Corriere della Sera, 19 luglio 2026
Falsi teoremi europei
Nessuno vorrebbe trovarsi, nel 2050, quando avremo forse raggiunto la mitica neutralità climatica, a constatare di essere più verdi, con un ambiente migliorato ma, nello stesso tempo, più poveri. L’Unione europea avrà così colto i propri obiettivi di decarbonizzazione perdendo però, nel frattempo, tante filiere industriali colpite dalla concorrenza di altre parti del mondo meno virtuose. Questo è lo scenario che temono gli industriali italiani, tedeschi e francesi, o almeno le loro rappresentanze. In particolare dopo la riforma, annunciata venerdì dalla Commissione europea, del mercato degli Ets (Emissions trading system), ovvero quel complesso sistema di scambi di quote a pagamento per le produzioni più inquinanti. Le nuove regole, che dovranno poi essere approvate dagli altri organi europei, allentano un po’ la morsa dei costi per le aziende energivore (acciaio, chimica, carta, cemento, ecc.), allargano le quote gratuite per le produzioni a maggior rischio di delocalizzazione, disegnano una traiettoria di oneri per la decarbonizzazione meno severa. Ma non soddisfano chi chiedeva, come il governo italiano e Confindustria, un maggior coraggio. O meglio, una sostanziale marcia indietro, vista però con sospetto e preoccupazione da quella parte di industria europea e di investitori finanziari – molti dei quali italiani – più esposti su produzioni sostenibili e su tutte le tecnologie verdi.
La battaglia italiana è per ora persa. Non era e non è priva di buone ragioni. Se il 75 per cento della CO2 emessa al mondo è totalmente gratuita e le imprese europee pagano a tonnellata più del doppio di quelle americane il divario è in alcuni settori incolmabile, specie quando non vi sono ancora valide alternative tecnologiche. I proventi degli Ets (270 miliardi in venti anni), poi, sono finora serviti a soddisfare altri capitoli di bilancio europeo o nazionale. In Italia solo il 9 per cento degli incassi finanzia la transizione ecologica. La riforma è diretta a far sì che quelle risorse siano totalmente dedicate alla riduzione delle emissioni (anche di edifici e trasporti) e all’aiuto delle fasce meno abbienti nell’obiettivo (ambizioso) di un raddoppio dell’elettrificazione del sistema economico da qui al 2040. Va segnalato poi che, collegate all’Ets, ci sono anche le quote di adeguamento al carbonio che si applicano alle importazioni in Europa (Carbon border adjustment mechanism). Uno strumento, appena diventato operativo, che difende le produzioni europee da una concorrenza ambientalmente sleale. È un’arma importante, da usare di più. Qui è veramente mancato il coraggio.
Uno dei più grandi esperti in materia, Massimo Beccarello, si è preso la briga (eroica) di leggere le oltre 800 pagine dell’Impact assessment, ovvero del documento tecnico che accompagna la riforma degli Ets. E, nel suo articolo su Il Sole 24 Ore, osserva che lo studio riconosce come una parte rilevante della riduzione delle emissioni industriali sia riconducibile al calo dell’attività produttiva e del numero degli impianti soggetti all’Ets, oltre che al miglioramento delle emissioni. Le installazioni manifatturiere sottoposte al regime Ets erano 6 mila 391 nel 2013; sono scese a 5 mila 457 nel 2024. Un dato che si confronta inevitabilmente con l’obiettivo dell’ Industrial decarbonisation accelerator act di riportare il peso della manifattura europea al 20 per cento (oggi è circa il 14 per cento). «Non basta più correggere – scrive Beccarello – il sistema degli Ets, la sfida è quella di affiancargli una politica industriale ed energetica all’altezza della necessaria trasformazione dell’economia». E qui ci vuole coraggio. Molto.
Lo snodo essenziale è esattamente questo. Fino a che punto le scelte climatiche europee contribuiscono a creare competitività, e dunque reddito e occupazione, nei settori del futuro, gran parte dei quali sarà sostenibile e verde? Per non ripetere, detto in soldoni, gli errori fatti nel fotovoltaico e nell’auto elettrica. E non dipendere troppo dagli altri. La sconfitta europea, soprattutto tedesca, nell’industria dell’auto non è colpa del Green deal o del tortuoso meccanismo degli Ets. Ed è proprio alla luce di questa considerazione di fondo che la battaglia italiana, pur animata da buone intenzioni, è stata sbagliata nei toni e nella comunicazione. Perché ha contribuito a rafforzare nell’opinione pubblica il dilemma (falso) tra decarbonizzazione e difesa dell’industria. Inoltre, come ha scritto opportunamente Stefano Feltri su Appunti, l’insistere troppo per uno stravolgimento delle regole «premia chi ha fatto pochi investimenti e riduce gli incentivi per farli in futuro».
Per fortuna il corpo produttivo del nostro Paese è più saggio e avveduto di chi lo rappresenta. Secondo l’Istat le imprese italiane con più di dieci addetti, con un medio o alto profilo di sostenibilità ambientale e sociale, hanno aumentato in maniera significativa il loro valore aggiunto rispetto alle altre. Purtroppo sono state, nel 2022, solo la metà del campione. In base ai dati dell’Istituto Tagliacarne, nel periodo 2017-2024, la crescita di fatturato delle aziende più verdi è stata nettamente superiore, con un incremento del 65 per cento, rispetto a quelle che hanno osservato meno i fattori di sostenibilità Esg ( Environmental, social and government). Come dimostrano i tanti primati italiani nell’economia circolare e nelle tecnologie verdi, siamo in molti settori straordinariamente competitivi. Un’impresa su tre, segnala l’ultimo rapporto Green Italy, a cura di Symbola e Unioncamere, ha fatto investimenti nella sostenibilità e creato nuova «occupazione verde». Non vorremmo dunque trovarci nel 2050, sempre che si raggiunga quell’agognato traguardo della neutralità nelle emissioni, non solo meno puliti ma ancora più poveri. Non ce lo meritiamo.