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 2026  luglio 19 Domenica calendario

Intervista a Roberto Vecchioni

«Mi divertiva l’idea del docufilm perché non è girato dai professionisti che ti dicono: “Mettiti qui, schiacciati là”, e ti fanno ripetere cinque volte la scena. I ragazzi vanno a sensazione, romanticamente a caso. E ascoltano». La vita come viene, i figli, la musica, la passione per l’insegnamento, l’amore per i perdenti: il professor Roberto Vecchioni si racconta nel bel docufilm con la regia di Gianni Canova Corri, Roberto corri, realizzato dagli studenti e dai laureati del Corso di Laurea magistrale in Televisione, cinema e new media dell’università Iulm di Milano. Sarà presentato il 29 luglio a Soverato nell’ambito del Magna Graecia Film Festival dove il cantautore riceverà il premio Colonna d’oro. Aiuto regista è Edoardo Vecchioni, figlio dell’artista, che cura anche la produzione esecutiva.
Com’è stata la collaborazione?
«Edoardo è entrato alla Iulm tre anni fa, insegnavo Contemporaneità dell’antico e mi aiutava con i filmati».
All’inizio dice: “Non esiste accendersi il sigaro con l’accendino, sarebbe come fare l’amore senza amore”. Le è capitato?
«Da ragazzo non sapevo nemmeno se ci fosse l’amore. L’amore che si faceva da ragazzi comunque era bello, c’era gentilezza, sfioravi la ragazza: “Come ti va?”. Eri dolce».

Sa che è diventato virale il video alle nozze di sua figlia Francesca con la compagna Sara quando dice che «la felicità viene dal casino…» e anche nel doc fa l’elogio del disordine.
«Mi fa piacere, sono convinto di entrambe le considerazioni. Il disordine dà un sacco di pungoli, ti spinge a usare il cervello».
Quattro figli, Francesca, Arrigo (scomparso nel 2023), Edoardo, Carolina: dice che non è stato un buon padre. Ma è fiero degli insegnamenti dati: «Gioco, sogno e, in fin dei conti, la libertà». Suo padre com’era?
«Mi ha dato la libertà. Mia madre, che era straordinariamente attaccata a noi figli, invece, era più ansiosa. Uno era permissivo e l’altra molto attenta a quello che ci succedeva. Visto che mia moglie Daria si faceva carico della parte obbligatoria, mi sono preso lo spazio della fantasia, il piacere di fingere e di scherzare. I miei figli, diversi tra loro, hanno costruito un mosaico perfetto».
Ha creato un rapporto di gioco?
«Abbiamo scherzato a tavola, in viaggio, sulle cose della vita. Nessuno di loro mi ha preso sul serio, eravamo un chilometro sopra la terra. Vivevamo di giochi, scherzi e cultura, volando con la fantasia».
Quanto deve a sua moglie Daria Colombo?
«Le devo tutto. Servirebbe un’altra intervista per parlare solo di lei. Una donna innamorata, capace di ascoltare, di fare per gli altri, quasi incapace di fare per sé. Una donna di un’intelligenza pazzesca,
ha costruito la Fondazione Vecchioni per le malattie mentali in memoria di nostro figlio Arrigo. Ci lavora tanto, manca sempre qualcosa. Abbiamo un luogo dove stare: psichiatri, psicologi, gente che fa i calcoli. Progetto costoso e importante. Ci interessava sollevare l’attenzione sul disagio psichico, che nessuno considera, perché quando uno è fuori di testa, si scappa. Se hai la difterite o il cancro, invece dicono: “Poverino”».
Una vita per l’insegnamento, c’è uno scambio?
«Tu sei l’educatore, quello che tira fuori l’anima dei ragazzi; educare non vuol dire obbligare a regole senza spiegare perché. È il principio dell’educere socratico. Conosci una persona poco alla volta, ed è fondamentale ascoltare».
Si criticano i ragazzi, poi vanno a votare e vengono riscoperti: “Ma si impegnano”. Che ne pensa?
«“Votate come votate” è la cosa più giusta da dire. Se anche la parte per cui votate non è perfettamente adeguata al presente, quello che conta è lo spirito. Se uno va a votare Pd e vede che è tutto frammentato, non ha la forza, la ragione per aiutarlo un po’ è perché ha una storia. Rappresenta un modo di vivere vicino al mio. Le persone cambieranno, ma lo spirito, in questo caso di sinistra, resta».
Crede nella politica?
«Politica è sbagliata come parola. E non dovrebbe esistere una politica “a settori”, perché certe cose di uno piacciono anche agli altri. Alla fine la mancanza di verità spesso porta a denigrare gli avversari».
Dice: “Ho la certezza che il mondo è buono, anche nel male che attraversa”.
«È una frase in cui credo. È una società di lotte, passaggi, che non ti fa diventare cattivo, ma furbo. È la vittoria della materia sullo spirito, una stortura: viviamo di quello che ci propongono di comprare».
Sulla sua maglietta è scritto: “Social media kills magic”.
«Perché non ho mai amato i social media, secondo me uccidono la fantasia. Devi essere fantasioso tutta la giornata; ti tieni le cose, poi le dici. Ci sono i telefonini, ok, ma ci si può anche incontrare al bar, sulla scalinata di una chiesa».
Cos’è cambiato da quando fa “In altre parole” su La7 con Massimo Gramellini?
«La tv mi ha reso popolare. Mi fermano tutti, anche quelli che non sanno le mie canzoni. Bello. Le parole fuggono, secondo il pensiero. Mi piace la lavagna. Mi divertivo, abbiamo parlato di Eros e Psiche, della pace di Aristofane. Non pensavo di aver fatto una cosa eccezionale, spiegando il grande sentimento che è la filia, l’amicizia. Non sa i messaggi che ho ricevuto».
Nel 2011 ha vinto al Festival di Sanremo con “Chiamami ancora amore”, Gianni Morandi la convinse a partecipare. Vi sentite ancora?
«Mi ha telefonato per il mio compleanno, a giugno. È un amico».
Il rapporto con l’età?
«Vecchi e bambini hanno un grande futuro. I bambini non lo sanno e ci credono, i vecchi invece se lo inventano. Nazim Hikmet scrive: “Pianterai degli ulivi/non perché restino ai tuoi figli/ma perché non crederai alla morte, pur temendola/ la vita peserà di più sulla bilancia”. I vecchi credono di vederli crescere».
Ha quattro nipotine, come sono?
«Tutte diverse, belle, curiose. Suonano. Mi vogliono molto bene, chiamano: “Come stai nonno?”. Specie nel periodo brutto, dopo l’infarto. Sono stato tanto in ospedale, i mesi sospesi sono catastrofici; per riprendersi ci vuole un casino di tempo. Avevo cominciato il disco e l’ho lasciato a metà. Fino a 82 anni era andata bene, due tumorini. Ho un carattere forte, adesso è più difficile».
Soffre un po’ di malinconia?
«Anche. Ma soprattutto sento che non sarò come prima».