Corriere della Sera, 18 luglio 2026
Verso l’escalation in Iran. Gli Usa mandano in Israele decine di aerei cisterna
È tutto più intenso. Gli attacchi, le minacce, le aspettative... La domanda di queste ore, in Medio Oriente, non è se, ma quando il conflitto Usa-Iran tornerà ai livelli pre-tregua. L’intesa fra Washington e Teheran raggiunta con il Memorandum di un mese fa è di fatto carta straccia, e l’espansione delle operazioni militari in Iran è molto più di una possibilità, come rivela la mossa di Trump comunicata ieri a Israele e annunciata da Axios. L’America invia altre decine di aerei da rifornimento (oltre i 60 già all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv) proprio in vista di nuove e più grandi operazioni militari contro l’Iran. Gli aerei in arrivo, con grande disappunto dell’esercito Usa, non stazioneranno al Ben Gurion perché, secondo Ynet, non li vuole la ministra dei Trasporti israeliana Miri Regev, alle prese con il fatto che lo scalo principale del Paese, già congestionato, rischierebbe di annullare migliaia di biglietti dell’aviazione civile.
Per la probabile escalation gli analisti ipotizzano soprattutto altri attacchi alle infrastrutture strategiche del Paese dopo quelli di ieri notte contro l’aeroporto di Iranshahr (nel Sud-Est), contro la torre di controllo nel terminal Shahid Kalantari di Chabahar (nel Sud, usata per tracciare e colpire le navi in transito nello Stretto di Hormuz), e contro i cinque ponti nella provincia di Hormozgan, che si affaccia sullo Stretto. Nella tarda serata di ieri il il Comando centrale Usa (Centcom) ha annunciato una nuova ondata di attacchi per la settima notte di fila.
La risposta iraniana è stata immediata: «Attaccare i civili e le infrastrutture civili vuol dire superare la linea rossa. Comporterà un prezzo altissimo, daremo risposte schiaccianti».
«Aspettate e vedrete» tuona il comandante della Marina dei pasdaran, Ali Azmaei. I suoi avvertimenti sono per le «forze armate terroristiche» americane. «Siamo vicini all’ora zero» per possibili operazioni «contro le unità navali dell’esercito statunitense», annuncia. Fonti libanesi dicono che l’Iran avrebbe chiamato alle armi i suoi alleati dell’«Asse della resistenza» regionali, a cominciare da Hezbollah. Il senso è: preparatevi a «un possibile conflitto più ampio» e, soprattutto, considerate di «aprire alla prospettiva» di un coinvolgimento di Israele.
Due giorni fa l’appelo era stato per i miliziani Houthi dello Yemen perché bloccassero l’accesso al Mar Rosso. Ieri il ministro della Difesa yemenita Houthi, il generale Mohammed Al-Atafi, ha dichiarato all’agenzia di stampa statale Saba che il movimento è pronto a eseguire gli ordini della Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei: «Confermiamo la prontezza delle forze armate ad attuare qualsiasi direttiva impartita». Mentre mostra i muscoli con gli Stati Uniti e attacca i Paesi del Golfo che ospitano basi e strutture americane, Teheran chiede ai suoi cittadini di spegnere i condizionatori e ridurre il consumo elettrico per garantire la stabilità della fornitura elettrica al Sud, dove gli attacchi Usa rendono difficile l’approvvigionamento.
Ieri sembrava entrare in scena anche la Siria, quando i Guardiani della rivoluzione hanno annunciato di aver colpito la base Usa di Al-Tanf, ma i siriani negano: «Tutto falso». E agli iraniani mandano a dire che hanno sventato un tentativo di contrabbando di armi (missili, razzi e droni) proprio al valico di frontiera di Al-Tanf fra Siria e Iraq. Erano armi che venivano dall’Iran. Destinataria: la milizia terroristica di Hezbollah.