Corriere della Sera, 18 luglio 2026
Burnham si presenta al Labour
Andy Burnham, il cinquanteseienne futuro premier britannico, si pone un obiettivo ambizioso, anzi epocale: «costruire una nuova politica», ribaltando le scelte degli ultimi quarant’anni. Senza salvare nessuno: «il neoliberismo» di Margaret Thatcher; il laburismo «con abiti conservatori», di Tony Blair; l’ultima confusa stagione dei Tory, da Boris Johnson a Theresa May. Che cosa dobbiamo aspettarci dall’ex sindaco di Manchester?
Abito scuro, cravatta bordeaux, «Andy» ha fornito le prime risposte, parlando ieri per 28 minuti all’ora di pranzo, nella Conferenza laburista che gli ha consegnato la leadership del partito e lo ha proiettato alla guida del Paese, al posto di Keir Starmer. Burnham premette: «Il cambiamento comincia con l’onestà. Dobbiamo riconoscere che questa generazione di politici, me compreso, ha fallito. Non è riuscita a sfidare una cultura politica e un modello economico che semplicemente non ha funzionato abbastanza bene per la gente comune. Il Paese grida, infuriato contro i politici. Questa è l’ultima possibilità per cambiare e dobbiamo coglierla insieme». Poi mette a verbale, più che proposte, le linee generali del suo governo: ri-nazionalizzare i servizi pubblici, come la fornitura di acqua; decentrare le responsabilità di governo e amministrative, valorizzando le istituzioni locali; calmierare i prezzi, specie quelli dei beni di largo consumo; costruire case; re-industrializzare il Paese, anche se ha citato solo i pub e i negozi di quartiere.
Giovedì, Starmer era a Kiev per il suo 42° incontro con Volodymyr Zelensky. Il neopremier, invece, non ha dedicato neanche una parola non solo all’Ucraina, ma neanche all’Unione europea, alla Nato, al rapporto con gli Stati Uniti, alla Russia, alla Cina. Zero. Una scelta inattesa e sconcertante. Vedremo se e come recupererà lunedì 20 luglio, quando si insedierà ufficialmente al numero 10 di Downing Street, la sede del primo ministro.
Appare evidente che Burnham si stia innanzitutto preoccupando di recuperare terreno nei confronti di Reform Uk, la formazione populista che rimane in testa nei sondaggi, nonostante i problemi giudiziari del suo leader, Nigel Farage. Si può fare solo in un modo, dice Andy: «dobbiamo essere noi stessi, laburisti in modo netto, autentico, coraggioso. Non dobbiamo essere più Verdi dei Verdi, più “Reform” dei “Reform”».
Tuttavia, il quadro internazionale è ormai parte integrante di qualsiasi strategia politica. Soprattutto per il Regno Unito e non solo perché è uno dei cinque membri permanenti nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Burnham annuncia che sarà un «premier pro business», come è stato «il sindaco pro business di Manchester». Il «manchesterismo», appunto. Ma, al netto di bar ed empori, dovrà spiegare agli industriali, piuttosto perplessi, come il Paese tornerà a relazionarsi con l’Ue, il grande mercato da cui passa ogni ipotesi di crescita. Anche per le imprese britanniche.
Si cercano, allora, altri segnali. Chi farà parte del governo? Andy promette di guidare «una squadra unita» che rappresenterà tutte le componenti del partito laburista. Sembra un corto circuito logico: Burnham vuole uno strappo anche rispetto ai trascorsi del suo partito e poi mette dentro tutti? I riformisti e i radicali? I collaboratori più stretti di Starmer dovrebbero restare a Downing Street: Jonathan Powell, consigliere per la Sicurezza nazionale; Varun Chandra, advisor per l’economia e Graeme Cooke, per il coordinamento delle politiche. Un segno, quindi, di continuità. Sarà, però, molto importante la scelta del Cancelliere dello Scacchiere (il ministro del Tesoro). Il nome più pesante è quello di Ed Miliband, Segretario di Stato per l’energia nell’esecutivo uscente e già leader del partito laburista dal 2010 al 2015. È un fautore del deciso intervento dello Stato nell’economia. Nelle ultime ore, però, sta avanzando rapidamente la candidatura di Shabana Mahmood, attuale ministro degli Interni, che sarebbe invisa alla sinistra. Burnham cerca un equilibrio oggettivamente complesso.