La Stampa, 19 luglio 2026
Zes, attacco durissimo di Attilio Fontana contro Urso
«Da anni stiamo chiedendo le Zes» a Roma. Rispolverata la verve bossiana, il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, tiene alto il pressing al governo sulle Zone economiche speciali da estendere al Nord. E attacca il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. L’occasione si è presentata due sere fa, all’apertura della festa della Lega di Sumirago e e Albizzate, in provincia di Varese. Cori pro “Padania”, bandiere della Lega Lombarda e inni in memoria del Senatùr. I toni riportano in auge la posizione “Roma ladrona” («Non ci vuole bene, noi le stiamo sulle p...e, appena può ci mette due dita negli occhi»). E dopo aver sottolineato un basso numero di forze dell’ordine in Lombardia rispetto al resto d’Italia, apre il capitolo della Zes. Rilanciando così la proposta di legge della Lega, presentata giusto dieci giorni fa alla Camera, per estendere i benefici fiscali – dal credito d’imposta alla facilitazione degli investimenti per le aziende, fino a iter semplificati e meno burocrazia – che ne derivano anche in Settentrione. Parentesi: per passare dalle parole ai fatti, secondo i calcoli del partito, il ministero dell’Economia e delle Finanze dovrebbe sbloccare 3 miliardi di euro. Da reperire con l’emissione di titoli di Stato e risparmi di bilancio.
L’affondo di Fontana: «Anche noi avremo la Zes. Era intervenuto subito il ministro… Come cavolo si chiama, quello del Made in Italy? Adolfo Urso. E ha detto: sì alla Zes in Lombardia, ma niente soldi. E allora, grazie al ca…o. Cosa me ne faccio? Vuol dire che mi prendi veramente per il c…o». Tra parolacce e sghignazzi della platea, il governatore ribadisce l’utilità di una Zes al Nord in modo da «trattenere i nostri lavoratori che scappano», oltre che «per evitare che gli imprenditori se ne vadano in Svizzera invece che restare in Italia». Di principio, afferma Fontana, al governo «ho chiesto di prestare attenzione per i nostri diritti. Il risultato è che mi hanno attaccato tutti. Perché? Perché difendo il Nord, perché difendo la Lombardia». La sua, comunque, è soltanto una delle tante voci che reclamano la Zes sopra le Marche: dagli industriali sino agli altri presidenti delle Regioni del Nord.
Sul tema delle Zes, nei giorni scorsi, proprio Urso aveva spiegato che l’estensione di tale opportunità ad altre aree del Paese non era possibile «perché il suo obiettivo è ridurre i divari interni, ed è per questo che è finanziata in gran parte con i fondi di Coesione». Soldi che provengono dall’Unione europea, affermando sostanzialmente che le regole comunitarie vietano l’estensione della Zes. Infatti, stando all’articolo 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, sono incompatibili con il mercato interno gli aiuti concessi dagli che, «favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza», tutto ciò «salvo deroghe contemplate dai trattati». Una di queste deroghe prevede che possano essere considerati compatibili gli aiuti destinati a favorire lo sviluppo economico delle regioni «ove il tenore di vita sia anormalmente basso, oppure si abbia una grave forma di sottoccupazione».
Queste regioni, che vengono identificate come quelle aree il cui Pil è pari o inferiore al 75% della media Ue, per l’Italia sono rappresentate da Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna e Molise. C’è poi la possibilità di allargare tali aiuti anche allo «sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche», ovvero zone svantaggiate ma in misura minore, che possono essere specifiche parti di alcune regioni (come province o comuni). Per queste aree, tuttavia, l’intensità degli aiuti è anche più bassa.
Oltre al nodo degli aiuti di Stato, a impedire l’estensione è anche l’origine stessa delle risorse, provenienti dalla politica di Coesione che, secondo i Trattati, ha come scopo quello di «ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni europee». Motivo per cui le regioni a beneficiarne sono le stesse individuate in precedenza. Una possibile alternativa, individuata anche dal ministro Urso, sarebbe quella di designare aree del Nord Italia come «aree di accelerazione industriale» previste dall’Industrial Accelerator Act che è in discussione tra i co-legislatori europei. Il che permetterebbe alle aziende basate in quell’area alcuni vantaggi tra cui permessi semplificati – ad esempio autorizzazione per area e non per singolo sito, oltre all’approvazione tacita mediante il “silenzio-assenso” – e accesso prioritario alle infrastrutture energetiche.