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 2026  luglio 19 Domenica calendario

Intervista a Patti Smith

Patti Smith è nata a Chicago nel 1946. Negli anni Settanta la poeta e cantautrice americana ha aperto la strada a diversi artisti punk rock, soprattutto donne. E con il suo aspetto androgino, le intense esibizioni dal vivo e una poesia che affrontava testi sovversivi, si è guadagnata il titolo di “madrina del punk”.
Siamo ad Arles, cosa sta esponendo al LUMA Arles?
«Sto lavorando con il Soundwalk Collective, un gruppo di arte Sonora internazionale, su una serie multimediale di film e disegni che devono comporre il diario visuale del nostro lavoro sulla poesia, l’arte, l’ambiente, l’estinzione delle specie, i roghi forestali, ma anche sul futuro, i nostri figli».
Sta anche firmando copie del suo nuovo libro “Il pane degli angeli”, un altro libro di memorie, un filone che lei ha iniziato con “Just Kids”. Perché scrive memorie sulla sua vita, i suoi sentimenti e amori, la sua famiglia?
«Mi ritengo una scrittrice di fiction in realtà, non ho mai pensato a scrivere memorie fino a che Mapplethorpe mi chiese di raccontare la nostra storia, poche ore prima di morire, nel 1989. Ci ho messo almeno 10 anni, e ho amato scrivere questa sorta di auto-fiction che ho imparato da Jean Genet, il romanziere e drammaturgo francese che era uno dei personaggi del proprio libro, mischiando fiction e non-fiction. Non volevo scrivere altre memorie, ma su di me e mio marito sono state scritte troppe cose, spesso inventate. La gente crede che siamo usciti dalla vita pubblica perché eravamo dei tossici, ma in realtà abbiamo vissuto una vita tranquilla e produttiva. Abbiamo cresciuto due figli. Mio marito è morto giovane, a 44 anni, nel 1994, e volevo raccontare a chi fosse interessato le cose davvero importanti della mia vita, invece delle mezze verità e dei pettegolezzi. Sono stata totalmente sincera».
Lei racconta la sua infanzia, i genitori, i fratelli, e la decisione di lasciare Philadelphia e andare a New York, dove la prima persona che ha incontrato è stato il fotografo Robert Mapplethorpe?
«Quando sei giovane accetti le cose per come sono, ma ora mi guardo indietro e mi rendo conto che miracolo è stato quell’incontro. Arrivo a New York per fare l’artista e conosco un altro ventenne che non vuole essere un artista, ma sa di esserlo. Mi diceva sempre: “Non puoi volere essere un’artista. Tu sei un’artista”. È stata una lezione semplicissima e bellissima, che mi ha dato sicurezza a vent’anni».
Poi ha conosciuto Sam Shepard e ha cominciato a recitare?
«Soprattutto abbiamo scritto un testo teatrale insieme, Cowboy Mouth. Sam ci aveva messo un pezzo di improvvisazione poetica, e io gli chiesi come farlo. Lui disse: “Lascialo scorrere. Discuti con me in versi. Non avere paura”. Io chiesi cosa sarebbe successo se avessi fatto un errore. Lui rispose: “Non puoi sbagliare. Se stai improvvisando e incontri un muro, fallo a pezzi”. Di nuovo, qualcuno era entrato nella mia vita per darmi una indicazione semplice che cambia tutto».
Le piace fare la scrittrice?
«Sì, perché sono un’artista visuale, e ovviamente mi esibisco e faccio la cantautrice, ma se dovessi scegliere solo una delle cose che faccio, sarebbe la scrittura. Amo i libri più di ogni altra cosa».
Presto andrà a Roma per un concerto, cosa farà quel giorno?
«Forse andrò al Vaticano, a trovare papa Francesco e la sua tomba. Forse parlerò con qualcuno che incontrerò lì. In una chiesa c’è un osso del piede di Maria Maddalena, voglio visitarla. Voglio sempre andare nei musei. Magari andrò a vedere i dipinti del Caravaggio».
Nel libro lei parla del test del DNA che ha fatto perché non era certa di essere la figlia biologica di suo padre.
«Ho un aspetto molto diverso dai miei fratelli, ma adoro il padre che mi ha cresciuto. Grant Smith era un uomo bellissimo, ma non assomiglio a lui e ho scoperto che non era il mio padre biologico. Però ho voluto assomigliargli, lui leggeva sempre e faceva un milione di domande. Aveva una spiritualità innata senza essere religioso. L’ho amato molto, lo amo ancora».

Invece di pensare che fosse irlandese ha scoperto di avere un padre ebreo ashkenazita?
«Al 100 per cento. Per anni andavo a Belfast dicendo che mio padre era irlandese, ero andata sulla tomba di Bobby Sands, ero diventata amica degli U2 parlando di cosa significa essere irlandesi. E poi ho scoperto di non avere nulla di irlandese! Ma mi sento virtualmente irlandese grazie a mio padre, e il sentimento nei confronti degli ebrei e di quello che gli è stato fatto durante la Seconda guerra mondiale era molto profondo nella mia famiglia. Sono devastata da quello che è accaduto ai palestinesi, e quello che sta succedendo ora in Libano. Ne parlo spesso e mi danno dell’antisemita, molto buffo, considerando che biologicamente sono per metà ebrea. In realtà non sono “anti” niente. Sono per i bambini. È il mio primo pensiero».
È riuscita a fare la madre nonostante i viaggi?
«I miei figli non sapevano nemmeno che avessi suonato il rock and roll. Hanno avuto una infanzia forse bohèmienne, ma molto felice. Non avevano idea della mia fama passata. Quando, dopo la morte di mio marito, dovetti tornare in scena per guadagnare, feci il primo tour con Bob Dylan. Mio figlio aveva 13 anni, mia figlia 8, e un giornalista chiese loro cosa voleva dire avere Patti Smith come madre? Mio figlio rispose: “Lei cucina e lava i nostri vestiti”. Oggi lui è il mio chitarrista».
Trascorrerà del tempo in Italia?
«Amo sempre farlo. A novembre e dicembre ci starò a lungo perché insieme al Soundwalk Collective faremo una mostra enorme alla Triennale di Milano».
Ama ancora la vita e quello che sta facendo?
«Sto per compiere 80 anni, e ammetto di avere problemi fisici. Non ho più la resistenza di un tempo, e devo riguardarmi di più. Ma ho davanti a me più porte aperte di quante ne avessi mai avute».