Corriere della Sera, 18 luglio 2026
Usa, Trump all’attacco di Stati e Parlamento per le Midterm
Chi, pur scioccato dagli attacchi di Donald Trump alle istituzioni poste a garanzia dell’equilibrio dei poteri, continua a credere nell’integrità del sistema elettorale, lo fa in base a motivazioni solide: in America la Costituzione è chiara nell’attribuire solo ai singoli Stati dell’Unione la gestione del voto, proprio per evitare possibili interferenze del governo centrale. E se serve qualche norma di portata nazionale che può incidere sul risultato delle urne, la competenza è del Congresso.
Col suo discorso della notte scorsa, che è solo l’inizio di una campagna presidenziale di interventi e interferenze sul voto, Trump ha lanciato attacchi a raffica – dai servizi segreti ai giornalisti ora accusati anche di essere sul libro-paga di Pechino – ma ha cercato soprattutto di demolire questi due bastioni costituzionali, relativi a Stati e Parlamento, che gli impediscono di esercitare i poteri assoluti ai quali aspira.
Primo bersaglio il Congresso dove, nonostante la maggioranza repubblicana tanto alla Camera quanto al Senato, non è riuscito a far passare il Save Act che impone una stretta sui documenti da presentare per iscriversi nelle liste elettorali. Misura sensata in ottica europea, salvo che negli Usa, dove non esiste carta d’identità e il passaporto ce l’ha solo chi va all’estero, si sono usati anche altri metodi per certificare l’identità degli elettori. Trump pensa che con le sue norme le persone più povere, molti neri e anche ispanici, rinunceranno a procurarsi i documenti necessari per votare. Ma, oltre che dai democratici, il Save Act è osteggiato anche da molti repubblicani, soprattutto gli eletti nell’America rurale: anche gli agricoltori potrebbero non votare non avendo documenti adeguati alle norme della nuova legge, se approvata, mentre per le mogli si pone il problema aggiuntivo della difformità tra il nome legale (in America chi si sposa prende il cognome del marito) e quello da nubile registrato nei documenti.
Ieri Trump, da mesi inutilmente in pressing sui suoi parlamentari, ha usato l’arma termonucleare: accusa chiunque non voterà il suo Save Act di essere un truffatore, di frodare l’America. E ha chiesto ai suoi elettori, i Maga people, di incalzare su questo deputati e senatori nei loro collegi elettorali. Attivisti che, succede da anni, in molti casi ricorrono a metodi intimidatori nei confronti dei politici e anche dei loro familiari.
Quanto ai tanti suoi interventi sul sistema di voto bloccati dalla magistratura in quanto lesivi dei poteri degli Stati (due esempi: gli ordini esecutivi presidenziali contro il voto postale e quello per condizionare la consegna delle schede da parte del Post Office), Trump ha usato la Cina come grimaldello per rivendicare per sé poteri straordinari: quanto conta la tutela dell’autonomia dell’Oklahoma o del Nebraska se c’è una minaccia alla sicurezza nazionale, se «senza un sistema elettorale corretto non c’è più l’America»?
Ma la Cina ha cambiato davvero l’esito delle votazioni Usa? Gli analisti ritengono che il primo a non crederlo sia lui che, tra l’altro, ha sempre ridicolizzato le denunce sui tentativi di interferenza russa: se ci credesse, dovrebbe prendere misure molto dure contro Pechino. E, denunciando che la Cina ha acquisito i dati di 220 milioni di americani, ha dimenticato di dire che quei dati sono quasi tutti pubblici (molti stati pubblicano gli elenchi degli elettori, e alcuni li mettono pure online, per trasparenza) o possono essere acquistati da database commerciali. Si è anche dimenticato, oltre al caso Russia, il suo intervento, appena arrivato alla Casa Bianca, per bloccare l’attuazione della legge per la messa al bando della cinese TikTok che avrebbe potuto trasferire a Pechino i dati dei suoi utenti Usa. Disarmante la motivazione allora data da Trump: «Ho simpatia per TikTok, mi ha fatto avere il voto di molti giovani».
Trump, abituato da sempre a imporre ciò che gli conviene al momento seppellendo sotto la sabbia le sue contraddizioni, ieri ha dato solo un saggio del modo in cui martellerà l’America sul voto nei prossimi tre mesi. Ora tocca agli uomini che ha messo a indagare ai servizi segreti, all’Fbi, alla Giustizia. Liquidate Pam Bondi e Tulsi Gabbard che alla Giustizia e ai servizi non avevano trovato nulla e non attaccavano i suoi nemici con sufficiente durezza, ora il presidente ha scelto gente più spregiudicata, pronta a ingigantire problemi marginali, se ne trovano. L’America voterà, ma lo farà in un clima caotico. Con un rischio di semiparalisi se Trump riuscirà a far bloccare le macchine elettroniche di conteggio dei voti che lui considera truffaldine. Ai suoi uomini il compito di dimostrarne la vulnerabilità.