Corriere della Sera, 19 luglio 2026
Lele Adani parla del suo stile di telecronaca
Scatolette di miele ovunque. Bustine di camomilla. Bottigliette d’acqua. Nella sua stanza tra i mille svincoli del New Jersey, Lele Adani sta ritrovando la voce.
In queste condizioni stasera urlerà un po’ meno?
«Ma secondo lei Messi potrebbe fare un po’ meno?».
Intende dire che lei è il Messi dei commentatori?
«No, sto dicendo che io vado dietro a Messi, ad Haaland, a Mbappé, a Lamine Yamal».
Soprattutto a Messi.
«Qui siamo di fronte probabilmente al più grande genio del XXI secolo e secondo me contro l’Inghilterra ha fatto la giocata più importante della sua storia con la Nazionale: non ho esagerato, anzi non sono arrivato dove Leo avrebbe meritato arrivassi».
Ha citato Einstein, Dio, il Dios. Tutto già scritto?
«No. Mi è venuto spontaneo, perché io penso al destino, al fatto che a volte ci sono dei segni molto più grandi. E se li vedo mi commuovo: il rapporto tra le parole e la forza emotiva di quello che stiamo vivendo credo sia perfettamente bilanciato».
L’urlo non è invasivo?
«Posso anche crederlo, come credo che sia giusto che non piaccia a tutti. Però come si fa a non farsi trasportare da tutto questo? Penso sia impossibile raccontarlo in modo diverso».
Il telecronista Alberto Rimedio cerca di calmarla?
«Io non ho mai visto nessuno prepararsi come Alberto e tra di noi c’è una sintonia bellissima. Come con l’azienda, il direttore Lollobrigida e con Ale Antinelli per i collegamenti da studio: ci sono riscontri incredibili e sono molto felice».
Dall’urlo di Tardelli all’urlo di Adani. Invece di discutere delle tonalità dei suoi commenti, non si dovrebbe parlare di calcio?
«Quando metto le cuffie allo stadio e prendo il microfono, so chi l’ha portato prima di me. Ma proprio per questo la profondità del racconto e dell’analisi deve essere totale. Anticipare di un anno l’esplosione della Norvegia, capace di far fuori il Brasile palleggiandogli in faccia, non è forse un servizio pubblico completo? Ma fa comodo parlare solo del resto».
Gli italiani hanno perso il fuoco del pallone?
«Tanti ce l’hanno ancora dentro e molti lo rivivono grazie a questo tipo di accompagnamento. Ho migliaia di messaggi di ragazzi che mi dicono “continua così, ci fai vivere un sogno”. E intendiamoci, non penso di meritarmi tutta questa responsabilità».
Vede una spaccatura tra vecchi e giovani nel calcio?
«Vedo che i giovani hanno passione. E se tu non te li meriti, i giovani non ti seguono. I bambini guardano Yamal e Messi e non sono tristi. Secondo me tra gli appassionati adulti invece c’è frustrazione, perché una volta eravamo noi a giocarci le finali dei Mondiali. Ma vogliamo chiuderci davanti alla bellezza e alla passione, oppure aprirci al mondo nuovo? Poi però non ci lamentiamo che non si gioca più nei campetti o nelle strade».
Che intende?
«Guardi l’Argentina: questi ragazzi giocano come facevano nei loro club da bambini, nel potrero, nella comunità. Dove il calcio è qualcosa di più, che oggi hanno ancora dentro, se lo portano dentro ovunque. Una volta eravamo così anche noi: il nostro modo di vivere il pallone era più inclusivo di oggi. In Argentina lo è ancora».
Dove ha visto la Mano de Dios del 1986?
«Ero in campeggio con i preti, ricordo tutto. La magia del calcio ci travolgeva. Quel senso di epica e di impresa l’ho ritrovato qui».
Come si pone di fronte al fatto che oggi sarà l’ultima grande partita di Messi?
«Come di fronte a un privilegio. Sarò emozionato, lucido, eternamente grato. Qui a New York dieci anni fa, Leo diede addio alla Nazionale, lo chiamavano Pecho Frio, lo consideravano catalano. E oggi siamo qui: mi fermo, se no mi commuovo. Dico solo che, andato via Diego, Leo ha cominciato a vincere: uno è la continuazione dell’altro».
La speciale normalità degli spagnoli che amano il pallone come nessun altro, che riflessioni le fa fare?
«Mentre noi in Italia pensiamo in maniera sgrammaticata a dividere il gioco dal risultato, la Spagna arriva al risultato giocando. E non negozia le proprie idee: De la Fuente ha allenato molti di questi ragazzi dalle giovanili, con protagonismo e coraggio. E tutti parlano la stessa lingua tecnica, mentre noi perdiamo tempo a discutere».
Cosa intende?
«Serve una rottura a livello concettuale, dobbiamo staccarci da quello che siamo stati. Adesso il calcio è diverso: se bastasse avere i grandi giocatori, la Francia sarebbe in finale».
De la Fuente ha detto che la Spagna è la «squadra» più forte e ha battuto la «selezione» più forte, la Francia. L’Argentina è il «gruppo» più forte e quindi è favorita?
«Impossibile dirlo, anche se Scaloni ha anche il giocatore più forte. Di sicuro si può già dire che è la finale più giusta. E questo secondo me è la cosa che conta davvero».
Accanto a lei ci vorrebbe un altro commentatore che palpita per la Spagna?
«No, io vengo accostato agli argentini, ma la chiave è essere accostato al futbol».
È anche la chiave anche per tornare grandi?
«Ora in Italia si parla del ct, si è parlato del presidente federale e qui al Mondiale si è discusso di tante cose extra campo. Io dico solamente che se vuoi tornare a giocare a calcio devi andare sui campi e parlare di calcio, lasciando che i ragazzi siano travolti di nuovo da tutto ciò che fa rivivere la magia. Io la vedo così, amo il calcio, studio, mi preparo, lo vivo al massimo delle mie possibilità. E non voglio cambiare».