corriere.it, 19 luglio 2026
Ice, quasi la metà delle cause contro i manifestanti vengono archiviate
Il filmato ripreso da una telecamera indossata dagli agenti mostra Jaime Diaz con la schiena contro una recinzione. È un immigrato irregolare honduregno, alto poco più di un metro e trenta, fermato dalla polizia di frontiera a Laredo, in Texas. Le autorità lo accusano di aver colpito un agente con il gomito durante l’arresto. Ma dalle immagini emerge un’altra storia: è l’uomo in divisa a sferrare un pugno contro Diaz, mentre nessuno dei colleghi presenti conferma di aver visto l’aggressione contestata. Una giuria federale finirà per assolverlo.
Il suo è uno degli oltre 550 procedimenti esaminati dal New York Times in un’inchiesta sulle accuse mosse contro migranti e manifestanti durante la campagna di deportazioni dell’amministrazione Trump. Il quadro che emerge dagli atti giudiziari, dalle testimonianze e dai video degli arresti è molto diverso dalla rappresentazione offerta dalla Casa Bianca, che ha ripetutamente descritto quanti ostacolano le operazioni dell’Ice e della Border Patrol come «insurrezionalisti», «animali» e «teppisti».
Quasi un processo su due finisce nel nulla
Dall’inizio della stretta sull’immigrazione almeno 558 persone sono state incriminate per aver aggredito o impedito l’azione di un agente federale. Dei 463 procedimenti già definiti, 191 sono stati archiviati, 22 si sono conclusi con un’assoluzione e soltanto quattro con una condanna pronunciata da una giuria. Altri 246 imputati si sono dichiarati colpevoli, spesso patteggiando. Restano pendenti 95 casi.
In tutto, il governo ha perso o abbandonato 213 procedimenti: quasi la metà di quelli arrivati a una conclusione. Un risultato eccezionalmente negativo per il dipartimento di Giustizia, che normalmente ottiene una condanna o una dichiarazione di colpevolezza in oltre il 90 per cento delle cause federali.
L’inchiesta del quotidiano statunitense ha ricostruito ogni procedimento, consultando gli atti depositati nei tribunali, i verbali delle udienze e decine di registrazioni. In numerosi episodi sono stati gli agenti a iniziare lo scontro fisico, spingendo, placcando o usando spray urticante contro le persone successivamente incriminate. Diversi imputati hanno sostenuto con successo di aver agito per legittima difesa.
Prove distrutte deliberatamente dagli agenti
Giudici federali hanno inoltre censurato più volte il comportamento degli investigatori e dei pubblici ministeri, accusandoli di aver deformato i fatti o nascosto elementi favorevoli alla difesa. In due casi i magistrati hanno stabilito che gli agenti avevano deliberatamente distrutto delle prove. A una persona fermata era stato ordinato di cancellare dal cellulare le fotografie appena scattate.
Più di venti persone sono state incriminate dopo aver filmato o seguito gli agenti, suonato il clacson, fischiato oppure gridato per avvertire gli immigrati dell’arrivo della «migra». In nessuno di questi episodi è stato contestato un contatto fisico con gli uomini in divisa. In oltre cento procedimenti, inoltre, l’accusa non ha sostenuto che un agente fosse rimasto ferito.
In almeno sette casi le lesioni indicate dalle autorità erano state provocate dagli stessi agenti o dai loro colleghi. Un giudice ha per esempio archiviato l’accusa contro un immigrato che avrebbe ferito un uomo della polizia di frontiera: il taglio era stato causato dalle schegge del finestrino dell’automobile infranto dall’agente.
Per 65 volte i procuratori hanno ritirato o ridimensionato le imputazioni poco prima della scadenza entro la quale avrebbero dovuto presentare le prove a una giuria o a un giudice. Secondo diversi ex magistrati interpellati dal Times, una ritirata così rapida è insolita e indica che molti di quei procedimenti non avrebbero dovuto essere avviati.
«A rischio la libertà di espressione»
«Sembra esserci uno schema di accuse presentate senza alcun fondamento», osserva Jimmy L. Arce, ex procuratore federale di Chicago e componente di una commissione che ha indagato sui raid compiuti nella città. In alcuni casi, aggiunge, l’ufficio del procuratore ha finito per «criminalizzare la libertà di espressione» degli imputati.
Lo strumento utilizzato è una norma federale un tempo poco conosciuta, la sezione 111 del titolo 18 del codice degli Stati Uniti, che punisce chi aggredisce, resiste o impedisce con la forza l’attività di un pubblico ufficiale. Le pene possono andare da un’ammenda a vent’anni di carcere. Per decenni è stata applicata con relativa parsimonia. L’amministrazione Biden vi fece ricorso contro centinaia di partecipanti all’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, ottenendo sempre una condanna prima che Trump, tornato alla Casa Bianca, concedesse loro una grazia generalizzata.
Quando i raid contro gli immigrati hanno incontrato una crescente resistenza, l’attuale amministrazione ha adottato un’interpretazione molto più estesa della stessa norma. Il suo impiego è diventato tanto frequente che, durante alcuni scontri, gli agenti sono stati sentiti gridare semplicemente «18 U.S.C. 111» prima di procedere agli arresti.
Il dipartimento per la Sicurezza interna respinge però l’accusa di un utilizzo politico della legge. La sua portavoce Lauren Bis sostiene che l’aumento dei procedimenti sia la conseguenza di «un enorme incremento della violenza e delle minacce contro le forze dell’ordine federali». Anche il dipartimento di Giustizia difende la scelta di attribuire priorità a questi reati e precisa che talvolta le imputazioni vengono ridimensionate o abbandonate per circostanze attenuanti emerse successivamente oppure perché l’imputato è stato nel frattempo espulso.
Solo quattro persone condannate tra quelle esaminate
Gregory Bovino, l’ex «comandante in capo» della Border Patrol divenuto il volto delle tattiche più aggressive contro immigrati e manifestanti, offre una spiegazione opposta: sarebbero stati alcuni procuratori federali «senza valore» a tirarsi indietro. A suo giudizio, le autorità sarebbero state fin troppo prudenti e avrebbero dovuto incriminare un numero ancora maggiore di persone.
L’indagine non nega l’esistenza di aggressioni reali e talvolta molto gravi. Nel giugno dello scorso anno Roberto Carlos Muñoz-Guatemala, un immigrato irregolare con precedenti per reati sessuali, partì con l’automobile mentre un agente aveva ancora un braccio dentro il finestrino, trascinandolo per quasi cento metri. È una delle sole quattro persone condannate da una giuria tra quelle esaminate dal quotidiano. Gli altri 22 imputati che hanno scelto di affrontare un processo sono stati assolti.
Cosa emergerà dai casi delle ultime uccisioni?
Ne emerge una distanza profonda tra la narrazione politica della Casa Bianca e ciò che accade quando le accuse vengono sottoposte all’esame dei tribunali. Secondo il New York Times, l’applicazione estensiva della legge sembra essere servita non soltanto a proteggere gli agenti, ma anche a intimidire manifestanti e immigrati e a fornire una copertura legale alle operazioni più controverse.
Una questione resa ancora più urgente dalla nuova offensiva contro l’immigrazione e dalle recenti uccisioni di due immigrati da parte di agenti federali in Texas e nel Maine. In entrambi i casi le autorità hanno sostenuto che le vittime avessero utilizzato le automobili come armi; testimonianze e immagini hanno però alimentato dubbi sulle ricostruzioni ufficiali. Dopo il crollo di centinaia di procedimenti, anche quelle versioni saranno sottoposte a un esame ancora più severo.