la Repubblica, 18 luglio 2026
L’agroalimentare italiano bruciato dal caldo
Il caldo e la siccità lavorano come un cameriere al contrario. Uno a uno, prendono i piatti più appetitosi della nostra tavola e li portano via. Il grano per la pasta e la pizza avrà un calo di produzione del 9% rispetto al 2025. Il riso è privo quasi ovunque della patina d’acqua che lo fa crescere al meglio. Sopravvive con un’irrigazione intermittente, ma in molte zone le piante stanno ingiallendo. I risicoltori, scottati dalle estati passate, hanno abbandonato 18mila ettari rispetto al 2025: quasi il 10%.
Il pomodoro, che in Italia ha semmai problemi di sovrabbondanza, al momento sopravvive con il minimo sindacale di acqua. Sulla Pianura Padana incombe l’annuncio dell’Autorità di bacino del Po, che il 10 luglio ha avvertito di avere riserve solo per 10 giorni di irrigazione. Le temperature eccessive poi bloccano la maturazione dei frutti, che restano giallognoli e andranno in parte buttati.
Il latte ha un calo della produzione, ma limitato. Molte stalle, dopo le perdite insostenibili degli anni scorsi, si sono infatti dotate di impianti di climatizzazione che mantengono le mucche al fresco.
Mancanza di acqua e caldo non sono infatti un problema nato oggi. «La siccità attuale somiglia a quella del 2022», ricorda Paolo Carrà, risicoltore di Vercelli. «Quest’anno però rischia di durare di più. Allora abbiamo ripetuto e ripetuto: servono bacini artificiali per raccogliere l’acqua durante i temporali violenti e rilasciarla nei periodi di siccità. Ma cosa si è mosso? I miei colleghi in Sardegna coltivano riso sfruttando le dighe. Noi in Piemonte non siamo mai abituati ad affrontare il problema e ora rischiamo di perdere i raccolti».
Nel tentativo di risparmiare acqua, quasi due terzi delle risaie del Nord oggi sono coltivate “all’asciutta”. «Vuol dire che la semina e la germinazione avvengono senza sommergere preventivamente il terreno», spiega Paolo Viana, coordinatore del portale Risoitaliano.eu. «Le tecniche di coltivazione sono più semplici, e in primavera si usa in effetti meno acqua. Il bisogno di irrigazione cresce però a giugno e luglio, in concomitanza con la massima esigenza di acqua del mais».
Oggi riso e mais si litigano una coperta troppo corta, i risicoltori piemontesi e quelli lombardi si accusano a vicenda di irrigare troppo, il Piemonte chiede alla Val d’Aosta di aprire le dighe per dare sollievo ai campi, la Val d’Aosta risponde che ha le centrali idroelettriche da mandare avanti.
Un’altra coltura che rischia di restare a secco è il pomodoro. «Negli anni scorsi abbiamo investito molto per affrontare la siccità», annota Alessandro Piva, direttore dell’associazione di produttori Cio, Consorzio interregionale ortofrutticoli, che raccoglie 900 aziende del Centro-Nord e produce 1,2 milioni di tonnellate di pomodori.
«Meno male che negli anni scorsi abbiamo installato impianti a goccia e sensori nel terreno che avviano l’irrigazione solo quando c’è bisogno. Queste strategie però non bastano più e la siccità si somma al caldo. Oltre i 38 gradi i fiori abortiscono e i frutti non si formano. Anche quando riescono a crescere, il caldo eccessivo inibisce la produzione del licopene, il pigmento che li rende rossi. Le piante crescono come alberi di Natale. Si sviluppano in altezza per sfuggire al calore del suolo, ma i frutti restano giallognoli o arancioni».
Regge per il momento la viticoltura. «Le vigne però hanno bisogno di pioggia o fra una ventina di giorni entreranno in sofferenza», prevede Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi. «A quel punto le piante inizieranno a succhiare risorse dai figli, cioè dai grappoli, che smetterebbero di crescere».
La ricerca scientifica in agricoltura oggi si concentra proprio sulla lotta alla siccità. «Selezioniamo varietà di cereali, pomodori o altre piante capaci di resistere meglio alla carenza di acqua, anche con le nuove tecniche di evoluzione assistita», sostiene Raffaella Maria Balestrini, direttrice dell’Istituto di bioscienze e biorisorse del Cnr.
Le Tea, “tecniche di evoluzione assistita”, chiamate anche “nuove tecniche genomiche”, sono state autorizzate e regolamentate di recente dall’Unione europea. «Nel filone dell’agricoltura sostenibile studiamo poi quei batteri o funghi del terreno che vivono in simbiosi con le radici e permettono alle piante ospiti di sfruttare meglio acqua e nutrienti».
Ventilatori e nebulizzatori stanno invece facendo la differenza nelle stalle, per evitare lo stress da caldo delle mucche e il crollo della produzione di latte. «Non c’è nuova struttura oggi che non venga costruita senza impianto di climatizzazione. Anche molte delle vecchie si stanno adeguando», dice Andrea Vegezzi, consulente zootecnico per molte aziende del Nord Italia, che si occupa soprattutto di selezione genetica dei bovini.
«Quasi la metà delle stalle del Nord ha ormai grandi ventilatori sul soffitto, con pale di diametro fino a 16 metri che girano lentamente per muovere molta aria senza creare troppa corrente. Sulle pareti ci sono nebulizzatori di acqua con sensori di posizione, che si attivano solo quando la mucca si trova lì sotto. Sono impianti che incidono per circa il 10% sul costo di una nuova stalla. Non è poco, ma non è retorica dire che oggi il benessere degli animali viene preso in considerazione molto più che in passato».
Il Consorzio del Parmigiano Reggiano fa sapere in effetti di non avere quest’anno problemi di approvvigionamento di latte. Ci mancheranno sia la pasta che il sugo, ma almeno non resteremo senza formaggio.