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 2026  luglio 19 Domenica calendario

Stretta di Putin sugli oligarchi: miliardi per evitare espropri

La guerra deve essere finanziata, con le buone o con le cattive. La seconda opzione è quella più praticata, perché Vladimir Putin certe richieste le fa una volta sola. Alla fine dello scorso marzo, al termine del congresso della Confindustria russa, il presidente ha tenuto un incontro a porte chiuse con gli imprenditori più importanti, quelli che noi definiamo da tempo come oligarchi. Secondo una inchiesta del sito indipendente The Bell, poi confermata anche da altri media più allineati, dopo aver ribadito di voler arrivare «fino ai confini del Donbass», Putin ha proposto ai presenti di versare contributi volontari da destinare al bilancio di Stato.
Non c’è da sorprendersi se Suleiman Kerimov, il re delle ristrutturazioni industriali nonché 127esimo uomo più ricco del mondo, abbia aderito su due piedi alla richiesta promettendo di versare cento miliardi di rubli, oltre un miliardo di euro, seguito a ruota dal banchiere Vladimir Potanin, 55esimo nella classifica dei Paperoni. E da Oleg Deripaska, re dell’alluminio che all’inizio della guerra aveva fatto roboanti dichiarazioni pacifiste ma poi ha ben presto cambiato idea. Secondo la rivista Expert, nel giro di pochi minuti sono state raccolte donazioni per un totale di 430 miliardi di rubli (5 miliardi di euro circa).
L’offerta di Putin non era di quelle che si possono rifiutare. A partire dal 2024, le autorità russe hanno cominciato una sistematica opera di esproprio delle proprietà degli industriali che si sono ostinati a mantenere interessi e capitali nel resto del mondo. E non solo di quelli. Anche la media impresa non è certo immune dal pericolo, o dal ricatto. Un rapporto del collettivo di giornalisti indipendenti Bereg dimostra come lo Stato stia agendo in maniera sistematica sulle grandi proprietà immobiliari, che sono le più vulnerabili. A partire dal 2022, l’Ufficio del Procuratore Generale ha ampliato la revisione dei trasferimenti di proprietà effettuati negli anni Novanta, andando oltre le aziende e le fabbriche per indirizzarsi sui terreni privati. Lo schema è semplice: si trova qualche cavillo per rivendicare come proprietà statale il suolo sul quale sono situate le aziende prese di mira. E poi ci si mette d’accordo: esproprio o soldi. È il rovesciamento delle privatizzazioni che spogliarono di ogni bene pubblico l’ex Unione Sovietica. Una specie di nemesi.
Con il peggioramento dei conti pubblici, i pesci piccoli non bastano più. Quindi, tocca agli oligarchi. Poco importa se tutti hanno obbedito al diktat del rientro forzato in patria emanato da Putin, una scelta resa più facile dalle sanzioni di Unione europea e Usa.
E così, nel 2025 è stato confiscato a favore dello Stato l’intero aeroporto di Domodedovo. Il suo proprietario, l’oligarca Dmitrij Kamenshchik, è stato giudicato colpevole di aver gestito i beni di un’impresa strategica trasferendone gli utili all’estero. A ottobre, il Tribunale distrettuale di Mosca ha disposto l’esproprio dei beni del miliardario Denis Shtengelov, proprietario del KDV Group, colosso dei generi alimentari. Alla fine dello scorso maggio, il caso più clamoroso. Al fondatore della holding Rusagro, Vladimir Moshkovich, sono state sequestrate le quote di controllo della sua azienda, la sua casa di Mosca e i beni ritrovati durante la perquisizione. Due settimane fa, per evitare la nazionalizzazione della sua società energetica Sibeko, l’oligarca Andrey Melnichenko ha invece fatto una donazione «volontaria» da 32 miliardi di rubli (pari a 357 milioni di euro) al centro educativo Sirius, fondato da un certo Vladimir Putin.
«Nessuno pianga per i ricchi ingrati». Questo fu il sobrio commento del quotidiano Izvestia alla notizia del provvedimento draconiano preso nei confronti di Moshkovich. L’aria mediatica che tira è questa, da mesi. E si tratta di un vento che non soffia per caso, ma è ben indirizzato. Il direttore del Centro di supporto ai processi politici, Aleksey Yaroshenko, spiega che gli oligarchi si trovano in una situazione complessa. «Per sopravvivere» dice «non devono più solo dimostrare lealtà al potere, ma anche partecipare in modo attivo a numerosi progetti per il popolo rimasti senza fondi a causa dei costi sempre più elevati della guerra».
Il rallentamento dell’economia russa ha poi ridotto i profitti degli imprenditori che hanno delocalizzato dall’Europa alla madre patria, e limitato le possibilità di accrescere la ricchezza in un mercato interno sempre più asfittico. Quindi, con una mano si compiace Putin, e con l’altra si cercano vie di uscita, anche per paura degli espropri. Molti miliardari russi stanno nuovamente spostando i loro capitali all’estero, sotto le mentite spoglie delle criptovalute. Citando fonti anonime, una inchiesta di Bloomberg sostiene che finora sono stati trasferiti decine di miliardi di euro. Molti oligarchi stanno poi cercando nuovi investimenti fuori dalla Russia.
I metodi per proteggere la propria ricchezza sono diversi, così come i luoghi. Dubai è un porto sicuro delle criptovalute, ideale per evitare le sanzioni e le attenzioni del Cremlino. La vera novità è rappresentata dal Kirghizistan, casa di A7A5, la criptovaluta progettata per mantenere un prezzo stabile, agganciata al rublo e sviluppata da una delle società del banchiere moldavo e filorusso Ilan Shor. Solo nella prima metà del 2025, la nuova moneta ha gestito transazioni per un valore di 7500 miliardi di rubli, 83 miliardi di euro. Più che un indizio. Forse, anche questa fuga è una gentile concessione di Putin, che fa seguito ai generosi e senz’altro volontari finanziamenti degli oligarchi alla prosecuzione dell’inutile massacro.