittori italiani al grande schermo. Non dietro la macchina da presa, non come sceneggiatori o autori adattati per il cinema; ma davanti. Seduti in sala, immersi nel buio, spettatori appassionati che da quelle immagini in movimento hanno imparato a guardare il mondo e, soprattutto, a riscriverlo. Una magnifica ossessione. Per dirla con Ennio Flaiano, “è dunque sugli schermi che la vera vita si svolge”.
Il cinema, sostiene Morreale, non ha influenzato la letteratura nazionale soltanto nei temi, ma ne ha trasformato il linguaggio e perfino il modo di pensare. I romanzieri (e qualche poeta) hanno imparato dalla Settima arte a montare i ricordi, a costruire scene, a lavorare sui dettagli visivi, a spezzare la linearità del racconto. Anche quando non parlavano esplicitamente di cinema, i letterati continuavano a scrivere con una sensibilità cinematografica.
Due universi narrativi speculari. Una lunga, e non sempre dichiarata, love story novecentesca, dal crepuscolo del Muto alla stagione della nostalgia. “La sola cultura che ha ispirato questo libro è cinematografica”, confessava Goffredo Parise. E Giorgio Bassani: “Fu il lavoro cinematografico a indurmi a uscire da me”, mentre per Antonio Tabucchi, il cinema coincide con la nascita stessa della sua scrittura. La lettura delle Lezioni di regia di Ejzenštejn lo portò a riassemblare in chiave cinematografica il suo primo romanzo, Piazza d’Italia. Gianni Celati invece, cinéphile tutto d’un pezzo, edificò il suo immaginario sulla falsariga della comicità slapstick di Buster Keaton e dei fratelli Marx. E Mario Soldati, “il regista Mario” di Lettere da Capri, giunse a un precoce esperimento di autofiction.
Per decenni il cinema è stato, per loro e tanti altri scrittori, molto più di uno spettacolo: un laboratorio sentimentale, sociale e politico, una scuola dello sguardo e dell’immaginazione. Negli anni Trenta, mentre Hollywood esportava il sogno americano, Cesare Pavese trovava nei film statunitensi uno strumento di educazione esistenziale e Anna Maria Ortese teneva in casa una foto di Gary Cooper a cavallo. La letteratura, 35 mm della mente, assorbe ogni ciak. Pier Paolo Pasolini arrivò a Roma con negli occhi la città che aveva visto nei film di Rossellini. I Racconti romani di Alberto Moravia (il più longevo critico cinematografico, e non fu l’unico) sarebbero impensabili senza i lungometraggi tricolori del dopoguerra. Persino sul Pasticciaccio di Carlo Emilio Gadda, osservava Gianfranco Contini, si allunga l’ombra del neorealismo. 8 ½ di Fellini, annotava Alberto Arbasino, sembra essere il romanzo o l’anti-romanzo che la neoavanguardia vagheggerà sempre.
Il cinema è stato, inoltre, una formidabile esperienza collettiva. Le pagine di Leonardo Sciascia traboccano di loggioni rumorosi, spettatori che commentano ad alta voce, schiamazzi. Un Nuovo Cinema Paradiso prima di Tornatore. Per i nostri scrittori, la sala è il luogo in cui scoprire il popolo: borghesi e operai, contadini e intellettuali condividono lo stesso rito. Una finestra sulla realtà. Poi il cinema cambia pelle. Con l’avvento della televisione, inizia a perdere centralità. Da simbolo trasgressivo della modernità, diventa modernariato. Un deposito di memoria, anche sul fronte letterario. Nei libri restano le code al botteghino, il fascio luminoso del proiettore, il fruscio della pellicola, le effusioni nell’oscurità. Attilio Bertolucci afferma che gli intervalli tra un film e l’altro gli rivelano un’umanità più interessante di quella sullo schermo. L’amarcord, in fondo, funziona come il cinema: procede per fotogrammi, apparizioni improvvise, immagini intermittenti. Presenze che sopravvivono, visioni in celluloide cerebrale. Lo sapeva bene Andrea Zanzotto, che trovò in Fellini “l’ispiratore di una nuova fase poetica”. In Aracoeli, l’ultimo romanzo di Elsa Morante, il viaggio nel passato assume le sembianze di una proiezione continua: un rullo che contiene speranze e fantasmi.
Scrive Italo Calvino nel suo Autobiografia di uno spettatore: “Nei tempi stretti delle nostre vite tutto resta lì, angosciosamente presente… La fine del mondo è cominciata con noi e non accenna a finire; il film di cui ci illudevamo d’essere solo spettatori, è la storia della nostra vita”.