Corriere della Sera, 19 luglio 2026
Trump minaccia dazi al Canada per i troppi incendi
Duecento roghi divampano in Ontario, rovinando la vita a milioni di persone. Il vento spinge il fumo oltre confine, fino a Chicago, New York e Washington, dove alcuni parlamentari repubblicani hanno alzato la voce contro il governo di Ottawa accusandolo di fare poco per prevenire gli incendi. Giovedì il primo ministro canadese Mark Carney ha replicato suggerendo che gli Usa facciano di più per contrastare il riscaldamento globale, «che secondo gli scienziati è un fattore che accresce il rischio di incendi». A quel punto non poteva non intervenire l’incendiario numero uno Donald Trump, che sui social ha minacciato di rispondere con nuovi dazi perché «noi siamo invasi senza motivo dall’aria inquinata, insalubre e totalmente inaccettabile» proveniente dal Canada. Il presidente ha detto che avrebbe chiamato Carney per discutere della questione, in quanto il Paese vicino dimostra di «non saper gestire le foreste». Già Doug Ford, il premier dell’Ontario, aveva ricordato «al popolo americano che quando ci furono i roghi in California, noi avevamo gli aerei con i cannoni d’acqua pronti a intervenire. Anziché lamentarsi, certi politici dovrebbero venire in nostro aiuto, cosa che hanno fatto i canadesi quando gli amici americani hanno avuto bisogno».
Polemiche che bruciano come boschi. Quattro deputati repubblicani hanno denunciato che «i polmoni americani stanno pagando il prezzo dell’immobilismo canadese». La ministra delle Emergenze di Ottawa, Eleanor Olszewski, ha ribattuto che l’innalzamento delle temperature accresce i rischi di incendi in tutto il mondo: «A giugno Quebec e Ontario del Nord hanno ricevuto meno del 40% delle piogge che cadono di solito». E dal 2020 a oggi, «il governo ha investito l’equivalente di 8,5 miliardi di dollari Usa in prevenzione roghi e mantenimento delle foreste».
Chi è senza peccato scagli il primo cerino. Carney è già stato criticato in patria dagli ambientalisti perché ha dato il suo ok a nuovi gasdotti. Campo in cui Trump risulta ancora una volta imbattibile. A farne le spese, ultimo nella lista, è il meraviglioso lamantino della Florida, una delle tante specie che rischiano di perdere la protezione prevista per chi è «minacciato di estinzione». Le nuove misure del Fish and Wildlife Service vanno di pari passo con le direttive governative che impongono ai decisori di valutare «il costo economico della protezione degli habitat». Si tratta, scrive il Washington Post, di una manovra pro-trivelle allargata su diversi fronti, con l’obiettivo di modificare la legge sulle Specie in pericolo datata 1973, caposaldo della tutela ambientale. La settimana scorsa, l’Amministrazione ha cancellato una legge decennale in modo che la distruzione dell’ambiente non sia più considerata una minaccia per le specie a rischio. E venerdì, via la norma che dava alle specie «minacciate» la stessa protezione delle specie «a rischio». Una distinzione che sembra minima ma è enorme: tra le 500 specie animali e vegetali in attesa di esame, quelle che risulteranno solo «minacciate» d’ora in poi potranno essere tranquillamente eliminate. Compresi i lamantini della Florida, i Clover cactus del New Mexico, gli uccelli I’iwi delle Hawaii. Che importa: quelli mica votano.