Corriere della Sera, 18 luglio 2026
Il Board of Peace al verde riduce i progetti a Gaza
Jared Kushner la mette così: «Il cambiamento è come il paradiso: tutti vogliono andarci ma nessuno vuole morire». A modo suo sta dicendo che tutti chiedono un futuro per Gaza ma nessuno mette a punto «una riforma radicale» del sostegno finanziario e della distribuzione degli aiuti per «ribaltare le sorti» della Striscia. Una riforma che, anche se lui non l’ha mai menzionata, prevede di escludere o quantomeno marginalizzare l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, Unrwa, accusata da Israele di collegamenti con i terroristi di Hamas (sempre negati).
Secondo Euronews il genero e consigliere non ufficiale di Donald Trump ha chiesto questo «nuovo approccio» per ricostruire Gaza collegato in videoconferenza a un incontro a porte chiuse tenuto a Bruxelles con ministri arabi ed europei, organizzato dalla commissaria Ue per il Mediterraneo Dubravka Šuica.
Kushner avrebbe liquidato gli sforzi di aiuto per Gaza fatti finora come «progettati passo dopo passo da Ong e terroristi», e pazienza se l’Ue, i cui rappresentanti lo stavano ascoltando, è il più grande donatore dell’Unrwa. Il genero del presidente Usa ha fatto «chiari collegamenti fra l’attuale sistema di aiuti umanitari e il finanziamento indiretto di Hamas», e ha ipotizzato il fallimento della ricostruzione di Gaza se i miliziani non saranno disarmati.
Quell’espressione, «ricostruzione di Gaza», dovrebbe contenere i progressi del Board of Peace, l’organismo internazionale voluto e guidato dagli Usa per promuovere e garantire «stabilità, governance e pace duratura» nella Striscia. Ma il fatto è che da quando Donald Trump ha firmato lo statuto del Board, il 22 gennaio del 2026, i progressi sono pressoché nulli. Unica riunione plenaria: il 19 febbraio a Washington, quando il presidente americano, che ha istituito e presiede il Board, promise che lo avrebbe sostenuto con 10 miliardi di dollari, disse che altri 7 miliardi sarebbero arrivati da nove Paesi (Kazakistan, Azerbaigian, Emirati Arabi Uniti, Marocco, Bahrein, Qatar, Arabia Saudita, Uzbekistan e Kuwait) e disse: «Credo che non ci sia mai stato niente di più potente e prestigioso».
Oggi, dopo cinque mesi, il Board of Peace, al quale l’Italia partecipa come osservatrice, è poco più di una dichiarazione di intenti. Il fondo ufficiale che dovrebbe custodire i suoi finanziamenti – è gestito dalla Banca mondiale e si chiama Gaza Reconstruction and Development Financial Intermediary Fund – secondo il Finalcial Times è completamente vuoto. Zero dollari. Marocco ed Emirati hanno versato 23 milioni di dollari, è vero, ma su un conto privato di JPMorgan Chase, come ha spiegato in audizione al Congresso il segretario di Stato Marco Rubio. Reuters parlava qualche giorno fa di un finanziamento da un miliardo ma non c’è conferma ufficiale da nessuna parte. Anche la Commissione Ue il 13 luglio ha lanciato la «Team Gaza Initiative» per circa 900 milioni di euro (per acqua, macerie, sanità...) ma per ora nulla è ancora stato versato.
È un cane che si morde la coda: i soldi non arrivano perché a Gaza non c’è sicurezza e non c’è sicurezza non soltanto perché Hamas, per quanto ridimensionata, non ha deposto le armi né vuole farlo, ma anche perché mancano i fondi per creare la Forza di stabilizzazione internazionale che dovrebbe garantire la sicurezza durante la ricostruzione di Gaza e dovrebbe formare le forze di polizia palestinesi per assicurare un futuro sicuro nella Striscia.
È una delle 20 clausole del piano Trump per il dopoguerra. Il presidente aveva annunciato 20 mila uomini, ma anche qui: si è fatto fatica a trovare una ventina di ufficiali (c’è chi dice siano meno) che finalmente pochi giorni fa sono arrivati in Israele dal Marocco e dal Kosovo. Quello che faranno conferma una volta di più che dal Board of Peace arrivano risultati molto inferiori alle promesse. E cioè: dovranno proteggere un piccolo progetto pilota a sud della Striscia.
In sostanza, invece di resort di lusso e grattacieli immaginati da Trump per la «Riviera Gaza», l’obiettivo del momento (pare entro la fine dell’anno) si è drasticamente ridotto alla costruzione di un campo temporaneo, una zona pilota, appunto, vicino alla città di Rafah, per una piccola parte dei 2 milioni di gazawi sfollati. Il britannico Guardian cita il ragionamento di un diplomatico di Gerusalemme: ammettere il fallimento del Board of Peace avrebbe aperto la strada a fazioni estreme del governo israeliano. Perciò «l’obiettivo è mantenere la palla, far andare avanti qualcosa». Qualsiasi cosa.