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 2026  luglio 19 Domenica calendario

Victor dei boschi e le catene della civiltà

Nell’estate del 1798 tre cacciatori scovano tra i boschi del dipartimento dell’Aveyron un bambino. È nudo, irsuto ed è privo di parola. Il ragazzino che sembra avere undici o dodici anni, si nasconde tra i cespugli e s’arrampica sugli alberi. Dopo un inseguimento lo catturano e portano nel villaggio vicino. Tuttavia riesce a fuggire. Nel gennaio del 1800 ricompare all’improvviso e si lascia prendere senza resistenza. Appare rabbioso, inquieto e scosso da ossessivi movimenti ondulatori, per cui viene portato a Rodez, dove rimane alcuni mesi. Viene visitato da diversi studiosi e alla fine viene redatto il primo resoconto su di lui: viene chiamato “il ragazzo selvaggio dell’Aveyron”. Non è il primo rinvenimento d’un simile giovane. Persino Linneo nel suo Systema Naturae (edizione di Gmelin, 1788) aveva registrato vari casi di ragazzi selvaggi: il giovane che viveva coi lupi della Hesse nel 1341; i due ragazzi trovati nei Pirenei nel 1719; la ragazza chiamata Puella Campanica a Châlons-en-Champagne, in Francia, e un’altra originaria dei Carpazi. Mentre Rousseau e Condillac, dal canto loro, s’erano riferiti al caso di un giovane allevato dagli orsi nelle foreste della Lituania, rintracciato nel 1694. Questa volta il ritrovamento è accompagnato da un nuovo interesse. In Francia è nata da poco la science de l’homme con libelli, opuscoli e dispute scientifiche; sono stati creati una scuola per sordomuti e un ospedale per alienati, diretto da Philippe Pinel. Il caso del ragazzo suscita una grande attenzione e si parla di lui nelle gazzette. Portato a Parigi all’Institut national des Sourds-Muets, viene affidato alle cure di un giovane studioso, il medico Jean Itard, destinato a diventare uno dei fondatori della pedagogia moderna. Sarà lui a scrivere un Journal, il resoconto del tentativo di educare il ragazzo. Gli viene dato il nome di Victor. Il testo del giovane medico sarà stampato e letto nel corso dell’Ottocento e in questo modo arriverà a influenzare in forma più o meno diretta diverse opere letterarie, probabilmente Pinocchio e Peter Pan, con ogni probabilità Il libro della giungla. Nasce in questo modo la figura del “ragazzo selvaggio”, in alcuni casi dotato persino di misteriosi poteri magici.
 
François Truffaut nel 1970 trarrà dagli scritti di Itard un film, dove appare indossando i panni del medico. La prima parte di quel diario, Il ragazzo selvaggio, appare dunque a Parigi nel 1801; è insieme un racconto, una riflessione, un resoconto scientifico, un’opera che mescola insieme antropologia, scienza e letteratura, come accadeva quando ancora i generi letterari non si erano separati tra loro. Itard è convinto che «il preteso selvaggio» non sia un povero «idiota», come è creduto dai più, bensì un ragazzo intelligente e sensibile, che può essere restituito alla società umana con una educazione dei sensi e della mente. Alternando una «petulante irrequietezza» a una «sorda apatia», Victor però resiste alle istruzioni di Itard, che da parte sua alterna manifestazioni d’affetto a durezze da buon rieducatore.
Truffaut ha reso visibile con il suo film in costume l’atto stesso dello scrivere del medico: lo raffigura in piedi davanti al leggio mentre verga con una penna d’oca le sue pagine, che noi possiamo leggere nella elegante traduzione italiana di Giovanni Mariotti. Il diario della sua quotidiana analisi è carico di commozione e di intensa partecipazione; il medico è attento a cogliere la tristezza di Victor mentre siede presso la vasca del giardino. Scrive che possiede «un’aria di melanconica fantasticheria, man mano che i suoi occhi si fermavano a fissare la superficie dell’acqua dentro cui gettava ogni tanto pezzetti di foglie secche». L’acqua sembra essere la materia che più attira il ragazzo. Fedele al sensismo filosofico dell’epoca, Itard applica tuttavia un proprio metodo che in seguito influenzerà Maria Montessori: risvegliare i sensi di Victor come indicato dal filosofo Condillac. Utilizza i giochi con le lettere di legno, alternando aspetti concreti a quelli astratti, compiendo vari esperimenti come se fossero giochi. La parola chiave del racconto è Lait, latte, parola che il ragazzo riesce appena a pronunciare, ma che diventa una sorta di riuscita in un essere umano che alla fine non parlerà mai. Siamo in un’epoca in cui il “selvaggio” è un problema ancora irrisolto. Itard è convinto che l’uomo sia determinato dal suo appartenere alla società, poiché è questa che lo rende umano, ed è là che vuole condurlo; ma Victor risulta irriducibile.
Indosserà i vestiti cuciti per lui, tuttavia appena può se ne libera; è nello spazio aperto, tra le acque e i boschi, che si sente a proprio agio. Nel 1807 Itard redige una nuova relazione in cui riassume per punti l’importanza del suo tentativo. Rivolto al Ministro dell’Interno, che ha finanziato l’esperimento, il medico raccomanda «questo giovane straordinario all’attenzione degli scienziati, alla sollecitudine degli amministratori, alla protezione del Governo». Ma poi dovrà abbandonare il tentativo che ha iniziato con così tanto entusiasmo e convinzione. Il suo doppio scritto circolerà anche fuori dalla Francia, diventando parte della riflessione antropologica seguente, con le proprie luci e ombre, in attesa che altri bambini selvaggi prendano la parola per interposta persona nella letteratura che proverà a raccontarli insieme alle loro mirabolanti avventure. Victor morirà a 40 anni, nel 1828, assistito dalla governante di casa Itard, Madame Guérin. Proprio lei, che negli anni dell’esperimento del giovane medico l’aveva accudito in modo affettuoso, materno, riceverà una pensione per continuare a occuparsi di lui. Il governo, rispondendo alle esortazioni del suo educatore, aveva infatti stabilito per la donna una pensione di sostegno. Victor, di cui non si saprà nulla, né nulla lui dirà mai di sé, restando per sempre muto, viene sepolto in una fossa comune. Itard nel 1821 pubblicherà il Traité des maladies d’oreille et de l’audition. Scompare a 64 anni nel 1838 e grazie al “ragazzo selvaggio” è ancora oggi ricordato per il suo tentativo di educatore, oltre che per essere stato un valente studioso dell’orecchio umano.