La Stampa, 19 luglio 2026
Paolo Virzì riflette sul cinema italiano di oggi e di ieri
«Qualsiasi governo di qualunque segno politico dovrebbe avere a cuore il cinema, un’industria che produce bellezza e idee, con 200mila lavoratori: non è solo red carpet, è un comparto di eccellenze artigiane che dovrebbe essere il nostro fiore all’occhiello». Ne è convinto il regista Paolo Virzì, premiato ieri al Tuscia Film Festival nella serata omaggio a Mattia Torre, compianto autore di Boris, al Sacro Bosco di Bomarzo.
Chi era Mattia Torre?
«Una persona adorabile e un grande autore teatrale, televisivo e cinematografico, capace di raccontare le fragilità umane con ironia e sincerità anche impietosa. Mi era molto simpatico, ricordo con piacere la presentazione di Ogni Maledetto Natale al Festival di Torino quando ne ero direttore».
Che rapporto ha con i premi?
«Fanno piacere, però si può vivere tranquillamente senza. Io sono stato fortunato, in ufficio ho un paio di mensole sovraccariche di pupazzetti dorati e nastrini argentati. Mi considero appagato e allo stesso tempo mi piace guardare le novità. Nella vita, diceva Arbasino, si passa da giovane promessa a solito str**o, a vecchio maestro. A me fa piacere quando c’è spazio per le giovani promesse».
Non è dispiaciuto per i David di Donatello, quindi?
«Nessun mal di stomaco. Mi è piaciuto Le città di pianura, film molto simpatico con facce diverse e un nuovo modo di raccontare. E sono contento che il mio Cinque secondi sia stato accolto con affetto dal pubblico».
Monicelli sosteneva che l’Italia non fosse un Paese per giovani, concorda?
«Ai tempi sulla scena italiana c’erano solo queste figure magnifiche ma ingombranti, le cose sono cambiate, come si è visto ai premi. Fa soffrire il ritardo dell’accesso dei giovani alle cariche apicali, ci si riempie la bocca con proclami retorici sui giovani, ma li si sfrutta, sottovaluta e sottopaga, la grande battaglia di civiltà è avere rispetto verso chi si affaccia al mondo del lavoro».
Quale è lo stato di salute attuale del cinema italiano?
«Da una parte c’è un’enorme gravissima nube, quella di un cinema che non ha regole e vive sempre in uno stato di allarme. Questa situazione precaria indebolisce tanto il nostro comparto. Il sostegno pubblico al cinema è una cosa importante in tanti paesi, anche negli Stati Uniti, patria del liberismo. Dall’altra parte, nella manciata di film belli e rilevanti di quest’anno, sono riusciti a emergere nuovi talenti tra autori e attori, è positivo».
Cosa pensa di Zalone, re degli incassi?
«Sono un suo fan, è geniale e spietato, soprattutto con se stesso. Sarebbe piaciuto a Monicelli e Scola, è imparentato con Alberto Sordi».
Le istituzioni dovrebbero fare uno sforzo in più per il cinema?
«Il cinema è patrimonio di tutti, o per usare un’espressione meloniana della nazione. Non dovrebbe essere appannaggio di una parte politica, il cinema quando è grande non è mai propaganda. Al contrario, è farsi delle domande, far esprimere lo spirito di un Paese, ma soprattutto una straordinaria risorsa in termini di lavoro, patrimonio, identità».
C’è chi dice che fare cinema sia da privilegiati.
«È un privilegio, ma anche un’enorme scommessa. Un lavoro che è fatica, dolore, mancanza di certezze, precarietà, non si ha la sicurezza di aver svoltato nella vita neanche quando si ha successo. Un prezzo che chi ha passione per questo mestiere paga volentieri».
Chi ha trasmesso a lei questa passione?
«Furio Scarpelli, un maestro, insegnava sceneggiatura al Centro Sperimentale. Poi quel gruppo di autori straordinari come Ettore Scola e Mario Monicelli che da ventenne guardavo ammirato provando a rubare qualcosa, quel loro spirito scanzonato e serio, di riflessione civile ma non fanatico».
Maestre?
«Ahimè il cinema italiano della stagione gloriosa è stato molto maschile, con le eccezioni di Lina Wertmuller, Suso Cecchi D’Amico e Liliana Cavani. Di Suso ricordo la sterminata cultura in ambito letterario, sapeva scovare il riferimento romanzesco di ogni storia. Con Lina ho lavorato a casa sua, a 23 anni, ero l’assistente dello sceneggiatore Raffaele La Capria per Sabato, domenica e lunedì con Sophia Loren. Lina era spiritosa, intelligente, cattiva ma in modo divertente. Si capiva che aveva dovuto metterci il doppio dell’energia per affermarsi in un mondo maschile, quindi grande stima».
Sta pensando al suo nuovo film?
«Certo, ma è ancora un germoglio, quando diventa arbusto e può affrontare il mondo ne parlo. Per ora l’ho scritto».
Con o senza intelligenza artificiale?
«Senza, ma come tutti sono curioso di questa nuova possibilità. Per ora mi sembra divertente usarla nelle ricerche e nell’illustrazione, puoi realizzare un’immagine per uno storyboard in un batter d’occhio, ma in scrittura niente da fare. Abbiamo provato con degli amici a mettere alla prova una serie di piattaforme di IA, da ChatGpt a Claude, ma sono melense e banali. Il nostro mestiere è ancora salvo».