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 2026  luglio 19 Domenica calendario

Intervista a Edoardo Scotti

«Nella televisione italiana si tende ad andare sul sicuro: se un format ha avuto successo, lo si rinfresca e lo si ripropone. Questo limita la creatività: io volevo fare cose diverse».
Ripropongono il format, tipo La Ruota della Fortuna?
«Tipo».
Che però è diventata un fenomeno.
«Sulla Ruota della Fortuna due cose fanno la differenza. Uno: il format è davvero molto buono. Due: il conduttore è bravo».
Gerry Scotti. Suo padre.
«Mio padre. Oggettivamente un grande professionista. L’operazione aveva i suoi rischi, a partire dal confronto con il mitico Mike. Invece è andata bene».
Lei guarda il programma?
«Lo guardiamo anche in famiglia, i miei bambini  – otto mesi, tre e cinque anni – ancora si chiedono: cosa fa il nonno dentro allo schermo? La più grande è scafata, risponde: il nonno fa la tivù! Mio padre ha sempre lavorato tanto, pure i suoi nipoti sanno che se suona il citofono a un orario bizzarro, magari mentre fanno il bagno prima di dormire, è lui: posso fare un salutino?».
Da piccolo le è mancato?
«Sono nato nel 1992, la mia infanzia corrisponde al suo massimo successo. Gerry era Gerry, anche se per me è solo papà. Non mi è mancato nulla, però sapevo che “dai improvvisiamo e andiamo a fare due tiri a calcio, dai usciamo noi due soli” era improponibile: lo riconoscevano ovunque. Lui stesso ogni tanto dice che avrebbe voluto esserci di più. Per me è comunque il modello, anche nel lavoro. Essere responsabile, rispettare tutti sul set, dal primo all’ultimo: queste cose me le ha insegnate lui».
Edoardo Scotti è l’unico figlio di Gerry Scotti. Ha tre bambini ed è sposato con la giornalista Ginevra Piola («Lei ha lavorato anche in televisione ma non ci siamo incrociati lì: ci conosciamo dall’età di quattro anni, giocavamo insieme in spiaggia. Oggi da genitori ci dividiamo gli impegni, tranne le chat delle classi: quelle sono sue, io farei guai»). Nato e cresciuto a Milano («Vivo in zona Repubblica, da piccolo ho fatto mille traslochi»), a Milano ha installato la sede della startup «Thousand Dreams» fondata con Giovanni Nicolosi ed Enrico Conte, entrambi catanesi. Una società in espansione, citata da Forbes come caso innovativo per come intreccia Ai e creatività umana: «Uniamo regia, direzione artistica e post-produzione con contenuti audiovisivi generati con l’Intelligenza artificiale».
Un esempio pratico di ciò che fate.
«Il cliente chiede una campagna marketing. Noi, con modelli di intelligenza artificiale generativa addestrati e aggiornati costantemente, copriamo l’intero processo di produzione. Se il committente vuole i dinosauri in una stanza, con l’Ai li può avere. Thousand Dreams è un team di cinque, tra soci e collaboratori, con venti progetti all’attivo che insieme hanno generato oltre 200 milioni di views. Io sono l’esempio di come l’intelligenza artificiale possa creare posti di lavoro».
Ne toglie anche, però...
«Va usata con serietà, là fuori è un far west: vanno messi grossi paletti sul rispetto dei diritti di immagine, sull’uso di prodotti certificati. Noi, per esempio, certifichiamo ogni contenuto con lo standard C2pa, che ne garantisce in modo verificabile l’origine e il processo produttivo: è la direzione in cui il settore deve andare. L’Ai, da sola, non è né intelligente, né creativa: è un mezzo. Noi la impieghiamo ampliando le possibilità espressive senza sostituire il lavoro umano. E tutto è nato dai meme di Gerry Scotti...».
Partiamo dall’inizio: prima dell’Ai per lei c’era la tv, mondo di suo padre in cui ha scelto di entrare.
«Ho frequentato a Milano la scuola americana e, tra compagni da tutto il mondo, ho capito che qui avrei voluto lavorare da adulto: respiravi già negli anni Novanta un’aria internazionale. Per l’università mi sono spostato a Los Angeles, dove ho studiato regia e produzione cinematografica: dopo cinque anni sono rientrato e – capito che nel cinema non c’era spazio e comunque la base sarebbe stata Roma – ho firmato per la Endemol, entrando nella produzione di diversi programmi».
Programmi che conduceva suo padre?
«Anche. Solo una volta sono stato davanti alla telecamera, più di 10 anni fa: per lo Show dei record avevano bisogno di qualcuno che “galoppasse” per un mese in America. È stato divertente, ovviamente sono arrivate anche critiche: lo fa perché è figlio di Scotti. Io avevo ben chiaro che volevo stare dietro la telecamera, non davanti».
E com’è lavorare dietro la telecamera?
«Una volta mi hanno spedito a cercare nei camerini Mike Tyson che doveva fare un’ospitata. Non si trovava. Finché lo trovo che dorme. Mi dico: “Se lo sveglio e la prende male?”. Stava lì, grande e grosso. Mi sono fatto coraggio: era in effetti parecchio infastidito, però è andato in scena. Un’altra volta Joe Bastianich stava perdendo un treno per colpa delle riprese di Masterchef andate lunghe: è salito in sella e l’ho portato in Centrale sul mio motorino».
Suo padre che vip è?
«È uno molto semplice. In camerino chiede il riso in bianco. L’acqua, però, deve essere fresca: unica regola».

Il suo cognome è stato un aiuto o una zavorra?
«Ho fatto di tutto: dal caricare i camion di notte all’assegnare i camerini. Ho ricoperto tutti i ruoli della produzione, dall’assistente di studio all’aiuto regia, fino a diventare producer. La credibilità me la sono guadagnata sul campo. Tuttavia sapevo che l’ombra di papà mi avrebbe sempre accompagnato: ciò, unito al fatto che ero stimolato da altro – la tecnologia, l’audiovisivo -, mi ha fatto lasciare la tv».
Qui entrano in gioco i meme di Gerry.
«Nel 2022 mio padre si accorge di una pagina piena di suoi meme fatti con l’Ai: Thousand Gerry, il progetto di Giovanni ed Enrico. In parallelo io avevo un mio progetto editoriale, Lo Zio Gerry. Ho cercato i due autori della pagina Ig: quando ci siamo trovati, temevano che li volessimo denunciare, invece abbiamo unito le idee e le abbiamo portate avanti insieme. A papà da tempo dicevo: “Devi sbarcare sui social, hanno moltissimo potenziale”, però niente: lui postava solo foto del cane. L’unione dei due progetti è stata la svolta: il conduttore tv è diventato anche “creator”, posta i suoi contenuti, alcuni progetti in adv, tutto studiato con Gerry (è il figlio a gestire i diritti di immagine del padre, ndr) e implementato con Ai. Warner a un certo punto ci lancia una sfida: registrare un album con canzoni di Natale cantate da papà. Abbiamo addestrato un modello vocale con ore di parlato captato dalla tv, capace di riprodurre la sua voce anche in un contesto cantato. Le basi dei 12 pezzi invece sono state registrate interamente con musicisti veri: ecco il mix tra intelligenza arrificiale e mondo reale».
Non sarebbe stato più semplice il contrario, portare il cantante e non le band?
«Impossibile che mio padre avesse il tempo».
I volti noti vengono «clonati» con l’Ai anche per fare truffe.
«Appunto, è un far west. Ci è capitato anche questo, anche non per truffe: a volte riesci a bloccare i profili, a volte è impossibile. Serve che i contenuti siano certificati e che le piattaforme richiedano di dichiarare i consensi. Oggi Meta obbliga a inserire “generato con Ai”, primo passo per aiutare gli utenti a discriminare. Vero è che abbiamo una fetta di popolazione non attrezzata a immaginare che certe cose non siano vere: capita più agli adulti che ai ragazzi. I Gen Z riconoscono i contenuti molto più facilmente».
Vive da sempre a Milano. Che rapporto ha con la città?
«Amo Milano perché offre mille possibilità ed è un centro nevralgico per la tecnologia. È un po’ la Silicon Valley italiana, anche se mancavano i super brand del settore. Ora non più: Bending Spoons per esempio è a Milano».
Qualcosa che non va?
«La sicurezza purtroppo è un problema vero. Da ragazzino, a 14 anni, stavo sempre alle Colonne di San Lorenzo: oggi con la malamovida non mi fiderei a lasciarci i miei figli, le lame girano come niente e ce lo diciamo tutti ormai. Quando vado al parco con i bambini ho mille occhi. Il cambiamento è visibile negli ultimi anni. Penso che Milano meriti una soluzione».