Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  luglio 19 Domenica calendario

Antonio Bartorelli ricorda il padre Cesare

Era il 1981 quando, a Milano, il professor Cesare Bartorelli fondò il Monzino, il primo centro cardiologico monospecialistico d’Europa. Suo figlio Antonio ricorda bene il giorno in cui il padre lo portò a vedere dove sarebbe sorto: «Non avevo ancora 30 anni, era una mattina di novembre. Arrivammo e non si vedeva niente: la nebbia copriva tutto. A noi giovani allievi sembrava un’avventura avventurosa». Da quella nebbia, è nata una storia da primato: da sei anni, Newsweek certifica il Monzino come primo ospedale cardiologico d’Italia; quattordicesimo nella classifica mondiale 2026. Lì, il professor Antonio Bartorelli ha poi diretto per trent’anni l’Unità di Cardiologia invasiva, diagnostica e interventistica, lasciata nel 2022 per lanciare la nuova Cardiologia Interventistica Universitaria dell’Irccs Ospedale Galeazzi – Sant’Ambrogio.
Che altro ricorda di quell’intuizione?
«Le riunioni a casa con Italo Monzino, fondatore della Standa, che aveva messo i “dané” per il progetto. Papà aveva settant’anni, stava andando in pensione dall’università e ci si dedicava con tutto se stesso. Ricordo le discussioni, perché l’aspetto potente era che, per la prima volta, si costruiva un ospedale privato convenzionato e perché all’epoca le liste d’attesa per gli interventi cardiochirurgici erano di anni e alcuni pazienti, purtroppo, nel frattempo, morivano».
A fine anni ‘60, al Policlinico di Milano, suo padre aveva fondato l’Istituto Giorgio Sisini, il primo centro di ricerche cardiovascolari con riconoscimento del Cnr. In quel caso, finanziato da Giovanni Falck, Leopoldo Pirelli, dallo stesso Monzino... Come riusciva a convincere il gotha dell’imprenditoria dell’epoca?
«Quando qualcuno glielo chiedeva, tirava fuori lo stetoscopio. Diceva: la mia arma di convincimento è questa. Quei capitani d’industria erano spesso pazienti diventati amici perché li curava con un umanesimo d’altri tempi, così loro finivano per sposare le sue idee. Diceva: “Dobbiamo mettere nello stesso luogo i medici che studiano le malattie e quelli che lavorano al letto del paziente: la ricerca può insegnare al clinico e il clinico può insegnare alla ricerca”. Lo aiutava la formazione da fisiologo accanto allo svizzero Walter Rudolf Hess che poi vinse il Nobel, e poi a Giuseppe Moruzzi, Nobel mancato».
Che cosa era il suo «umanesimo d’altri tempi»?
«Un concetto di medicina che purtroppo si è un po’ perso. Papà diceva che non bisogna curare la malattia, ma l’uomo malato e che non bisogna aggredire il paziente, ma parlare col paziente. Era nato nel 1911, non c’erano la Tac, la risonanza... Aveva solo la radiografia e occhi, mani, udito...Eppure, faceva diagnosi formidabili. Enrico Cuccia diceva che mio padre era un medico che stava dalla parte del paziente. Fu lui a volere una fondazione intitolata a mio papà».
Era stato curato da suo padre anche lo storico presidente di Mediobanca?
«Sì, ma io l’ho conosciuto bene solo dopo la scomparsa di papà nel 1991. Venne con Vincenzo Maranghi, il suo delfino, a dargli l’ultimo saluto. Li ricordo dire una preghiera davanti alla bara, poi, sento una mano sulla spalla. Era Maranghi, che guardando Cuccia, mi fa: “Ora, lo affido a lei”. Avevo 36 anni e, pochi mesi dopo, Cuccia ha un’angina. Gli faccio una coronarografia e serve un bypass. Lo facciamo e tutto va benissimo. Tempo dopo, Cuccia mi chiama e, nel salotto ovattato di Mediobanca, mi dice: “Suo padre è stato un grande uomo, un medico per tutti, per i potenti e i più umili: è giusto che sia ricordato. Abbiamo deciso di creare una fondazione. Se lei è d’accordo, Mediobanca metterà il primo piccolo chip”. Erano duecento milioni di vecchie lire, neanche un così piccolo chip».
Era «il medico dei potenti e degli umili», lei che ricorda degli uni e degli altri?
«Casa nostra era frequentata da tanti grandi della cultura: il pianista Arturo Benedetti Michelangeli, l’editore Valentino Bompiani, Cesare Segre... Ma per papà tutti i pazienti erano uguali. Una volta, il suo vecchio segretario mi raccontò di uno arrivato da un paesino del Sud con la valigia di cartone, che chiedeva di essere ricoverato “all’ospedale Bartorelli”, il portiere gli spiega che non è questa la procedura. L’uomo insiste. Il portiere si spazientisce, ma passa mio padre. Si ferma, chiede che succede. Posa un braccio sulla spalla dell’uomo, se lo porta nel suo studio, lo fa operare dal migliore chirurgo di Milano che gli salva la vita e lo rimanda a casa guarito».
Suo padre è celebre per aver scoperto «l’ipertensione essenziale», ovvero?
«L’ipertensione era un fattore di rischio già noto, ma non se ne conosceva l’eziopatogenesi e, fino ai primi anni ’60, non c’era terapia. La gente moriva di edema cerebrale con 300 di pressione. Fu lui, con un gruppo di ricercatori internazionali, a metterne a fuoco i meccanismi e a trovare i primi farmaci. Per questo è stato Medaglia d’oro della Sanità pubblica e Maestro della medicina».
Qual è la prima immagine che le viene in mente di suo padre come papà e non come medico?
«Il sorriso. Qualunque cosa fosse successa, dava calore: era un sole, scaldava. E poi ricordo quando raccontava a noi bambini la fuga dai nazisti. Siamo dopo l’8 settembre 1943. Mio padre era in caserma, arrivano le SS e chiedono a tutti di andare con loro. Significava: se non venite, vi deportiamo o uccidiamo. Papà risponde che va. Però, spiega che è medico e chiede il permesso di andare a prendere i suoi strumenti. Fa segno al suo attendente, vanno su, annodano delle lenzuola e scappano dalla finestra. Lo raccontava in un modo divertentissimo».
Quando lei ha deciso di fare il medico, temeva il confronto?
«Siamo quattro figli e tutti abbiamo fatto Medicina, questo la dice lunga sul potere sotterraneo dell’uomo. Io non ho dovuto neanche chiedermi cosa volevo fare. Però, all’università, un po’ la sindrome dell’impostore l’ho avuta. Volevo dimostrare che prendevo bei voti non perché mi chiamavo Bartorelli ma perché studiavo. Mi sono un po’ liberato da quest’ombra quando ho lavorato negli Stati Uniti: al National Institutes of Health di Bethesda, nessuno mi conosceva».
E come fu poi rientrare in Italia e lavorare con suo padre al Monzino?
«Portai l’esperienza della nascente cardiologia interventistica. Papà, uomo nato nel 1911, mi chiese solo se ero convinto che queste tecnologie avessero un futuro e, senza un’obiezione, mi disse: allora, cerca di farle al meglio e andrai lontano».

Sua madre Maria Luisa Cusani che ruolo ha avuto nella vita di suo papà?
«Fondamentale. Era figlia di un marchese, era nobile, bella e lo aveva rifiutato più volte per la differenza di classe sociale. Però papà le fece una corte talmente spietata che si sposarono e fu un matrimonio d’amore. Lei gli è stata accanto in tutte le peregrinazioni: a Zurigo, Parma, Siena, Milano».

Suo padre diceva: «Io ogni volta ho un solo malato». Cosa intendeva?
«Che il malato doveva percepire tutta l’attenzione del medico. Un signore ha raccontato questa storia, ringraziando papà: la sua anziana mamma era moribonda, ma papà era andato a visitarla a casa e le aveva detto che la trovava benissimo. Le aveva detto:”Guardi che bel viso che ha. Anzi, sa che c’è? Resto a mangiare qui da voi”. La donna si era rianimata al punto che, con l’ultimo spirito che aveva, aveva apparecchiato un pranzo e, dopo quattro ore, era morta serena».
Di cosa si occupa la Fondazione Cesare Bartorelli?
«Lavoriamo su tre filoni: la malattia coronarica, purtroppo ancora leader per morbilità e mortalità; la cardiologia applicata allo sport e l’imaging cardiovascolare. Finanziamo progetti di ricerca, borse di studio e master per giovani medici».
Cosa l’ha spinta nel 2022 a passare al Galeazzi?
«Ho fatto un po’ quello che aveva fatto papà alla mia età, dando un’opportunità a un gruppo di giovani, creando una nuova, avanzata, realtà cardiologica».
Far sentire il paziente importante è qualcosa che s’impara?
«È un fluido speciale. Ma può passare da un professore a un allievo, se l’allievo ha i recettori sviluppati».