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 2026  luglio 19 Domenica calendario

Ecco le chat che accusano Lavitola

Il 2 luglio, nel carcere di Rebibbia, i magistrati antimafia Carlo Villani e Edoardo De Santis trovano ulteriori conferme alle loro ipotesi. L’attentato a Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, non è frutto dell’ingegno di Antonio Passariello. L’uomo che siede lì di fronte e al quale la gip Iole Moricca rivolge la preghiera di «parlare in italiano» per farsi capire, ribatte allargando le braccia: «Non saccio parlare in italiano».
Tutto, nella storia di questo «operaio» della criminalità, allude alla presenza di un reclutatore, una mente in grado di pilotare (e foraggiare) simili blitz. Il curriculum del 53enne avellinese, pluripregiudicato per stupri (uno particolarmente feroce commesso in carcere), spaccio e lesioni, denuncia «insofferenza alle leggi» e talento per gli espedienti. Passariello è sul mercato. Come lo sono i suoi colleghi, Saverio Mutone, Marika De Filippis e, per certi versi, anche il più vispo Pellegrino D’Avino che dirà di «non aver voluto far male» con l’esplosivo. Quel giorno, tornando in ufficio, i pm danno un’ulteriore occhiata al fascicolo. E ripercorrono la storia. Non serve sapienza per collocare una bomba. Gli arrestati si sono dimostrati professionali ma privi di movente. Dalle 54 utenze telefoniche intercettate dall’antimafia a partire dall’ottobre 2025, una si è rivelata particolarmente significativa. L’esperta di arte Gelsomina Tuorto, legata a Gomes Clesio Tavares, un bodyguard del Camerun, amico a sua volta di D’Avino, lamenta la lontananza del suo compagno attribuendola a un tale «Valter» con un ristorante – il Cefalù – a Monteverde. Si tratta di Valter Lavitola mai davvero risorto dalle sue vicissitudini giudiziarie e impegnato in nuovi business. I carabinieri del Nucleo Investigativo colgono i brontolii di Tuorto e scavano attorno alla vita di Gomes, trovandola opaca e subalterna alla criminalità organizzata. Il camerunense risulta essere in grande amicizia con i Russo, autorevoli boss della camorra, ma per certi versi autonomo. Tuttavia è quella Cefalù Srl che spalanca loro la zona grigia (e molto romana) della contiguità. Giornalisti di punta al tavolo con pluripregiudicati non troppo ravveduti. Signore provenienti dal mondo della comunicazione con simpatie per le iniziative di lobbying. Imprenditori catapultati nel rischioso business del Carbon credit. Un universo da approfondire. Conviene, concludono gli investigatori, fare ulteriori verifiche.
Tra le persone intercettate finirà anche L.C., che ha una relazione con Sigfrido Ranucci e, si dice, sponsor a Report di interviste non troppo coerenti con l’impegnata mission del programma. Intanto gli avvocati degli arrestati ripassano le carte in vista dell’udienza di lunedì 20 al Tribunale del Riesame. Alcune intercettazioni offrono assist all’ipotesi del «secondo livello». D’Avino, in particolare, annotano i carabinieri «ribadiva che il soggetto terzo – probabilmente il soggetto indicato come “quello” – non avrebbe avuto intenzione di conoscere il gruppo degli attentatori (“Non vuole conoscere loro di persona”) limitandosi a gestire l’operazione attraverso intermediari». Sono strutturati, è vero. Ma perfino loro potrebbero parlare. In serata gli avvocati di Lavitola, Sergio e Arturo Cola, affermano che alcune ipotesi giornalistiche starebbero mettendo «a repentaglio l’attività del ristorante della moglie» di Valter Lavitola, «nonché la sua iniziativa nel settore dei carbon credit». Mentre Lavitola chiarisce che è stato Ranucci, a cui «devo molto» a spiegargli «dopo aver fatto un’inchiesta sulla questione, che il punto debole della credibilità dei carbon credit era la mancanza di certezza su chi fosse il reale titolare dei diritti a produrli; in Africa: le comunità locali». E aggiunge: «Falso che orientassi le inchieste di Report».