La Stampa, 19 luglio 2026
Israele, 100 giorni alla resa dei conti
Tra cento giorni Israele andrà alle urne per scegliere il proprio destino. Qualsiasi sarà il risultato, è un voto storico. Nessuna elezione precedente ha concentrato nello stesso appuntamento così tanti fattori: il trauma del 7 ottobre, l’agonia per gli ostaggi, tre anni di guerra tra Gaza, Libano e Iran, lo sfinimento dei riservisti, l’abbandono percepito dalle comunità di confine e una crisi di fiducia che non risparmia più nemmeno l’esercito.
Anche la data è una ferita: 27.10 contiene 7.10.
Per l’opposizione, il voto è l’ultimo miglio di un’attesa cominciata più di mille giorni fa nelle piazze contro la riforma giudiziaria. Per una parte del Paese è diventato una questione esistenziale e identitaria che potrà avere, a seconda dell’esito, una ricaduta persino terapeutica: cambiare governo per tornare a guardare avanti. Da qui nasce anche la battaglia per una commissione d’inchiesta statale indipendente sul 7 ottobre, a cui si oppone il premier Benjamin Netanyahu sostenendo che sarebbe di parte, a suo danno: senza stabilire le responsabilità, Israele non riuscirà a ritrovare l’orientamento. Ma il disorientamento è difficile da misurare. Un sondaggio trasmesso ieri dal Canale12 israeliano ci viene incontro: il 23% del campione intervistato considera l’idea di lasciare il Paese in caso di rielezione di Netanyahu.
Non si sfugge dal referendum su di lui, il premier dal futuro giudiziario incerto, il più longevo della storia israeliana e il più divisivo, dentro e fuori Israele. Con la sua scaltrezza e resilienza politica ha portato fino in fondo il mandato della coalizione più a destra che abbia mai governato il Paese, risultato che non si vedeva dal 1988. Ma la tenuta parlamentare nasconde una fragilità sociale senza precedenti in cui Bibi – il suo diminutivo ufficiale – non è l’unica variabile. In ballo ci sono la sicurezza, l’equilibrio tra governo e Corte Suprema, la capacità di proteggere chi serve il Paese e il patto sociale tra cittadini e Stato.
È anche per questo che il voto israeliano è di complessa lettura in Europa. Il fronte contrario a Netanyahu non è “la sinistra”, né si avvicina alle urne pensando a Gaza o allo Stato palestinese. Israele ha una posizione securitaria per necessità, a prescindere da chi sia al governo. Dopo il massacro di Hamas nessuno tra i principali partiti considera questo il momento per riaprire il dossier palestinese. Ma una cosa è difendere Israele, un’altra accettare il progetto di Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich di un Paese più messianico, meno frenato dai contrappesi istituzionali, orientato ad ampliare e rendere permanente il controllo sui territori palestinesi e a ricreare prigioni ispirate alla Alligator Alcatraz degli Stati Uniti.
La linea di frattura è il concetto stesso di forza che i due blocchi interpretano in modo diverso. Per l’estrema destra significa alzare lo scontro, ridurre i vincoli e fare dell’isolamento una prova di fermezza. Per il centro e la sinistra significa proteggere il Paese senza consumarlo, preservare l’indipendenza delle istituzioni e tornare a una normalità fatta di cura, relazioni, ricostruzione, crescita e servizi.
Poi ci sono questioni che sembravano settoriali e la guerra ha reso politiche. L’esenzione dalla leva degli Haredim, gli ebrei ultraortodossi che dedicano la vita allo studio della Torah, non è più soltanto una disputa religiosa: è diventata il bilancino dell’equità nazionale. Dopo anni di mobilitazione, famiglie separate e in lutto, attività economiche sospese, la società laica e “soft-orthodox” non accetta più che un’intera comunità sia esonerata dal peso per la sicurezza comune.
Il carovita attraversa tutto l’elettorato, aggravato dalle tasse, dai costi della guerra e dal deterioramento dei servizi.
Per gli elettori arabo-israeliani, sicurezza significa più che altro criminalità nelle proprie città, comuni sottofinanziati, divari nella scuola, nel lavoro e nella casa. Chiedono a uno Stato molto presente nel controllo di esserlo anche nella protezione.
L’esito delle urne appare a ora incerto. I blocchi oscillano attorno ai 61 seggi senza riuscire a trasformare un vantaggio emotivo e momentaneo in una maggioranza solida.
Il riferimento politico è quello della “primavera ungherese” di Peter Magyar contro Viktor Orbán: sottrarre alla destra i suoi temi e il suo linguaggio, costruendo una coalizione liberale e nazionale. Tuttavia, il paragone con Budapest si ferma sulla soglia della complessità israeliana. Mentre Magyar ha sfidato il sistema dall’interno di un perimetro prettamente conservatore, nello Stato ebraico la parola decisiva è “sionista”, collante identitario di un’opposizione eterogenea. Ne fanno parte: la destra nazionale di Avigdor Liberman; l’alleanza di centrodestra BeYachad (Insieme) guidata da Naftali Bennett con Yair Lapid; i Democratici di Yair Golan che hanno ereditato il testimone della sinistra laburista storica ma che oggi giocano un ruolo minore; e l’ex capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot. Li unisce il rifiuto di consegnare il futuro del Paese ai partiti messianici e il tentativo di separare chi serve lo Stato da chi, dicono, se ne serve. Eisenkot, il “generale gentiluomo” che procede per la sua strada con una calma metodica quanto dirompente, è diventato il rivale più insidioso per Netanyahu. Il suo partito, Yashar!, gioca sul doppio significato di “avanti” e “onesto”. Nei sondaggi ha superato Bibi nel gradimento personale e il suo partito è arrivato a insidiare il Likud come prima forza del Paese. Nell’ultimo sondaggio di Canale13, per la prima volta, il “blocco di tutta la nazione d’Israele” – come lo definisce Bennett – ha toccato quota 61. È un vantaggio fragile. Non per niente Netanyahu è detto HaKosem, il Mago: ha ancora cento giorni per spostare l’agenda e le alleanze o estrarre dal cilindro un risultato politico e diplomatico capace di rovesciare i sondaggi.
Il risultato riguarderà anche l’Europa. Un governo libero dal ricatto dei partiti estremisti potrebbe mostrarsi più dialogante sui dossier mediorientali e normalizzare i rapporti diplomatici con Bruxelles, oggi ai ferri corti. Potrebbe anche allentare la pressione sulle comunità ebraiche europee, investite da un antisemitismo alimentato dalla percezione internazionale delle politiche dell’attuale governo. Ma anche l’Europa deve liberarsi delle proprie scorciatoie e prendere consapevolezza dei cliché che impediscono di capire il Paese. A leggere Israele esclusivamente attraverso le lenti di Haaretz, voce autorevole – ma pur sempre minoritaria – dell’élite liberal-progressista si rischia di farsi un’idea non solo parziale ma anche fuorviante.
I prossimi cento giorni saranno cruciali. Un interrogativo, per l’elettorato dell’opposizione, è particolarmente insidioso: votare sulla base del passato (contro chi ha sbagliato) o del futuro (a favore di chi può fare meglio)? Israele ha cento giorni per tradurre trauma, sfiducia e un’idea incerta di futuro nel nome del partito da indicare su una scheda.