Corriere della Sera, 19 luglio 2026
Germania, Spahn si dimette dopo le polemiche sulla surrogata
E alla fine, dopo 48 ore di polemiche, Jens Spahn rassegna le dimissioni. Inconciliabili la sua posizione di capogruppo della Cdu e il fatto di essere diventato neopapà grazie alla maternità surrogata, vietata in Germania e contro la quale lui stesso si era in passato espresso.
Lo fa con una lettera ai vertici del partito. «Negli ultimi giorni mi sono reso conto che la mia felicità personale, cioè costruire una famiglia insieme a mio marito e diventare padre, non è conciliabile con il mio incarico politico. Il divario tra la mia decisione privata di avere un figlio tramite maternità surrogata e le comprensibili aspettative nei miei confronti come presidente del nostro gruppo parlamentare è diventato più grande di quanto mi aspettassi».
È un caso che ha terremotato la politica tedesca e il suo partito più importante, l’Unione cristiano-democratica del cancelliere Friedrich Merz e di Angela Merkel. Non perché alle coppie gay sia vietato avere figli: in Germania è legale dal 2017 ed è socialmente bene accettato. Il problema sono i modi. Può un conservatore ricorrervi? Può mettersi al di sopra delle leggi che promuove? Può, in sostanza, avere una doppia morale – come gli è stato contestato – e restare al suo posto? La risposta è stata: non può. L’unica via accettabile – è la lezione implicita di questa vicenda – per una coppia gay sposata di avere figli resta l’adozione.
È stato il cancelliere Merz a esigere il passo indietro di Spahn. Dopo aver passato la mattina a sentire i capi regionali e aver constatato che nel partito non c’era alcuna tolleranza, secondo le ricostruzioni delle prime ore, ha preteso le dimissioni da Spahn chiamandolo negli Stati Uniti. E la lettera è arrivata.
Resta da capire se Spahn avesse mai messo in conto questo passo, se si sentisse invincibile, se contasse su un sostegno popolare che non è arrivato. Al dunque, ha tirato una linea netta: i miei affetti, la mia famiglia vengono prima e valgono la rinuncia. C’è però un passaggio che non si può ignorare. Spahn dice: «La crescente durezza dello scontro pubblico mi ha fatto molto riflettere. Anche quando siamo chiari e determinati nelle nostre decisioni, dobbiamo sempre mantenere un tono umano. È questo che contraddistingue noi partiti popolari cristiano-democratici del centro». Una tale violenza delle campagne culturali, vere e proprie guerre che non risparmiano le persone, è un tratto nuovo della politica in Germania.
Spahn non è un ingenuo: ha passato più di metà dei suoi 46 anni in Parlamento. È una delle figure più forti della Cdu, un conservatore che vorrebbe una Germania meno a sinistra (pur restando lontano dal mondo Maga). Contro di lui si sono levati avversari e nemici: i gruppi di pressione anti-surrogata; i Verdi più ideologici, che gli contestano di essersi «comprato» il figlio; i liberali – nel senso del partito sprofondato al 3% – che invece non gli perdonano di aver a suo tempo bocciato la loro iniziativa per legalizzare la surrogata; gli avversari interni, che gli fanno pagare l’arroganza. Colpisce, se davvero questo era il calcolo di Spahn, l’errore di pensare di poter navigare tra tutte queste contraddizioni. Poche, in fondo, le prese di posizione in sua difesa: tra queste, Der Spiegel, che ha ricordato come ciò che ha fatto non sia illegale e che la vita privata meriti comunque rispetto.
Questa è stata anche la difesa di Spahn: se è vero che la pratica in Germania è vietata, di per sé le madri surrogate, come ha detto, non sono illegali; che ogni anno vengono registrati in Germania migliaia di bambini nati all’estero tramite maternità surrogata, nella piena regolarità in base a una sentenza del 2014; che quei bambini godono degli stessi diritti di tutti gli altri, così come i loro genitori.
Forse Spahn pensava di poter fare come Alice Weidel, leader dell’estrema destra AfD, il cui partito sostiene – nel suo programma – che esiste solo la famiglia tradizionale, ma che è sposata e ha due figli con la compagna di origine srilankese. Ma questa è la grande distinzione tra la Cdu e l’AfD: ciò che si «perdona» a un partito antisistema non viene perdonato a un partito «di sistema», anzi a un partito che quel sistema lo puntella. Al di là di quello che pensano gli elettori – Spahn forse puntava alla loro clemenza – un partito classico, di governo è obbligato a rispettare gerarchie consolidate, e le regole che impone: a maggior ragione nel «Paese delle regole», la Germania. Ma in un mondo di irregolari, di politici alla Trump, questa necessaria stabilità male si abbina a tempi turbolenti e veloci.
A Merz non è rimasto altro che tirare le somme, chiedere la testa di Spahn e chiudere il prima possibile la partita. A settembre si vota in tre Länder e la Cdu rischia una batosta elettorale nell’Est. Dover discutere per settimane di surrogata, morale e leader controversi sarebbe stato soltanto un vulnus. Ma dietro al caso Spahn è facile intravedere anche i contorcimenti e la crisi del centro politico tedesco.